Oltre EV, batterie e panelli solai, la Cina oggi vende sempre di più l’infrastruttura su cui funzionerà l’economia dell’intelligenza artificiale.
Da: https://dazibao.substack.com/p/il-china-shock-30-sta-arrivando-e
Nell’estate del 2026 l’Europa sta ancora litigando sui dazi alle auto elettriche cinesi, la punta di diamante del cosiddetto China Shock 2.0. È un dibattito serio: centinaia di migliaia di posti di lavoro nella manifattura tedesca, la sopravvivenza di una filiera che per un secolo è stata il cuore industriale del continente.
Con i “China shock” succede sempre così. Il primo — quello dei vestiti, dei giocattoli— cominciò con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, ma il mondo accademico se ne accorse dodici anni dopo, quando David Autor, David Dorn e Gordon Hanson pubblicarono sulla American Economic Review il loro studio sulla “sindrome cinese”. In un lavoro successivo stimarono che la concorrenza delle importazioni cinesi fosse costata agli Stati Uniti tra i 2 e i 2,4 milioni di posti di lavoro tra il 1999 e il 2011. Quando la politica americana reagì davvero, con i dazi del 2018, il surplus commerciale cinese che aveva provocato quel danno aveva già toccato il picco un decennio prima ed era in ritirata, e il mondo deve affrontare già il secondo shock cinese.
Il secondo shock — auto elettriche, batterie, pannelli solari, i cosiddetti “nuovi tre” dell’export cinese — è stato riconosciuto molto più in fretta, quasi in tempo reale. Non serviva l’econometria per capire che l’industria automobilistica tedesca era in difficoltà. Ma è di questo che l’Europa discute oggi, mentre a Pechino quella partita è considerata sostanzialmente finita e le risorse si sono già spostate altrove.
Perché nel frattempo sta già arrivando qualcos’altro.
A maggio 2026 l’export cinese di circuiti integrati è cresciuto del 111% rispetto all’anno precedente spinto dalla fame planetaria di hardware per l’intelligenza artificiale — come documenta il dettaglio doganale ripreso da Caixin. A giugno la crescita dei semiconduttori è arrivata al 122%, il ritmo più rapido in tredici anni, le esportazioni totali hanno toccato il record assoluto di 412 miliardi di dollari in un mese e il surplus commerciale verso l’Unione Europea ha segnato un massimo storico. Il surplus complessivo cinese è nel frattempo risalito attorno al 7% del prodotto interno lordo: pochissimo sotto i livelli del 2006-2008, cioè del primo shock.
E non si tratta più soltanto di merci che attraversano gli oceani dentro i container.
Il 20 agosto il Brasile ha annunciato 2,3 miliardi di reais per costruire la propria infrastruttura di intelligenza artificiale. Il progetto principale, a Rio de Janeiro, sarà sviluppato con Huawei e iFlytek; un secondo supercomputer dovrebbe invece essere affidato a Nvidia. Brasilia compra tecnologia da entrambe le superpotenze e chiama questa scelta “sovranità tecnologica”.
Negli Stati Uniti, intanto, le aziende che usano OpenRouter, la piattaforma che collega i clienti con modelli AI, hanno indirizzato verso modelli cinesi almeno il 30% dei propri token da febbraio, con picchi del 46%, contro l’11% di un anno prima, semplicemente perché molti modelli aperti cinesi costano dal 60 al 90% in meno di quelli americani di punta.
E poi ci sono i robot. Nel 2025 Unitree ha dichiarato di aver consegnato oltre 5.500 umanoidi, mentre le principali aziende americane ne hanno prodotti poche centinaia. Nel complesso, le imprese cinesi hanno coperto quasi il 90% delle vendite mondiali del settore.
Semiconduttori, infrastrutture di calcolo, modelli linguistici, robotica: settori in cui la Cina era quasi assente quando l’Occidente cominciò a parlare del secondo China Shock. Oggi qualcuno lo chiama “China Shock 3.0”, Goldman Sachs “Go Global 3.0”, la stampa di Pechino “dividendi cinesi”.
Ma il punto è un altro. Il China Shock 3.0 non vende merci. Vende la capacità di costruire l’infrastruttura su cui gireranno le merci, i servizi e i calcoli di tutti gli altri.
E non è caduto dal cielo. È il risultato di decisioni prese quindici o vent’anni fa, quando sembravano marginali e oggi appaiono come tornanti. Questa è la storia di come la Cina ci è arrivata.
- L’integrazione alle condizioni altrui (1978-2008)
Per capire dove sta andando la Cina bisogna partire da come è entrata.
L’apertura comincia nel 1978 come esperimento circoscritto — quattro zone economiche speciali, poi le città costiere — e diventa un fiume di capitale straniero. In quegli anni nasce la formula-chiave del periodo, e la delusione-chiave di quello successivo: 市场换技术, “il mercato in cambio della tecnologia”. Le imprese straniere che vogliono vendere in Cina devono costituire società miste con partner locali; in cambio dell’accesso al mercato più popoloso del mondo, trasferiscono impianti, procedure e competenze. Il settore simbolo è quello automobilistico: Beijing Jeep nasce nel 1983, Shanghai Volkswagen l’anno successivo. Su questa scommessa la Cina costruirà quarant’anni di politica industriale.
Il punto d’arrivo è l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Vale la pena ricordare come è avvenuto, perché la memoria collettiva occidentale lo ha rovesciato: non è stato una concessione strappata, ma un negoziato durissimo in cui Pechino ha accettato impegni più profondi di quelli chiesti ad altri paesi in via di sviluppo, e in più due clausole discriminatorie a tempo — lo status di “economia non di mercato” nei calcoli antidumping e un meccanismo di salvaguardia specifico per le merci cinesi. La Cina è entrato nel sistema commerciale globale da membro di seconda classe, e lo sapeva.
E si è integrato dal basso. È il dato che la parola “shock” tende a nascondere: nel decennio del primo China shock la Cina non era la protagonista della propria industrializzazione. Il commercio di lavorazione — importare componenti, assemblarli, riesportarli — aveva toccato il 64% del commercio totale nel 1997. Le imprese a capitale estero hanno passato dal 31% delle esportazioni cinesi nel 1995 a oltre il 58% nel 2005. Le fabbriche erano in Cina; i profitti, i marchi e i brevetti erano altrove.
L’esempio canonico lo hanno fornito nel 2010 Yuqing Xing e Neal Detert studiando l’iPhone 3G. Il telefono usciva dalla fabbrica cinese con un costo di produzione di 179 dollari, interamente contabilizzati come esportazione cinese verso gli Stati Uniti. Il valore aggiunto in Cina — l’assemblaggio — era di 6,5 dollari. Il valore stava alle due estremità della catena — progettazione e marchio — mentre il margine era schiacciato nel mezzo, dove stava la manifattura pura. La Cina occupava il punto più basso della curva per costruzione, non per incidente: era il posto che le era stato assegnato dall’architettura della globalizzazione, ed era il prezzo d’ingresso che aveva accettato di pagare.
Nonostante la Cina occupasse una posizione svantaggiata nella catena del valore, il China Shock 1.0 misurava un danno reale e concentrato: 2 e i 2,4 milioni di posti di lavoro persi negli Stati Uniti, ma lo studio di David Autor, David Dorn e Gordon Hanson dimostra che il bersaglio analitico non era la Cina: era l’assenza, negli Stati Uniti, di ammortizzatori, riqualificazione e politica industriale capaci di assorbire uno shock localizzato. Che quell’argomento sia poi diventato, nel discorso pubblico americano, l’accusa alla slealtà cinese anziché la critica alle proprie scelte interne, è una delle traduzioni più consequenziali della storia economica recente. Ha condizionato la reazione occidentale a tutti gli shock successivi.
Poi è arrivata la crisi del 2008 e il surplus cinese si è contratto rapidamente. Il primo China shock finiva lì, mentre in Occidente la parola cominciava appena a circolare.
Ma la decisione che avrebbe prodotto tutto il resto era già stata presa, due anni prima. - Il tornante: quando Pechino decide di non restare in fondo alla curva (2006-2015)
Nel gennaio 2006 il Consiglio di Stato pubblica il Piano nazionale di medio e lungo termine per lo sviluppo della scienza e della tecnologia, 2006-2020. È il documento che contiene già, in forma di obiettivo numerico, tutto quello di cui l’Occidente discuterà vent’anni dopo: portare la spesa in ricerca e sviluppo al 2,5% del PIL entro il 2020, dall’1,34% del 2005; far salire oltre il 60% il contributo del progresso tecnico alla crescita; e ridurre sotto il 30% la dipendenza dalla tecnologia importata. Attorno a queste cifre viene costruito l’apparato dei “megaprogetti”: una ventina di programmi verticali su settori scelti uno per uno, dai circuiti integrati agli aerei di linea alle attrezzature per la produzione di semiconduttori.
La parola d’ordine è 自主创新, “innovazione indigena” — un concetto che nasce sotto Hu Jintao, non sotto Xi Jinping, dettaglio che smonta buona parte delle narrazioni occidentali secondo cui la svolta tecnologica cinese sarebbe un’invenzione dell’ultimo decennio. Ed è una parola d’ordine che nasce da un fallimento riconosciuto.
Il fallimento è quello del “mercato in cambio della tecnologia”. Dopo trent’anni di società miste, il settore automobilistico cinese sapeva assemblare qualunque cosa e non sapeva progettare quasi niente. Su questa faccenda ho gia ricostruito e approfondito in un’altro articolo in questo blog:
Il motivo è strutturale, ed è stato analizzato con lucidità da studiosi cinesi come Feng Kaidong: la joint venture era troppo redditizia per essere abbandonata e troppo asimmetrica per insegnare. Il partner straniero forniva il progetto, il partner cinese forniva l’accesso al mercato, entrambi guadagnavano, e il partner cinese non aveva alcun incentivo a sostenere i costi e i rischi di sviluppare capacità proprie — anzi, sviluppandole avrebbe messo a repentaglio la rendita. Produrre non insegna a innovare: sono due capacità organizzative diverse, e la seconda non discende automaticamente dalla prima. Non a caso, i marchi cinesi che oggi contano nell’auto — Geely, Chery, BYD — nascono tutti fuori dal sistema delle società miste, spesso contro di esso.
Il 2006 è dunque il momento in cui Pechino formalizza una diagnosi: la posizione occupata nella divisione internazionale del lavoro non è una tappa verso l’alto, è un punto di equilibrio stabile. Nessuno regala le tecnologie che determinano la potenza economica e la sicurezza nazionale; e la specializzazione nell’assemblaggio, se lasciata a sé stessa, si autoperpetua. Uscirne richiede una decisione politica, non un processo di mercato.
Da lì la sequenza è lineare. Nel 2010 il Consiglio di Stato individua sette “industrie strategiche emergenti” — risparmio energetico e ambiente, nuova generazione di tecnologie dell’informazione, biotecnologie, macchinari di fascia alta, veicoli a nuova energia — e fissa l’obiettivo di portarle a una quota consistente del PIL entro il decennio. Nel 2014 nasce il Fondo nazionale per l’industria dei circuiti integrati, il cosiddetto Big Fund, dotato in prima tranche di quasi 140 miliardi di yuan. Nel 2015 arriva Made in China 2025, che non introduce concetti nuovi ma sistematizza gli obiettivi già fissati nel piano del 2006 assegnando dieci settori prioritari e quote di contenuto domestico.
Vale la pena notare cosa stava facendo l’Occidente negli stessi anni. Dal 2008 al 2015 il dibattito americano sul China shock era concentrato sui posti di lavoro già perduti nel tessile e nei mobili, e la risposta politica — quando arrivò — furono i dazi del 2018 su categorie merceologiche che appartenevano alla fase precedente.
Il secondo shock stava per cominciare, e aveva tre prodotti e un nome: 新三样, i “nuovi tre” — veicoli elettrici, batterie al litio, fotovoltaico. È la prima volta che la politica industriale cinese produce non capacità produttiva ma leadership tecnologica, e vale la pena capire come ha funzionato, perché il meccanismo è lo stesso che vedremo all’opera nel terzo shock.
Il metodo è noto oggi: ingresso largo, selezione brutale. Sussidi, crediti agevolati e licenze di produzione concesse con generosità dalle amministrazioni locali, ciascuna desiderosa del proprio produttore di auto elettriche. Il risultato è stata una bolla: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia oltre cinquecento aziende si sono buttate nel settore, molte prive di tecnologia, filiera o scala. A fine 2020 la fotografia era desolante: su circa trecento produttori registrati solo ottantanove producevano davvero, con impianti utilizzati al 5% della capacità.
Poi Pechino ha cominciato a ritirare i sussidi, BYD e Tesla hanno scatenato guerra dei prezzi, e la selezione ha fatto il suo lavoro: circa il 90% dei primi entranti è stato spazzato via. Lo Stato aveva creato il mercato; il mercato ha poi punito senza pietà i deboli. Quando i sopravvissuti hanno cominciato a espandersi sui mercati mondiali, arrivavano con strutture di costo, catene di fornitura e velocità di sviluppo che gran parte dei concorrenti stranieri faticava a eguagliare.
Nel fotovoltaico lo stesso meccanismo ha prodotto l’effetto più consequenziale della politica industriale cinese: il crollo del costo dell’energia solare, che è oggi la fonte elettrica più economica mai esistita nella storia umana. È un fatto su cui torneremo, perché è il caso più forte a favore della tesi che i “China shock” abbiano prodotto benefici globali e non solo danni.
Il primo shock aveva colpito il Midwest americano; il secondo colpisce l’industria automobilistica europea, il cuore occupazionale e simbolico della manifattura tedesca. Questa volta l’allarme è stato dato in tempo reale, e l’Unione Europea ha reagito con i dazi compensativi del 2024. Solo che lo sguardo della Cina si è già spostato altrove, tanto che nel piano quinquennale 2026-2030 i veicoli elettrici non compaiono più nell’elenco delle industrie strategiche emergenti.
3. Le sei reti: la domanda interna che fabbrica lo China Shock 3.0
Il 28 aprile 2026 la riunione del Politburo indica sei infrastrutture da costruire in via prioritaria: rete idrica, nuova rete elettrica, rete della potenza di calcolo, rete di comunicazione di nuova generazione, reti sotterranee urbane, rete logistica. Le 六张网, le “sei reti”. Il 9 maggio il Consiglio di Stato traduce l’indicazione in disposizioni operative; il 22 maggio la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme(NDRC) convoca una conferenza stampa per illustrarne contenuti, tempi e finanziamento. Dalla prima menzione alle Due Sessioni al varo esecutivo passano soli due mesi.
Per il 2026 la NDRC stima oltre settemila miliardi di yuan di investimenti nelle sei reti e nei settori collegati. Sul quinquennio: oltre cinquemila miliardi per la nuova rete elettrica, circa cinquemila per le reti sotterranee urbane con settecentosettantamila chilometri di condotte da costruire o rinnovare. La sola State Grid, la compagnia statale per la gestione dei reti di elettricità, ha annunciato quattromila miliardi di investimenti fissi, il 40% in più del quinquennio precedente.
A prima vista sembra il solito keynesismo infrastrutturale cinese, e in parte lo è: va detto senza reticenze che questa è anche politica anticiclica, in un contesto di investimenti fissi in calo nel 2025 e di crisi immobiliare irrisolta, finanziata in larga misura a debito attraverso titoli speciali ultra-lunghi e obbligazioni degli enti locali. Chi legge le sei reti solo come strategia industriale sta guardando metà del quadro.
Ma è l’altra metà a spiegare il terzo shock.
Perché il meccanismo che abbiamo visto all’opera con i “nuovi tre” — lo Stato crea il mercato, il mercato seleziona i sopravvissuti, i sopravvissuti escono nel mondo — richiede un ingrediente che non è né il sussidio né la concorrenza: richiede una domanda interna gigantesca e prolungata. È stato così per l’alta velocità ferroviaria, per il fotovoltaico, per le batterie. Le sei reti sono la stessa operazione applicata all’infrastruttura dell’era dell’intelligenza artificiale: cinque anni di commesse programmate per apparecchiature elettriche, sistemi di trasmissione, raffreddamento di centri di calcolo, automazione, logistica intelligente.
4. Che cosa vende il terzo shock
Il China Shock 3.0 non vende merci. Vende la capacità di costruire l’infrastruttura su cui gireranno le merci, i servizi e i calcoli di tutti gli altri.
Il modo più concreto per capirlo è guardare un oggetto che nessuno considerava interessante fino a tre anni fa: il trasformatore elettrico. È l’apparecchio che converte l’alta tensione in bassa tensione, e oggi è il collo di bottiglia dell’intera economia mondiale dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 la Cina ne ha esportati per 64,6 miliardi di yuan, circa 9,3 miliardi di dollari, il 36% in più dell’anno precedente: un record assoluto, secondo i dati doganali. E il prezzo medio unitario è salito di circa un terzo.
L’accelerazione del 2026 è ancora più netta. Nei primi due mesi dell’anno le esportazioni cinesi di trasformatori sopra i 10 megavoltampere sono cresciute del 61% su base annua, e quelle dirette agli Stati Uniti del 182%, toccando il massimo storico. Nel primo trimestre il valore complessivo delle esportazioni di trasformatori ha raggiunto 13,8 miliardi di yuan, +43%. Il quadro strutturale spiega perché: il deficit mondiale di offerta di trasformatori è stimato attorno al 30%, i tempi di consegna dei produttori europei e americani vanno da un anno e mezzo a quattro anni, e la Cina detiene circa il 60% della capacità produttiva globale.
Il dato che chiude il ragionamento è americano. Le importazioni statunitensi di trasformatori di grande potenza dalla Cina sono passate da meno di 1.500 unità nel 2022 a oltre 8.000 nel 2025. E nonostante questo, circa metà dei centri di calcolo programmati negli Stati Uniti per quest’anno è destinata a subire ritardi o cancellazioni, proprio per la mancanza di componenti elettrici — mentre Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft si preparano a spendere oltre 650 miliardi di dollari in capacità di calcolo. Il boom americano dell’intelligenza artificiale, cioè il progetto industriale su cui gli Stati Uniti stanno scommettendo la propria supremazia tecnologica, dipende materialmente dalla capacità manifatturiera del paese che quella supremazia dovrebbe contrastare.
Attorno ai trasformatori c’è tutto il resto. I dati dell’Ufficio nazionale di statistica per il periodo gennaio-luglio 2026 mostrano la produzione di stampanti 3D in crescita del 52,3%, quella di batterie al litio del 40,2%, quella di robot industriali del 28,5%, con i prodotti meccanici ed elettronici arrivati al 63,8% delle esportazioni totali. Goldman Sachs, dal canto suo, mappa undici direttrici di prodotto — alimentazione elettrica per centri di calcolo, raffreddamento, componentistica di rete, automazione industriale, robotica — con mercati potenziali compresi fra 12 e 212 miliardi di dollari al 2030.
5. Perché questo shock è diverso
La prima riguarda l’oggetto. Nel primo shock la Cina esportava merci di consumo a basso valore aggiunto, prodotte in larga parte da imprese straniere insediate sul suo territorio. Nel secondo esportava prodotti finiti complessi — un’automobile, un pannello, una batteria — questa volta di imprese proprie. Nel terzo esporta beni capitali e capacità sistemica: impianti che restano, che vanno manutenuti, aggiornati, integrati. Chi vende una batteria conclude una transazione; chi costruisce l’infrastruttura di calcolo di un paese stabilisce una relazione ventennale.
La seconda riguarda la direzione della spinta. I primi due shock sono stati fenomeni di offerta: la Cina produceva a costi che nessuno poteva pareggiare, e il mondo assorbiva, spesso subendo. Il terzo, almeno nella sua componente principale, funziona al contrario. Il boom mondiale dell’intelligenza artificiale ha creato una domanda di hardware fisico — trasformatori, quadri elettrici, sistemi di raffreddamento, gruppi di continuità — che l’industria occidentale non è in grado di soddisfare nei tempi richiesti, perché quelle capacità produttive le ha dismesse trent’anni fa considerandole a basso valore aggiunto. Non è la Cina che bussa alla porta: è il mondo che si accorge di non avere alternative.
Il caso dei modelli linguistici lo dimostra in modo ancora più netto, perché lì non c’è nemmeno un problema di capacità produttiva: le aziende americane scelgono modelli cinesi per pura convenienza economica, liberamente, contro l’indirizzo politico esplicito del proprio governo.
La terza riguarda il soggetto. Nel primo shock l’attore era l’impresa straniera che usava la Cina come piattaforma di assemblaggio. Nel secondo, l’impresa cinese che conquistava il mercato interno e poi si affacciava all’estero. Nel terzo compare una figura nuova, che Goldman chiama “nata globale”: aziende che trattano il mercato mondiale come teatro principale fin dal primo giorno, senza aspettare la saturazione domestica. Unitree ne è l’esempio più visibile, ma la categoria conta ormai decine di imprese nella robotica, nell’automazione e nell’elettronica di potenza.
C’è poi una quarta differenza, che non riguarda l’economia ma la geografia politica. Il primo shock ha colpito il Midwest americano, il secondo l’industria automobilistica europea: entrambi hanno danneggiato l’Occidente e sostanzialmente ignorato il resto del mondo. Il terzo si rivolge in primo luogo al Sud globale. Il Brasile che costruisce modelli linguistici in portoghese con tecnologia cinese, l’Indonesia, il Golfo, i paesi africani che negoziano infrastrutture di calcolo: sono paesi fino a ieri esclusi dall’accesso a queste tecnologie non per mancanza di volontà, ma perché i prezzi occidentali le rendevano irraggiungibili. Questo cambia la natura politica del fenomeno. Non si tratta più soltanto di un conflitto commerciale fra Cina e Occidente: si tratta di chi fornirà l’infrastruttura digitale a due terzi dell’umanità, con quali standard, in quali lingue, sotto quale giurisdizione.
Lo storico britannico Adam Tooze ha proposto di descrivere questa sequenza di China Shock con il lessico della sismologia: il primo China shock come scossa premonitrice, e ciò che stiamo vivendo negli anni Venti come l’evento principale. È una metafora utile perché corregge l’errore prospettico che la numerazione introduce. Chiamarli 1.0, 2.0, 3.0 suggerisce una serie di episodi confrontabili, mentre si tratta delle fasi successive di un unico processo: la ricollocazione della Cina nella divisione internazionale del lavoro, dal fondo della catena del valore alla fornitura dell’infrastruttura su cui gli altri costruiranno.
In questo senso il terzo shock non è il terzo di una serie. È il momento in cui il processo diventa visibile a occhio nudo, e in cui la posta cambia natura: non più quali merci compriamo, ma su quale infrastruttura funzionerà l’economia mondiale del prossimo mezzo secolo, e chi la costruirà.
Vent’anni fa la Cina esportava camicie e assemblava telefoni progettati altrove, guadagnando sei dollari e mezzo su ognuno. Oggi vende i trasformatori senza i quali i centri di calcolo americani non entrano in funzione, e costruisce in Brasile modelli linguistici in portoghese. Nel mezzo non c’è stato un miracolo, e non c’è stato nemmeno un complotto: ci sono state decisioni politiche prese vent’anni prima che i loro effetti fossero visibili, e la disciplina di tenerle ferme per vent’anni.
La Cina non sta più entrando nell’economia globale alle condizioni degli altri. La sta riorganizzando alle proprie. Che questo sia uno shock o un dividendo dipende, in larghissima misura, da dove si è seduti. Ma capire come è successo — non lamentarsene: capirlo — è la sola condizione per non ritrovarsi, fra dieci anni, a discutere animatamente dello shock precedente.
da: Dazibao
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