di Dmitry Pozhidaev, da links.org.au (dal blog “Refrattario e Controcorrente”)

La neonata Lista degli Studenti ha ottenuto più della metà dei voti e la maggioranza parlamentare nelle elezioni anticipate del 25 ottobre in Serbia. Il presidente uscente Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta. Quasi due anni di proteste, scatenate dalla tragedia alla stazione ferroviaria di Novi Sad, sono culminati nella vittoria sulla forza politica che governava il paese dal 2012.

La neonata Lista degli Studenti ha ottenuto più della metà dei voti e la maggioranza parlamentare nelle elezioni anticipate del 25 ottobre in Serbia. Il presidente uscente Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta. Quasi due anni di proteste, scatenate dalla tragedia alla stazione ferroviaria di Novi Sad, sono culminati nella vittoria sulla forza politica che governava il paese dal 2012.

In un’analisi pubblicata nel febbraio 2025, mi chiedevo se le proteste potessero trasformarsi in una forza politica capace di superare la frammentazione del mondo del lavoro, la dipendenza dal clientelismo e la crisi di rappresentanza. La successiva traiettoria del movimento impone una rivalutazione: quali ostacoli ha superato e quali continuano a limitare la sostanza del cambiamento?

I sostenitori definiscono questa vittoria una “rivoluzione”; gli oppositori la descrivono come una “rivoluzione colorata” orchestrata dall’estero. Eppure, la sua portata politica supera le ambizioni socioeconomiche del programma dei vincitori. L’esperienza serba solleva interrogativi sulle forze che animano i movimenti contemporanei, sull’organizzazione che trasforma il malcontento in potere e sulle opportunità per la politica socialista all’interno di una democrazia capitalista.

Le cinque lezioni che seguono esaminano cosa ha reso possibile questa svolta e cosa potrebbe trasformarla in un cambiamento sociale duraturo.

Lezione 1

Questa non è una rivoluzione sociale

Un cambio di governo non è necessariamente una rivoluzione sociale. Nella concezione marxista classica, la questione decisiva è se cambiano i rapporti di dominio di classe e di proprietà. Questa distinzione dovrebbe guidare l’uso del termine “rivoluzione” come concetto analitico.

Le proteste iniziate nel novembre 2024 sono state prevalentemente pacifiche. Le loro forme principali sono state marce, blocchi studenteschi, raduni commemorativi e autorganizzazione civica. L’insurrezione armata e l’occupazione forzata di edifici governativi non sono diventate la strategia del movimento. Il contrasto con gli scontri di piazza, i negozi distrutti e i saccheggi che hanno accompagnato le proteste in corso in Francia e in Italia, e ora in Germania, dimostra che obiettivi politici radicali possono coesistere con moderazione nei mezzi utilizzati per perseguirli.

La Lista Studentesca ha ottenuto la vittoria elettorale in un contesto di “autoritarismo competitivo”: un sistema in cui la competizione politica era reale, ma il partito al governo manipolava sistematicamente il gioco a proprio vantaggio. La pressione delle proteste di piazza ha contribuito a garantire lo svolgimento delle elezioni, trasformando la mobilitazione di massa in una maggioranza parlamentare.

Presentare questa via come incompatibile con il marxismo è storicamente errato. Nel suo discorso di Amsterdam del 1872, Karl Marx riconobbe esplicitamente che i lavoratori di alcuni paesi potevano raggiungere i loro obiettivi con mezzi pacifici. Il criterio decisivo, quindi, è rappresentato dai rapporti sociali che i vincitori intendono modificare, piuttosto che dalla presenza di barricate.

Le prospettive di una transizione pacifica dipendono anche dalla profondità della trasformazione proposta. Quanto meno essa mette in discussione i fondamenti della proprietà e del dominio di classe, tanto meno il capitale avrà motivi per opporre una resistenza unitaria, sebbene alcune sue componenti possano difendere strenuamente i propri privilegi.

In Serbia, la salvaguardia del sistema economico si accompagna all’ambizione di ristrutturare profondamente il potere politico. Eliminare il controllo del partito sulle istituzioni pubbliche, introdurre l’ostracismo nei confronti dei rappresentanti dell’oligarchia e smantellare la presa del precedente gruppo di governo sul potere potrebbe conferire al processo il carattere di una rivoluzione politica.

In termini di classe, questo progetto può essere interpretato come lo smantellamento del monopolio di un gruppo ristretto che coniugava il potere statale con l’accumulazione di capitale, aprendo al contempo il processo decisionale a una più ampia gamma di proprietari immobiliari e gruppi professionali. Il progetto, tuttavia, non è ancora stato attuato.

Il programma elettorale della Lista Studentesca si avvicina alla socialdemocrazia riformista contemporanea. Propone libri di testo gratuiti, alloggi più accessibili, prezzi uniformi per i farmaci e il ripristino dell’assistenza sanitaria nelle zone rurali. Per rafforzare la tutela dei lavoratori, intende ridurre la durata massima dei contratti a tempo determinato da due a un anno. Queste misure si affiancano al sostegno agli imprenditori, agli agricoltori e alle imprese innovative nazionali, a un maggiore collegamento tra ricerca e produzione e all’abbandono di un modello economico basato sulla manodopera a basso costo. La confisca dei beni acquisiti illegalmente ha lo scopo di restituire alle casse pubbliche i fondi sottratti illecitamente.

Ma il programma non mira a socializzare l’economia conferendo ai lavoratori e alla società un potere effettivo sulla produzione, sugli investimenti e sulla distribuzione della ricchezza. Fu proprio questa democratizzazione del potere economico che il sociologo marxista statunitense recentemente scomparso Erik Olin Wright ha posto al centro di un’alternativa socialista, distinguendola da una mera espansione della proprietà statale.

La rivoluzione russa dell’ottobre 1917 non può essere ridotta a un semplice cambio di governo: la presa del potere fu seguita da una trasformazione fondamentale della proprietà e della struttura di classe della società. Quanto potere i lavoratori esercitassero effettivamente nel sistema risultante è una questione a sé stante, che non sminuisce la portata di tale trasformazione. La proposta presentata alla duma di stato russa di “ridefinire” la Rivoluzione d’Ottobre come “colpo di stato” ignora questa distinzione.

In Serbia, il programma dei vincitori non prevede, al momento, cambiamenti analoghi: la portata della ristrutturazione politica proposta supera di gran lunga la profondità delle riforme socioeconomiche.

Lezione 2

Non è nemmeno una rivoluzione colorata

La seconda lezione riguarda le origini del movimento. Vučić e i rappresentanti del suo Partito Progressista Serbo (SNS) hanno descritto le proteste come una “rivoluzione colorata” orchestrata da forze esterne. Già nel febbraio 2025, Vučić aveva annunciato l’intenzione di scrivere un libro intitolato “Come ho sconfitto la rivoluzione colorata in Serbia”. Poco prima delle elezioni, aveva previsto che sarebbe diventato un bestseller mondiale, soprattutto dopo la sua prevista vittoria.

La ricerca di una mente straniera dietro a tutto ciò è diventata una strategia sempre più diffusa per screditare sviluppi politici indesiderati. Le autorità russe etichettano qualsiasi dissenso come “interferenza straniera”; il primo ministro britannico ha parlato di interferenze russe nel referendum sulla Brexit; in Israele, il Likud accusa i suoi oppositori di utilizzare finanziamenti stranieri per mobilitare gli elettori arabi. Anche alcuni commentatori dell’opposizione russa ripropongono questa narrazione: la giornalista russa Yulia Latynina, ad esempio, collega il successo degli attivisti serbi a presunti finanziamenti provenienti da ONG filo-occidentali.

Nonostante le differenze tra questi casi, invocare l’interferenza sposta l’attenzione dalle cause interne del comportamento collettivo a un avversario esterno. I tentativi concreti di interferenza richiedono un’indagine, ma non spiegano, di per sé, le motivazioni di milioni di persone.

Vučić era da tempo un partner conveniente per attori esterni con interessi divergenti. Come hanno osservato i ricercatori del Centro di Studi Orientali, la cooperazione con l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina era una delle risorse che sostenevano il suo governo. Le critiche europee all’autoritarismo e il sostegno alle rivendicazioni studentesche da parte di alcune istituzioni dell’UE non hanno posto fine a tale cooperazione, mentre Mosca ha apertamente appoggiato la narrativa sulla “rivoluzione colorata”.

L’analisi del politologo Dejan Jović mostra che il programma di politica estera della Lista degli Studenti prevede una sostanziale continuità. Prevede il mantenimento del partenariato con la Russia, il coordinamento delle posizioni sul Kosovo in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il rifiuto delle sanzioni contro la Russia. Questi impegni si affiancano al sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina, alla cooperazione con l’UE e gli Stati Uniti e a un partenariato strategico con la Cina.

Se “Dopo Tito – Tito” era uno slogan popolare in Jugoslavia, la formula qui suggerita è “Dopo Vučić – Vučić”. Tale continuità non esclude di per sé un coinvolgimento esterno, ma indebolisce l’affermazione che il movimento sia stato uno strumento di riallineamento geopolitico.

Il simbolismo del movimento ha rafforzato questa enfasi sul cambiamento interno. Come ho notato in un precedente articolo, le sue immagini dominanti (impronte di mani rosso sangue, bandiere serbe, stemmi universitari e striscioni commemorativi) mettevano in primo piano le rivendicazioni interne piuttosto che gli allineamenti geopolitici. Escludendo i simboli di organizzazioni esterne e potenze straniere, tra cui l’UE, la NATO e la Russia, il movimento ha affermato la propria indipendenza dai campi geopolitici concorrenti.

Le ragioni della vittoria vanno ricercate principalmente nella crescente crisi di legittimità del governo. Le proteste contro l’autoritarismo, la violenza politica, le minacce ambientali e le irregolarità elettorali sono iniziate ben prima del 2024, sviluppandosi in almeno tre ondate principali a partire dal 2017. Il crollo della tettoia della stazione e la morte di sedici persone hanno rappresentato il catalizzatore immediato che ha riunificato questo malcontento accumulato. Per una parte consistente della società, la tragedia è diventata la prova definitiva che l’opacità dei processi decisionali e l’impunità del governo minacciavano la vita umana stessa.

Eppure, la crisi politica non è stata accompagnata da una crisi economica. Il governo ha basato la sua campagna elettorale sulla crescita economica, sui progetti infrastrutturali e sull’aumento di salari e pensioni. Nonostante un certo rallentamento della crescita e la persistenza di problemi sociali, il FMI prevedeva una crescita al 4% nel 2027. Tuttavia, i risultati economici si sono rivelati insufficienti a mantenere il consenso pubblico.

La performance economica ha dei limiti come fonte di legittimità. Nel modello dello studioso Johannes Gerschewski, la legittimazione è uno dei tre pilastri della stabilità autoritaria, insieme alla repressione e alla cooptazione. Rimanere al potere non equivale quindi a conservare il consenso pubblico. L’aumento dei redditi può rafforzare il sostegno a un regime, ma non compensa necessariamente l’assenza di giustizia, partecipazione politica e responsabilità del governo. L’importanza di queste rivendicazioni dipende anche dalle forze sociali che guidano il movimento e ne definiscono l’agenda.

Il giorno dopo la sconfitta di Vučić, ho attaccato bottone con un tassista di Belgrado, un uomo sulla sessantina. Facendo l’avvocato del diavolo, ho elencato i successi di cui il partito al governo andava fiero. Lui aveva una risposta per ogni obiezione.

Ma il PIL è cresciuto a un ritmo discreto.
Sarebbe cresciuto ancora più velocemente se non si fossero rubati metà del paese!

Anche salari e pensioni sono aumentati.
E i prezzi sono aumentati tre volte più velocemente! Sono un pensionato, eppure devo ancora lavorare come tassista.

Ma sono state costruite scuole, ospedali e strade…
Lo sai che qui un chilometro di strada costa tre volte di più rispetto al resto d’Europa?!

Lo sai che qui un chilometro di strada costa tre volte di più rispetto al resto d’Europa?!

Una singola conversazione non può rappresentare un’intera società, e le affermazioni dell’autista non sostituiscono prove verificate. Ma illustra come i successi diventino motivo di accusa: la crescita viene giudicata in base alle opportunità perse a causa della corruzione, le pensioni in base al costo di una vita dignitosa e le costruzioni in base al sospetto di furto. I risultati contano, ma conta anche la percezione di giustizia.

Ciò rivela anche i limiti dell’applicazione della descrizione di Vladimir Lenin di una “situazione rivoluzionaria”. In Serbia, il rifiuto di continuare a vivere secondo il vecchio modello ha assunto, soprattutto, la forma di una richiesta di cambiamento nel modo in cui veniva esercitato il potere. Ridurlo al semplice peggioramento delle difficoltà materiali significherebbe trascurare l’importanza, di per sé, dell’impotenza politica e della percezione pubblica di ingiustizia.

La seconda lezione va oltre la critica del quadro concettuale della “rivoluzione colorata”: né il sostegno straniero né i successi economici garantiscono la legittimità. In questo contesto, l’analisi marxista delle contraddizioni sociali e l’esortazione di Lenin a guardare oltre le dichiarazioni politiche, individuando gli interessi delle classi sociali, assumono particolare importanza. L’influenza esterna può acuire le contraddizioni sociali, ma non le crea dal nulla.

Lezione 3

La giustizia unisce

L’assenza di un programma rivoluzionario non significa l’assenza di una profonda richiesta di cambiamento sociale. Le persone possono sostenere l’impresa privata pur ritenendo inaccettabile la distribuzione della ricchezza creata dal lavoro collettivo. L’editorialista e saggista Thomas Fazi osserva che le proteste giovanili odierne in Europa sono alimentate dal divario tra la promessa che l’istruzione e il duro lavoro apriranno la strada a una vita dignitosa e l’esperienza di una generazione che si trova ad affrontare un lavoro precario e alloggi inaccessibili.

È in questo contesto che le rivendicazioni anticorruzione ottengono un ampio consenso. Dietro la richiesta di punire i responsabili si cela la questione di chi debba servire lo stato e chi tragga beneficio dallo sviluppo economico. Fondi sottratti illecitamente significano ospedali e scuole sottofinanziati, mentre l’assegnazione di incarichi tramite clientelismo di partito rende i cittadini dipendenti da chi detiene il potere. La lotta alla corruzione diventa il linguaggio di una più ampia rivendicazione di giustizia.

Eppure, l’esperienza post-sovietica rivela i limiti di questo programma. Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko collega il ripetersi delle “rivoluzioni tipo Maidan” all’incapacità di superare una crisi di rappresentanza politica: i leader cambiano, ma le aspirazioni sociali della maggioranza continuano a non trovare un’espressione politica organizzata. Nella sua Critica del Programma di Gotha, Marx individuò un fondamento più profondo del problema: la distribuzione dei beni dipende dalla distribuzione delle condizioni di produzione. Rimuovere i funzionari corrotti non cambia, di per sé, i rapporti di proprietà e di potere economico.

La Serbia ha già vissuto un ciclo simile. Salito al potere nel 2012 con un programma anticorruzione, il partito SNS ha trasformato l’arresto dell’oligarca Miroslav Mišković nel simbolo della risolutezza del nuovo governo. La campagna ha aiutato Vučić a consolidare la sua posizione; ora la corruzione è diventata uno dei principali motivi per estromettere il suo partito dal potere. Ciò non sminuisce l’importanza della lotta alla corruzione, ma dimostra che il successo dipende dalla capacità della società di chiedere conto a chi detiene il potere e di garantire miglioramenti concreti.

La richiesta di giustizia e l’opposizione al regime esistente hanno unito gruppi con diverse aspettative di cambiamento. Come dimostrò Marx ne Le lotte di classe in Francia, un nemico comune può temporaneamente oscurare le contraddizioni interne a un movimento; anche la coalizione serba contro l’ex presidente Slobodan Milošević si è frammentata dopo la vittoria del 2000. Preservare l’attuale coalizione richiederà un accordo su interessi concreti: chi ne trae vantaggio, chi ne sopporta i costi e chi determina la direzione da seguire.

Lezione 4

Le forze trainanti cambiano
L’organizzazione è ancora importante

Quali sono gli interessi che rappresenta la Lista Studentesca? L’ampiezza del suo consenso non risponde, di per sé, a questa domanda: la composizione del suo elettorato, il nucleo organizzativo del movimento e la sostanza del suo programma sono cose diverse. Membri di classi diverse possono votare per la stessa forza politica senza ottenere pari opportunità di influenzarne il corso.

Nelle fasi iniziali delle proteste, gli analisti hanno evidenziato la limitata capacità del movimento di coinvolgere i lavoratori. In seguito, gli studenti hanno stretto legami con i sindacati e sostenuto le richieste di modifiche alla legislazione sul lavoro. Tuttavia, i tentativi di indire uno sciopero generale non hanno portato a una diffusa interruzione della produzione e il movimento operaio organizzato non è diventato la forza trainante delle proteste. Il sostegno elettorale dei lavoratori non implica necessariamente una loro partecipazione autonoma alla definizione del programma politico.

La classe operaia non è scomparsa, ma la sua composizione e le condizioni in cui si organizza sono cambiate. In Serbia, le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro mostrano che la quota di occupazione nel settore dei servizi è aumentata dal 41,5% nel 2000 al 54,9% nel 2025. La dipendenza dalla vendita della propria forza lavoro unisce l’operaio, il programmatore e il docente, ma una posizione condivisa non crea automaticamente la capacità di agire collettivamente. Come sottolinea Boris Kagarlitsky, conciliare gli interessi di diversi gruppi di lavoratori richiede un impegno politico. Luoghi di lavoro frammentati, precarietà lavorativa e il rischio di perdere il reddito rendono più difficile l’azione collettiva.

In questo contesto, emergono i vantaggi organizzativi degli studenti. Le università riuniscono le persone e offrono contatti regolari, spazi e attrezzature. Durante i blocchi, le facoltà universitarie sono diventate luoghi di discussione e coordinamento continui, dove la collaborazione ha rafforzato la fiducia. Le piattaforme dei social media hanno ampliato il pubblico del movimento, ma la sua forza di resistenza si è basata soprattutto sulla capacità di trascorrere del tempo insieme con regolarità. Si può riscontrare un’analogia funzionale con la grande fabbrica: la concentrazione fisica contribuisce a trasformare il malcontento individuale in forza collettiva.

Grazie al sostegno delle loro famiglie e della comunità in generale, alcuni studenti hanno potuto sospendere gli studi e dedicarsi quasi interamente all’attività organizzativa. Questo ha comportato dei sacrifici (ritardo nella laurea, perdita di guadagni e rischio di repressione), ma ha permesso loro di diventare organizzatori a tempo pieno, una sorta di “rivoluzionari di professione”. L’osservazione di Lenin secondo cui “l’organizzazione decuplica la forza” rimane quindi attuale.

Dato il ruolo guida della comunità universitaria e dei gruppi professionali istruiti, il movimento potrebbe essere provvisoriamente descritto come una “rivoluzione della classe media”. Questa definizione caratterizza il suo nucleo organizzativo e le sue aspirazioni, piuttosto che implicare una composizione di classe omogenea. Molti partecipanti sono essi stessi lavoratori salariati. Condividono le richieste di riconoscimento delle proprie qualifiche, autonomia professionale e opportunità di avanzamento senza favoritismi di partito.

Come ho sostenuto in una precedente analisi del movimento, il divario tra istruzione e opportunità disponibili è particolarmente doloroso per questi gruppi, mentre i cittadini meno abbienti sono più sensibili ai rischi del cambiamento. La geografia del voto conferma questa tesi: la lista guidata dall’SNS ha mantenuto il suo vantaggio nelle aree economicamente meno sviluppate della Serbia meridionale e orientale.

Gli studenti possono radicalizzare una crisi politica senza rappresentare la classe operaia o la popolazione in generale. Le loro aspirazioni sono inoltre plasmate dal contesto ideologico dominante: laddove il capitalismo appare l’unico ordine praticabile, un equo accesso alla vita professionale può prevalere sulla trasformazione del potere economico.

La tesi di Marx e Friedrich Engels sulle idee dominanti contribuisce a chiarire questo limite. Un cambiamento più profondo richiede l’organizzazione indipendente dei lavoratori e l’ampio blocco sociale auspicato da Kagarlitsky. Senza influenza sulle decisioni del nuovo governo, i lavoratori rischiano di rimanere semplici destinatari delle riforme anziché partecipanti alla definizione della loro sostanza.

Lezione 5

Organizzazione senza un unico leader

L’esperienza serba dimostra che la capacità di organizzazione non richiede necessariamente una gerarchia rigida o una leadership concentrata nelle mani di una sola persona. Una delle caratteristiche distintive del movimento è stata la sua natura decentralizzata: numerosi gruppi autonomi collegati da un’agenda condivisa, dal coordinamento e dall’interazione quotidiana. L’organizzazione orizzontale implicava la distribuzione di autorità e responsabilità tra i partecipanti.

Le fondamenta del movimento sono state le assemblee studentesche: regolari assemblee generali aperte a tutti gli studenti iscritti a una determinata facoltà. Le assemblee definivano le rivendicazioni e le conseguenti azioni, mentre i gruppi di lavoro ne attuavano le decisioni. L’azione congiunta veniva coordinata tra le assemblee di diverse facoltà e università.

Questa forma di autorganizzazione non è stata inventata dall’attuale ondata di proteste. Si è sviluppata durante le proteste studentesche in Serbia a partire dal 2006 ed è diventata ampiamente nota durante le occupazioni universitarie in Croazia nel 2009. Gli studenti di Zagabria hanno persino raccolto la loro esperienza in The Occupation Cookbook, una guida pratica per organizzare occupazioni e condurre assemblee. Ciò che distingue l’attuale movimento serbo è la sua capacità di sostenere un’organizzazione collettiva per quasi due anni, estendere i suoi legami oltre le università e passare dalle rivendicazioni di protesta a una lista elettorale e a un programma elettorale.

Nel marzo 2025, il movimento studentesco ha invitato i cittadini a tenere assemblee locali (“assemblee dei cittadini”) utilizzando una forma legalmente riconosciuta di partecipazione diretta al governo locale. Nel frattempo, ha preso forma l’iniziativa “Uno studente in ogni villaggio”: gruppi di studenti hanno viaggiato in diverse comunità del paese, spiegando le rivendicazioni del movimento, rispondendo alle domande e discutendo le preoccupazioni dei residenti. Plenum, assemblee dei cittadini e gruppi di studenti itineranti hanno creato numerose connessioni, grazie alle quali le iniziative locali sono entrate a far parte di un movimento nazionale.

Il partito al governo, l’SNS, si affidava a grandi manifestazioni, al proprio apparato di partito e a un sistema di trasporto organizzato per i sostenitori. Dietro queste dimostrazioni di sostegno di massa si celavano incentivi materiali e una dipendenza da chi controllava le istituzioni pubbliche e il mercato del lavoro. La campagna studentesca, invece, si basava sulla partecipazione volontaria e sulla comunicazione diretta, trasformando gradualmente i simpatizzanti in partecipanti attivi. Questa differenza contribuisce a spiegare perché i vantaggi del governo in termini di risorse finanziarie, organizzazione e accesso alla televisione non gli abbiano conferito una capacità paragonabile di mobilitare la società.

In un contesto politico balcanico abituato a partiti personalistici e leader potenti, questo modello organizzativo ha rappresentato una significativa deviazione dalla norma. Anche i movimenti anticorruzione di ampio respiro spesso si uniscono attorno a una figura di spicco. È quanto accaduto in Ucraina nel 2019: il successo di Servitore del Popolo è stato indissolubilmente legato a Volodymyr Zelensky. In Serbia non è emerso un punto di riferimento analogo. Alexander Baunov osserva che la Lista degli Studenti si è distinta dall’esempio ucraino proprio per l’assenza di un leader politico a cui la nuova organizzazione dovesse la propria esistenza e il proprio successo.

Questa struttura ha reso più difficile per le autorità indebolire il movimento, ne ha rafforzato la resilienza e ha frustrato i tentativi di dipingerlo come uno strumento per le ambizioni personali dell’ennesimo aspirante al potere. Se c’è un individuo che ha unito la Lista Studentesca, è stato Vučić stesso, in quanto incarnazione dell’ordine a cui i suoi partecipanti si opponevano.

È quindi più corretto descrivere il movimento come indipendente dai partiti politici piuttosto che apolitico. Le richieste di responsabilità del governo, di istituzioni indipendenti e di elezioni erano sostanzialmente politiche. Gli studenti hanno rifiutato il sistema consolidato di rappresentanza partitica e hanno cercato di creare i propri mezzi di partecipazione. La Lista degli Studenti si è presentata persino alle elezioni come gruppo di cittadini, un assetto legale in Serbia che consente di presentare una lista elettorale senza costituire un partito politico.

La sconfitta dei partiti di opposizione tradizionali fornisce una prova indiretta della richiesta di questa alternativa. La loro incapacità di superare la soglia elettorale del 3% dimostra quanto profonda sia la sfiducia nei confronti della classe politica nel suo complesso. Si tratta di una situazione che ricorda una crisi di egemonia: i partiti esistenti perdono la capacità di rappresentare gli interessi sociali o di ottenere il consenso.

Kagarlitsky collega il successo della destra alla ritirata della sinistra e alla sua perdita di connessione con la base sociale, mentre Ishchenko analizza la crisi di rappresentanza che ha spianato la strada a Zelensky. Lo spazio politico lasciato libero non è necessariamente occupato da forze che offrono un’alternativa socialista. L’organizzazione orizzontale non garantisce la superiorità in ogni situazione. In Serbia, tuttavia, ha contribuito a sostenere una mobilitazione e una partecipazione prolungate al di là delle divisioni partitiche consolidate.

La vittoria porta con sé una nuova sfida: si potranno preservare la partecipazione e la responsabilità nel processo decisionale di governo? Non è ancora chiaro se la Lista Studentesca si trasformerà in un partito, rimarrà una coalizione o si disgregherà. La vittoria sul governo personalizzato acquisirà un significato ancora più profondo se la nuova organizzazione eviterà di riproporre lo stesso modello.

La vittoria apre nuove possibilità

L’importanza della vittoria studentesca non va né sopravvalutata né sottovalutata. Un radicale cambio di governo non garantisce, di per sé, una profonda trasformazione socioeconomica, né tantomeno l’attuazione del programma moderato proposto dai vincitori. Il movimento deve ancora dimostrare la sua capacità di trasformare una maggioranza parlamentare in un cambiamento duraturo.

Permangono i rischi di frammentazione, concentrazione del potere e rinnovata egemonia di un leader dominante. Antonio Gramsci descriveva la crisi come una situazione in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere; in questo interregno emergono fenomeni morbosi. La rimozione del precedente gruppo al potere non crea, di per sé, un ordine democratico. Il calo della partecipazione pubblica e l’acuirsi dei dissensi potrebbero aprire la strada a una soluzione bonapartista: l’ascesa di un leader che promette di conciliare interessi divergenti in nome della società nel suo complesso.

Il governo dovrà affrontare la resistenza di consolidate reti di influenza, vincoli di bilancio e pressioni esterne. La posizione periferica della Serbia limita il suo margine di manovra, ma non impone un’unica strada. La questione è quali interessi saranno tutelati negli inevitabili compromessi e chi sarà in grado di influenzare le decisioni. La direzione e la portata dei futuri cambiamenti restano ancora da definire.

Ciò rende ancora più significativo quanto già realizzato. Un movimento di massa ha sconfitto un governo con risorse di gran lunga superiori, un dominio sui media e anni di esperienza nel confronto con l’opposizione. Inoltre, questa svolta politica si è dimostrata possibile senza un peggioramento delle difficoltà economiche: l’aumento dei redditi non ha spento le richieste di giustizia, democrazia e responsabilità del governo. Per la sinistra, questo significa che la possibilità di una mobilitazione di massa non può essere legata esclusivamente alla crisi economica.

Tuttavia, anche il percorso verso la vittoria era importante. Le limitate libertà democratiche della Serbia offrivano comunque degli spiragli per l’organizzazione, la mobilitazione pubblica e la sfida elettorale. Negli stati più profondamente autoritari, come la Russia, questi canali sono in gran parte chiusi, bloccando di fatto una simile svolta pacifica attraverso le elezioni. La sinistra ha quindi un interesse diretto a difendere ed espandere la democrazia in un sistema capitalista, a smascherare gli sviluppi autoritari e a costruire ampie coalizioni contro di essi.

Tale cooperazione non implica necessariamente l’abbandono di un programma socialista indipendente. I diritti democratici sono essi stessi conquiste delle lotte dei lavoratori e dei loro alleati; difenderli significa preservare le condizioni affinché tali lotte possano ulteriormente svilupparsi. La questione ora è come verrà sfruttata l’apertura politica: se la partecipazione si estenderà ai luoghi di lavoro, se i lavoratori acquisiranno influenza sugli investimenti e sulla distribuzione e se le richieste di trasparenza raggiungeranno il potere economico stesso.

Anche se le riforme della Serbia rimangono nell’ambito di una socialdemocrazia moderata, l’esperienza dell’azione collettiva può rafforzare le capacità necessarie per lotte di più ampio respiro. La vittoria non garantisce una società più giusta e umana, ma apre la strada alla lotta per raggiungerla.


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