DI SVAMINI HAMSANANDA GHIRI UNIONE INDUISTA ITALIANA (UII)

In sintesi:

Svāminī Hamsananda Ghirī, vice presidente dell’Unione Induista Italiana- Sanatana Dharma Samgha, interviene in sette punti sulla vicenda che ha coinvolto una delegazione BAPS e le lavoratrici della Torre Eiffel, esprimendo il profondo disappunto dell’UII per quanto accaduto.

Una riflessione che parte dalla difesa rigorosa della libertà religiosa, ma ne individua con altrettanta chiarezza il limite nel rispetto della dignità e della libertà altrui. Hamsananda Ghiri richiama inoltre la necessità di non identificare una singola organizzazione con il vasto e plurale universo dell’induismo e affronta, dall’interno della tradizione induista, il tema della dignità della donna, del significato autentico dei voti monastici e della responsabilità del dialogo interreligioso.

Sette punti per ribadire un principio essenziale: la libertà di vivere integralmente la propria scelta religiosa non può trasformarsi nella richiesta che siano gli altri — e in questo caso le donne — a subirne le conseguenze.

Egregio Direttore,

Mi permetto di scriverLe in risposta all’articolo pubblicato dalla Vostra Redazione e, per esteso, in replica a quanto si è verificato alla Tour Eiffel lo scorso 6 settembre, che ha coinvolto una delegazione del movimento BAPS. 

L’Unione Induista Italiana è un Ente religioso no-profit firmatario di Legge di Intesa (Legge 31 dicembre 2012 numero 246), che tutela e rappresenta gli induisti in Italia.

Premessa:

Quanto accaduto alla Torre Eiffel mi indigna profondamente.

Come monaca, saṃnyāsinī, come donna, e come Vicepresidente dell’Unione Induista Italiana, difendo senza esitazione la libertà religiosa e il diritto di ogni persona a seguire anche la più rigorosa disciplina spirituale. Ma la libertà religiosa riguarda ciò che scegliamo di imporre a noi stessi: non può diventare il diritto di imporre agli altri le conseguenze delle nostre convinzioni. Il “non nuocere” alcun essere vivente è il più alto dei dharma.

Esprimo in sette punti le mie osservazioni.

1 punto. Il movimento denominato BAPS – (Bochasanwasi Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha).  BAPS non èl’Induismo.

Mi indigna che quanto accaduto alla Tour Eiffel venga genericamente attribuito agli «indù» o all’induismo nel suo complesso. 

La BAPS è una organizzazione specifica della corrente Swaminarayan e le sue discipline particolari non rappresentano l’immenso e plurale universo delle millenarie tradizioni indù. 

2 punto. La libertà religiosa ha un limite: la libertà e la dignità dell’altro.

Il rispetto della libertà religiosa non può significare cancellazione della dignità e della libertà altrui. Essa termina là dove pretende di trasformare l’altro nell’oggetto della propria disciplina.

Proprio perché le minoranze religiose, compreso l’induismo, subiscono discriminazioni, bisogna difendere la libertà religiosa nel suo significato autentico. 

Anche il dialogo interreligioso autentico non può consistere nell’accettazione indiscriminata di qualsiasi comportamento in nome della religione. Esso richiede rispetto, conoscenza reciproca e anche il coraggio di dire, quando necessario, che una determinata scelta è incompatibile con la dignità che riconosciamo a ogni essere umano.

Rispetto e difendo pienamente il diritto di ogni tradizione religiosa e di ogni ordine monastico a stabilire discipline ascetiche anche molto rigorose, ma un voto religioso obbliga chi lo pronuncia, e non può nuocere ad alcuno, altrimenti violerebbe i principi fondanti dell’induismo racchiusi nel dharma.

Ma, allo stesso tempo, difenderò con la stessa forza la donna alla quale qualcuno chiedesse di farsi da parte perché quel voto possa essere osservato. Una donna non può essere trasformata in una minaccia alla purezza di un monaco.

3 punto. Esperienza personale  a Londra.

Io stessa ho vissuto qualcosa che oggi, alla luce di questa vicenda, considero significativo.

Visitai il tempio BAPS di Londra con una delegazione europea di rappresentanti di diverse tradizioni indù. Con mia grande sorpresa, fui accompagnata a visitare magazzini e saloni vuoti terminando “il tour” al negozio di articoli religiosi. Nel frattempo, a mia insaputa, i rappresentanti uomini della delegazione partecipavano a un incontro dal quale rimasi esclusa. 

Non protestai: ero ospite e rispettai le regole della casa. Rimasi calma, ma stupita e indignata!

4 punto: Le mie riflessioni sul monachesimo.

Da monaca (saṃnyāsinī) mi interrogai allora, e continuo a interrogarmi oggi, sul significato stesso della castità (brahmacarya). Se la castità di un monaco deve essere custodita soltanto attraverso una moltiplicazione di divieti, separazioni e rimozioni della presenza femminile, quale conquista interiore testimonia quella castità? 

La castità non può ridursi alla semplice assenza fisica dell’altro sesso. La disciplina esteriore può certamente sostenere il cammino ascetico, ma il suo fine dovrebbe essere il dominio della mente e dei sensi, la purezza dello sguardo, la libertà dal desiderio e dalla possessività.

Una donna non può essere trasformata in una minaccia alla purezza di un monaco.

Le scritture indù insegnano ai monaci di rivolgere lo sguardo alla donna come madre o come sorella, e a riconoscere nell’altro non un oggetto del desiderio, ma una persona nella quale dimora lo stesso Sé divino (Ātman).

Il controllo della mente è fondamentale. Se la presenza di una donna deve essere cancellata perché l’uomo possa rimanere casto, il problema non è la presenza della donna: è lo sguardo che ancora non ha imparato a vederla diversamente.

5 punto. La prospettiva indù. Non soltanto diritti civili, ma valori fondamentali religiosi: il dharma

Non abbiamo bisogno di ricorrere soltanto alla laicità francese o al diritto europeo per condannare una discriminazione. 

L’Īśā Upaniṣad, una delle più importanti Scritture sacre, recita: “Colui che vede tutti gli esseri nel Sé e il Sé in tutti gli esseri, non prova avversione verso nessuno.”

La mia condanna, il mio sdegno non nascono soltanto dalla sensibilità in favore dei diritti delle donne. Nascono dal dharmastesso. Una delle intuizioni più profonde dell’induismo è riconoscere l’Uno nella pluralità e il Sé nell’altro. Non posso proclamare questa unità metafisica e poi discriminare, emarginare, svilire … “chiedere a una donna di diventare invisibile!”.

6 punto. La donna nell’induismo: differenza senza disuguaglianza.

L’universo religioso indù, pur con tutte le contraddizioni prodotte dalla storia e dalle società umane, ha saputo concepire il Divino Femminile non solo come Madre, come energia creatrice, Śakti; ma come un Dio che è anche donna. Ha riconosciuto donne veggenti e sapienti nei Veda; ha custodito la voce di filosofe e ascete come Gārgī e Maitreyī nelle Upaniṣad e conosciuto, lungo i secoli, donne ascete (yoginī) maestre e monache (saṃnyāsinī).

Nell’induismo la donna non è semplicemente assimilata all’uomo, ma rappresenta l’altra metà di quella polarità che sostiene e rende possibile l’intera manifestazione. È qualcosa di ancora più profondo: uguaglianza non significa uniformità. Le differenze si completano e manifestano la ricchezza inesauribile dell’Uno attraverso il molteplice.

7. punto. L’Unione induista italiana, il nostro impegno: trent’anni per una cultura del rispetto.

Questo episodio ci fa riflettere sul duro lavoro che stiamo svolgendo, anche a favore delle donne, per una cultura del rispetto e per un vero riconoscimento della dignità “dell’altro”. 

La grandezza di una tradizione spirituale non si misura dalla monumentalità dei suoi templi, dalla ricchezza delle sue strutture o dalla sua influenza. Si misura dalla capacità di trasmettere valori, di riconoscere la dignità dell’altro. L’opulenza non può trasformare l’adharma (l’opposto del dharma) in dharma.

Le religioni, tutte le religioni, devono avere il coraggio di riconoscere e contrastare le forme di misoginia che la storia ha depositato al loro interno. 

Le religioni sono state condizionate dalle culture e dalle società nelle quali vivono e tutte devono avere il coraggio di distinguere tra ciò che appartiene al nucleo spirituale e ciò che è sedimentazione di condizionamenti storici e sociali.

Nella sua spiritualità più profonda, l’induismo riconosce il sacro in Tutto, in ogni forma dell’esistenza. Le discriminazioni, le violenze e le aberrazioni di genere che ancora emergono dai dati sociali dell’India — come, purtroppo, accade in molti Paesi del mondo — non possono essere identificate con l’induismo né assunte come espressione dei suoi principi spirituali.

Le aberrazioni sociali dell’India non sono l’induismo, così come le violenze, gli abusi e le discriminazioni delle società occidentali non sono il cristianesimo.

In fede,


Svamini Hamsananda Ghiri              


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