Mentre Trump cerca di riaprire il dialogo con Kim Jong-un, la Corea del Sud si ritrova stretta tra lee pressioni americane e il rischio di essere trascinata nella guerra contro l’Iran.
Un mese fa Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre le esercitazioni militari congiunte annuali con la Corea del Sud, accusando Seul di non aver voluto sostenere Washington nel conflitto con l’Iran e richiamando i suoi rapporti positivi con il leader nordcoreano Kim Jong-un.
La decisione ha avuto conseguenze immediate. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield, iniziate il 17 agosto e inizialmente previste fino al 27, sono state accorciate a soli cinque giorni. Anche alcune attività sul campo sono state ridotte, cancellate o trasformate in simulazioni.
Seul si è così ritrovata in una posizione estremamente delicata. Da una parte, la Corea del Sud è uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia: sul suo territorio sono dispiegati circa 29.000 militari americani e la sicurezza del Paese dipende in larga misura dalla deterrenza statunitense nei confronti della Corea del Nord. Dall’altra, il governo sudcoreano non vuole essere trascinato in una guerra contro l’Iran che non considera una propria guerra e che è molto impopolare nell’opinione pubblica.
La situazione è ulteriormente complicata dalla posizione geografica ed economica della Corea del Sud. Il Paese dipende dal Golfo Persico per una quota compresa tra il 60 e il 70 per cento delle proprie importazioni di petrolio. La guerra e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno quindi colpito direttamente l’economia sudcoreana, facendo aumentare i costi energetici e alimentando l’inflazione. Seul ha interesse a riaprire il passaggio, ma non necessariamente a partecipare alle operazioni militari americane contro l’Iran. Al Jazeera descrive proprio questa contraddizione come una delle ragioni per cui la Corea del Sud rischia di rimanere “intrappolata” nel conflitto.
Per questo Seul sta cercando una soluzione intermedia. Il governo ha valutato la possibilità di contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz attraverso mezzi non direttamente impegnati nei combattimenti: aerei da pattugliamento marittimo, sistemi per individuare e rimuovere mine, squadre di ricerca e soccorso e unità per la gestione degli ordigni inesplosi. Si tratterebbe, almeno formalmente, di un’operazione per proteggere la libertà di navigazione, non di un’adesione alla guerra americana contro Teheran.
Anche questa soluzione, però, presenta rischi enormi. L’Iran ha avvertito che qualsiasi presenza militare straniera nel Golfo o nello Stretto di Hormuz verrebbe considerata un sostegno diretto all’aggressione americana e avrebbe “gravi conseguenze”. Teheran ha inoltre ricordato i suoi 64 anni di relazioni diplomatiche con Seul, lasciando intendere che un coinvolgimento sudcoreano potrebbe danneggiare seriamente i rapporti bilaterali. The Guardian ha riferito che il governo sudcoreano ha negato l’esistenza di una decisione definitiva, pur confermando che le opzioni sono allo studio.
Questa settimana Seul ha inviato negli Emirati Arabi Uniti una squadra composta da funzionari della Difesa e degli Esteri per valutare le condizioni di sicurezza, le basi e i porti della regione. La missione indica che la Corea del Sud sta prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di inviare truppe sud-coreane a sostegno delle operazioni statunitensi per l’apertura dello stretto. Questi sviluppi hanno portato a episodi di protesta nella società civile sud coreana.
Il clima politico sudcoreano mostra quanto la fiducia nell’alleanza americana stia iniziando a vacillare. Il 7 settembre Kim Min-seok, leader del Partito Democratico al governo ed ex primo ministro, ha dichiarato davanti all’Assemblea nazionale che “l’epoca in cui la Corea del Sud poteva fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti è finita”. Secondo Kim, Seul deve sviluppare una maggiore autonomia militare e strategica, mantenendo l’alleanza con Washington ma diversificando i propri rapporti economici, tecnologici e diplomatici. La frase non equivale a una rottura con gli Stati Uniti, ma riflette la crescente convinzione che la sicurezza sudcoreana non possa più dipendere interamente dalle decisioni di una sola potenza straniera.
Ma nella decisione di Donald Trump di ridurre la durata delle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud potrebbero esserci anche altri calcoli.
La mossa americana si colloca infatti dentro una storia più lunga: da decenni diversi presidenti statunitensi cercano di ridurre il costo e l’estensione della presenza militare in Corea del Sud. Allo stesso tempo, l’eventuale riapertura del dialogo con la Corea del Nord potrebbe restituire alla Cina un ruolo diplomatico centrale nella penisola coreana.
Una riduzione che viene da lontano
Come ripercorre Asia Times, la presenza militare americana in Corea del Sud non era stata concepita, all’inizio, come un impegno permanente.
Dopo la sconfitta del Giappone nel 1945, la penisola coreana venne divisa in due zone di occupazione: quella settentrionale sotto influenza sovietica e quella meridionale sotto controllo americano. Nel 1949, pochi mesi prima dell’invasione nordcoreana, gli Stati Uniti ritirarono le truppe rimaste, mantenendo soltanto una presenza di consulenza militare.
Washington considerava allora il Giappone e le Filippine più importanti per la propria strategia asiatica. La Corea del Sud non era ancora percepita come un perno indispensabile dell’ordine americano nel Pacifico.
La guerra di Corea, iniziata nel 1950, cambiò completamente questa valutazione. Da quel momento la presenza americana nella penisola divenne permanente. Dopo la guerra, le relazioni tra Washington e Seul furono istituzionalizzate attraverso il Trattato di mutua difesa.
Ma, anche durante la Guerra fredda, diversi presidenti americani tentarono di ridurre il contingente. Dwight Eisenhower ordinò una riduzione graduale delle forze americane. Nel 1971 Richard Nixon ritirò circa 20.000 soldati nell’ambito della cosiddetta Dottrina Nixon, secondo cui gli alleati degli Stati Uniti avrebbero dovuto assumersi una responsabilità maggiore nella propria difesa.
Il tentativo più radicale fu quello di Jimmy Carter. Durante la campagna elettorale e poi una volta entrato alla Casa Bianca, Carter propose il ritiro di tutte le forze terrestri americane dalla Corea del Sud.
La proposta scatenò una violenta opposizione all’interno del Congresso e soprattutto tra i vertici militari. Il generale John K. Singlaub, capo di stato maggiore delle forze statunitensi in Corea, arrivò a sostenere pubblicamente che un ritiro nei tempi previsti avrebbe potuto provocare una nuova guerra. Carter lo rimosse dall’incarico, ma le critiche continuarono. Alla fine, il piano fu abbandonato nel 1979, dopo il ritiro di appena 3.600 soldati.
La vicenda contribuì a rafforzare l’immagine di Carter come un presidente indeciso e incapace di controllare la propria amministrazione. Ma il suo progetto non era un’eccezione assoluta. Nel corso dei decenni successivi, la presenza militare americana in Corea continuò lentamente a ridursi.
Nel 1989 il Congresso impose una diminuzione del contingente da 43.000 a 36.000 unità. Nel 2003 George W. Bush ritirò un’altra brigata per impiegarla nella guerra in Iraq.
Oggi le stime collocano il numero dei militari americani in Corea del Sud tra 23.000 e 28.500, probabilmente il livello più basso dalla fine della guerra di Corea.
La mossa di Trump
In questo quadro va letta la recente decisione dell’amministrazione Trump di ridurre da settimane a soli cinque giorni la durata delle esercitazioni militari annuali congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.
Non si tratta di un ritiro delle truppe e nemmeno della fine della presenza statunitense nella penisola coreana. Le esercitazioni, tuttavia, hanno un valore simbolico e strategico rilevante.
Trump ha definito le esercitazioni un segnale inappropriato e provocatorio. Ha inoltre descritto il proprio rapporto con Kim Jong-un come “molto buono”, sostenendo di voler incontrare nuovamente il leader nordcoreano entro la fine del 2026.
La logica ricorda quella del primo mandato presidenziale di Trump, quando il presidente alternò minacce militari e gesti spettacolari di apertura diplomatica. Tra il 2018 e il 2019 Trump e Kim si incontrarono tre volte: a Singapore, ad Hanoi e nella zona demilitarizzata tra le due Coree.
Quegli incontri produssero immagini storiche, ma non un accordo sostanziale. Il vertice di Hanoi si concluse bruscamente quando i due leader non riuscirono a trovare un’intesa sulla revoca delle sanzioni e sul programma nucleare nordcoreano.
Kim, secondo le fonti citate, non avrebbe dimenticato l’umiliazione di quel fallimento. Per tornare al tavolo dei negoziati potrebbe oggi chiedere molto più di quanto chiedesse nel 2019: un allentamento delle sanzioni e, soprattutto, il riconoscimento di fatto della Corea del Nord come potenza nucleare.
Il contesto è inoltre profondamente cambiato.
Negli ultimi anni Pyongyang ha continuato a rafforzarsi sia sul piano militare sia su quello industriale, costruendo al tempo stesso nuovi collegamenti economici e logistici con Russia e Cina.
Il programma nucleare rappresenta il cuore di questo processo. Secondo un’inchiesta della BBC, la Corea del Nord ha costruito a Yongbyon un nuovo impianto per l’arricchimento dell’uranio, un edificio di due piani potenzialmente in grado di ospitare fino a 28 centrifughe. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha inoltre rilevato l’avvio delle attività in un impianto ampliato a Kangson, vicino a Pyongyang.
Si tratta di infrastrutture difficili da individuare e da colpire, che permettono a Kim di aumentare progressivamente la produzione di materiale fissile. La Corea del Nord ha già condotto sei test nucleari, ha sviluppato missili balistici intercontinentali e, secondo le stime citate dalla BBC, potrebbe produrre ogni anno tra 15 e 20 nuove testate. Nel 2022 la nazione si è formalmente dichiarata una potenza nucleare e ha affermato che non rinuncerà mai al proprio arsenale.
Il rafforzamento nordcoreano non riguarda però soltanto le bombe e i missili. La guerra in Ucraina ha consentito a Pyongyang di trasformare il proprio rapporto con Mosca in una partnership strategica. La Corea del Nord ha fornito alla Russia munizioni, razzi, missili e soldati, ricevendo in cambio risorse, tecnologia e un rapporto politico molto più stretto.
Questa cooperazione sta producendo anche nuove infrastrutture. Il 7 settembre Russia e Corea del Nord hanno inaugurato il primo ponte stradale diretto tra i due Paesi, sul fiume Tumen, collegando la città russa di Khasan con la zona nordcoreana di Rason. Il ponte dovrebbe facilitare il trasporto di merci e, in un secondo momento, di passeggeri. Formalmente viene presentato come un progetto commerciale e turistico, ma potrebbe diventare anche un corridoio logistico per il trasferimento di personale, lavoratori e materiali militari.
Parallelamente, Pyongyang sta ricostruendo i propri legami con Pechino. Dopo anni di rapporti più freddi, aggravati dalla pandemia e dai test nucleari nordcoreani, la Cina ha iniziato dalla fine del 2025 a riavvicinarsi al governo di Kim. La visita di Xi Jinping a Pyongyang nel giugno 2026 ha accelerato questo processo: poco dopo, i due Paesi hanno ripreso i collegamenti ferroviari passeggeri e i voli diretti tra le rispettive capitali.
Anche in questo caso il riavvicinamento sta assumendo una forma fisica. La Corea del Nord sta completando la propria parte del Nuovo ponte sul fiume Yalu, progettato per collegare la città cinese di Dandong con Sinuiju. La Cina aveva terminato la propria sezione già nel 2014, ma Pyongyang aveva lasciato il ponte incompiuto per oltre dieci anni, in un periodo segnato dalle tensioni sul programma nucleare nordcoreano.
Secondo Reuters, i lavori sul lato nordcoreano sono ora quasi terminati. Il ponte era stato concepito per collegare le zone di libero scambio di Dandong e Sinuiju e avrebbe dovuto favorire l’apertura economica della Corea del Nord. Il suo completamento potrebbe quindi rilanciare commercio, turismo e scambi di lavoratori, ma anche rafforzare la capacità di Pechino di reinserire Pyongyang nella propria sfera economica.
Kim, quindi, non si presenta più ai negoziati nella stessa posizione del 2018. Ha a disposizione più relazioni internazionali, più strumenti di pressione e un programma nucleare più avanzato.
Anche per questo Pyongyang non ha accolto con entusiasmo la riduzione delle esercitazioni. Kim Yo-jong, sorella e importante consigliera del leader nordcoreano, ha dichiarato che la politica americana nei confronti della Corea del Nord non sarebbe cambiata. Secondo Pyongyang, ridurre le esercitazioni non equivale a rinunciare alla pressione militare.
Negli stessi giorni la Corea del Nord ha inoltre testato più di dieci missili balistici a corto raggio, spingendo le autorità sudcoreane a convocare una riunione di sicurezza d’emergenza.
Il messaggio è chiaro: Kim non vuole apparire come un leader che torna al dialogo perché Washington gli ha concesso una piccola apertura. Vuole presentarsi come il capo di una nazione dotata di armi nucleari e che può negoziare da una posizione rafforzata.
La Cina vuole tornare al centro
È proprio qui che entra in gioco Pechino.
Secondo fonti citate dal South China Morning Post, la Cina sarebbe pronta a sostenere gli sforzi credibili per riaprire il dialogo tra Trump e Kim. Ma Pechino non vuole limitarsi a osservare gli eventi da lontano. Vuole partecipare attivamente alla diplomazia della penisola e mantenere un ruolo centrale in qualsiasi futuro negoziato.
La Cina avrebbe addirittura valutato la possibilità di facilitare un quarto incontro tra Trump e Kim, forse a margine del vertice dell’APEC previsto a Shenzhen in novembre. La partecipazione di Trump al vertice sarebbe considerata quasi certa e, già ad agosto, un inviato americano avrebbe visitato Shenzhen e Hangzhou per preparare il possibile incontro.
Pechino, tuttavia, non sembra disposta a organizzare un vertice puramente simbolico. Prima di muoversi, vuole capire quali risultati concreti Washington intenda raggiungere.
La Cina teme infatti che un incontro Trump-Kim si trasformi in una nuova operazione mediatica senza conseguenze diplomatiche. Ma vede anche Pyongyang come una leva utile nei rapporti con gli Stati Uniti. La Corea del Nord può contribuire a ridurre la pressione americana sulla Cina, complicare la strategia di Washington nell’Asia-Pacifico e rendere più difficile il consolidamento di un fronte regionale guidato dagli Stati Uniti.
Per questo Pechino potrebbe essere interessata a favorire il dialogo, ma soltanto a condizione che i propri interessi siano tutelati.
da Dazibao
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