di Giuseppe Raspanti

Lampedusa è un magnifico scoglio geograficamente africano, ma amministrativamente italiano, che rappresenta anche il territorio più meridionale dell’Europa, più a sud di Pantelleria, di Malta e di Creta, persino di Tunisi, nel Mediterraneo. Solo le Canarie nell’Atlantico, africane anch’esse ma spagnole di dominazione secolare, si trovano più a sud di circa 10°. Inutile aggiungere che la sua posizione ne abbia fatto nei secoli una postazione strategica e di controllo, senza però raggiungere i livelli di importanza temuti o auspicati.

Lampedusa è un gioiello grezzo, anche se già in parte levigato, che presenta mille sfaccettature, mille riflessi non tutti lucenti e alcuni quasi nascosti, quasi un mosaico tridimensionale prezioso quanto contraddittorio. Un ossimoro complesso fatto di nodi e nascondigli, di esposizioni e di dissimulazioni, perfino di depistaggi. Nodi per tentare di sciogliere i quali non è sufficiente certo un soggiorno di una settimana scarsa come il mio, qualche incontro quasi obbligato e un paio di testimonianze quasi clandestine ottenute, tra l’altro, in un periodo in cui, come dirò, data la ricorrenza, l’attenzione mediatica generale punta l’obiettivo proprio su Lampedusa.

Io ci sono stato appunto, ed era la mia prima volta, agli inizi di ottobre di quest’anno, mescolando le veloci vacanze con gli eventi dedicati alla commemorazione del terribile naufragio del 3 ottobre 2013 in cui annegarono 368 africani, perlopiù etiopi, che volevano raggiungere l’isola per richiedere asilo. Allo stesso tempo, 155 persone sono state salvate da alcuni pescatori, come Costantino Baratta, ma soprattutto dai nottambuli in gita di piacere sulla barca Gamar di Vito Fiorino. Detto per inciso, ma sottolineato in grosso, che i mezzi della Capitaneria, allertati da Vito e i suoi sette amici appena si sono accorti del disastro, verso le 6,35 e sollecitati più e più volte, sono usciti dal porto di Lampedusa, distante 3 o 4 minuti di navigazione dal luogo della tragedia, solo intorno alle 11. Questa lentezza, è bene precisare, non è mai stata oggetto di indagine né allora né successivamente e forse è anche doveroso precisare che i ministeri che potevano vigilare e controllare su episodi di questo tipo, nel governo del piddino Enrico Letta, erano tutti personaggi di Berlusconi: Emma Bonino agli Esteri, Angiolino Alfano agli Interni e Mario Mauro alla Difesa.

Quella del 3 ottobre del ’13 non è stata certo la prima emergenza vissuta a Lampedusa a causa degli sbarchi e, anzi, forse è quella che ricordano meno volentieri, non solo per gli aspetti tragici della vicenda, ma perché è stato quell’episodio che ha inaugurato un binomio tra l’isola e il suo approdo clandestino via mare che i Lampedusani vorrebbero scrollarsi di dosso. Da allora, comunque, il 3 ottobre è stata istituita dalla UE ‘Giornata della Memoria e dell’Accoglienza’, giunta quest’anno, ovviamente, alla XIII edizione. Essa è stata arricchita in due modi quasi contrapposti, quasi in concorrenza.

Da un lato il ‘Comitato 3ottobre’ ha promosso una serie di incontri ed eventi in una kermesse dal titolo ‘Voci del Mediterraneo’ durante la quale, nel luogo fantastico in cui la via principale del paese, via Roma, si affaccia sul porto, sul mare e sul mistero, si sono succeduti accadimenti, di giorno e di sera fino a tardi, di vario spessore e livello (allego locandina per capirci). Sono stati quest’anno, e non ho elementi per credere non sia stato così anche in passato, eventi molto partecipati, sia quelli di spettacolo sia quelli di dibattito. Gli organizzatori sono stati infatti abili, attraverso bandi, inviti e altri mezzi, a coinvolgere, nella costruzione di brevi recite rievocative o di denuncia, in verità pochissime, varie scolaresche di Sicilia, del resto d’Italia, soprattutto meridionale e un paio addirittura d’oltre confine. Tutto ciò ha permesso, quindi, agli organizzatori di avere la platea sempre piena. I lampedusani anche quest’anno, ma su questo motivo mi dilungherò in seguito, non si sono certo fatti vivi in questa estrema punta di Via Roma, affollando invece, assieme ai tanti turisti, la restante, illuminatissima, parte.

Detto che ho evitato ogni cerimonia ufficiale, essendo io allergico alla vuota quanto pomposa magniloquenza di autorità di vario grado e luogo, a quella commozione falsa ma con la prima fila obbligatoria e fotografo personale, personalmente ho assistito all’intervista con l’Albanese, che ha tracciato ovviamente un parallelo tra Mediterraneo e Gaza. In tal modo, ha ribadito i suoi noti concetti che la rendono, giustamente, pessimista e il musical ‘Sotto lo stesso cielo’ allestito e interpretato molto bene da un gruppo di ragazzi di una scuola superiore di Pesaro. Questo istituto marchigiano, come vedremo, è forse l’unico punto di contatto tra l’organizzazione ufficiale e quella ‘off’. Ho visto anche diverse elaborazioni sceniche proposte da ragazzi di varie scuole, ma mi sono parse perlopiù frettolose e scontate. L’unica che mi ha colpito, e non poco, è stato un monologo di un ragazzo di Bari che ha interpretato un naufrago di oggi che viene tratto in salvo, assieme ad altri compagni in condizioni critiche, da una Ong, la Life Support di Emergency. Ad essa viene imposto, invece di approdare a Pozzallo o a Catania, di portare i naufraghi a Bari, quindi a tre giorni pieni di navigazione e i compagni, privi di cure adeguate, muoiono nel tragitto. In tutti i giorni della manifestazione, questo è stato l’unico momento, oltre ovviamente alle parole di Francesca Albanese, in cui si è attualizzato il problema.

Dall’altro lato, ci sono state, autonome e non menzionate dal programma ufficiale, le iniziative di Vito Fiorino, il gelataio milanese trasferitosi laggiù nel 2009 e protagonista del salvataggio incredibile di cui ho già accennato qualcosa. Ecco cosa successe allora. Vito, ex falegname di successo a Milano e ora gelataio di successo su un’isola dove il turismo, nonostante tutto, è in crescita e il popolo lampedusano, me ne sono accorto molto bene adesso, i propri affari li sa fare bene, anche troppo, Vito, dicevo, possiede una barca. Lui stesso, viste le reminiscenze, l’ha comprata in coma e l’ha fatta rinascere e la usa adesso, quindici anni fa, per gite o battute di pesca tra amici. Si crea così, per consuetudine, un gruppo di cinque uomini e tre donne che si definiscono ‘quelli della Gamar’, un gozzo di una decina di metri che può avere a bordo al massimo 9 persone. La sera del 2 ottobre decidono per una battuta alla baia della Tabaccara, una delle insenature più belle e pescose di Lampedusa. Battuta vuol dire stare un po’ a cazzeggiare e tornare con la rete a strascico e dividersi poi il pesce. Sono quasi tutti commercianti, chiudono tardi le attività e partono a mezzanotte. La nottata è talmente bella, magica e, dicono tutti, un po’ strana, che decidono di dormire in mare e tornare con il chiaro. Durante la notte, il primo episodio importante: vedono distintamente una luce blu al largo e, dal momento che per il codice marittimo solo le forze dell’ordine possono usare quelle luci in mare, è segno evidente che qualche pattuglia sta facendo dei controlli. Nessuno a bordo si allarma, sono pratiche quotidiane da tempo, diurne e notturne. Verso l’alba, qualcuno sente degli strani rumori, scartano quasi subito l’ipotesi dei gabbiani e rimangono all’erta, poi, appena rischiara, ecco uno scenario assurdamente sconvolgente. Il pelo dell’acqua è costellato da innumerevoli pallini neri. Non sono bocce o boe, sono teste! Non ci sono urla e anche quando la Gamar, ovviamente, si avvicina ai naufraghi, è un silenzio irreale a far da sfondo alle decine di braccia protese ma con sempre meno forza. Sono tanti, sono troppi, non vogliono morire, ma lo stanno facendo. Dalla barca si sporgono e li afferrano per le braccia, ma hanno tutti il corpo unto dall’olio del motore esploso sul barcone affondato. Quel peschereccio che avrà trascinato con sé sul fondo del mare le centinaia di persone, perlopiù donne e bambini, rimasti intrappolati nella stiva e perfino nei magazzini del pescato. Era partito da Misurata, in Libia, appena il giorno prima. Dalla Gamar lanciano corde e salvagenti e con immane fatica cominciano a imbarcarne uno, due, cinque, sette. Il protocollo e l’omologazione del natante prevederebbe al massimo un ospite, ma come fai a fermarti davanti a un abisso simile? Un abisso di ragione, di cuore, di rabbia, di pietà. Uno di quelli che era con Vito mi ha detto che lo strazio più immane, e ci credo, è stato dover scegliere chi tirar su e chi no. Non ci ha dormito per anni. Quando arrivano a 47, decidono che è ora di smettere, per sicurezza, già in realtà più volte calpestata, per permettere le cure almeno a questi, stremati a infreddoliti. E poi, sono già le 7 passate e dal porto la Capitaneria si starà già muovendo. Seeeee… col cavolo! Anzi, sulla strada del ritorno incrociano una motovedetta delle forze dell’ordine cui propongono di prendere a bordo i naufraghi, essendo l’intento di Vito e compagni quello di tornare sul luogo del naufragio e salvarne altri. Ma dalla motovedetta rispondono picche. Il protocollo non lo prevede. La Gamar torna in porto con il suo prezioso carico di 46 uomini e una donna, tutti eritrei, che nel loro viaggio per terra e per mare hanno visto chissà quante volte la morte in faccia, l’ultima delle quali a poche centinaia di metri dalle coste imperlate di Lampedusa. Dove le mani forti di otto eroi per caso ma veri li hanno però strappati a quell’acqua che per un’ennesima volta nella loro vita è stata salvezza e tormento, angoscia e speranza, come per un doloroso attraversamento. Di sé stessi.

Di quelle 47 persone, che Vito chiama ‘i miei salvati’, solo una si è fermata in Italia, mentre gli altri si sono sparsi per il mondo, soprattutto nel Nord Europa. Da allora, il 3 ottobre tornano a Lampedusa, a trovare i vecchi amici e a commemorare i compagni che non ce l’hanno fatta. I primi anni quasi tutti, poi sempre meno e quest’anno erano forse quattro o cinque. In compenso, arrivano ancora molti parenti degli annegati e dei dispersi, che sono stati una ventina, mentre pochissimi sono i corpi recuperati e ancora senza nome.

Dalla fatidica battuta di pesca del 3 ottobre, Vito Fiorino, ha deciso di cambiare vita e, a differenza degli altri sette ‘salvatori’, si è sentito portatore di una missione, quella di raccontare quella notte. Io l’ho conosciuto a casa di un comune amico, che gli fa da segretario e da promotore, che abita nel mio stesso paese. Ho conosciuto così una persona che, in effetti, si sente ispirata e che, pur dichiarandosi laico, ama i toni ieratici e si appoggia volentieri per le sue conferenze al mondo cattolico. In questi giorni, per esempio è ospite di don Corazzina a Passirano. La sua agenda è quindi fittissima, ma la sua prolusione ‘tipo’ è priva di qualsiasi critica al sistema e, trincerandosi dietro la più scontata etichetta di ‘apolitico’, sfugge a qualsiasi domanda su respingimenti o altro. Nel ’21 è uscito un bellissimo documentario girato da Davide Lomma sulla vicenda di quella notte, ‘L’ultima isola’, in cui, attraverso interviste singole ad alcuni protagonisti che erano sulla Gamar, Vito compreso ovviamente, si possono confrontare i diversi punti di vista e i diversi stati d’animo a otto anni di distanza dall’accaduto. A parte il fatto che quella è forse l’unica circostanza in cui Fiorino parla dei ritardi nei soccorsi mentre in seguito, pur sollecitato direttamente, sarà molto più restio a parlarne, la circostanza che balza più agli occhi da quelle testimonianze, pur non essendo mai discordanti, è l’enorme differenza di carica emotiva tra Vito e gli altri.

Questo viaggio a Lampedusa, oltre a confondermi le certezze su molti aspetti che pensavo chiari, su questo piccolo punto almeno mi ha confermato l’intuizione. Ciascuno dei suoi sette amici, ciascuno con i suoi incubi, è tornato alla vita di prima o se ne è costruita un’altra, Vito Fiorino invece ha forse calcato la mano a promuoversi Eroe del 3 ottobre e da allora gira l’Italia e l’Europa a raccontare la sua avventura e i suoi meriti. Che ci sono e nessuno li nega, ma che se narrati, questo è il mio pensiero, in modo acritico non portano da nessun’altra parte se non nella doverosa ammirazione nei suoi confronti. Personalmente, trovo più umana, per esempio, la negoziante del paese, minuta e molto sicula, che è tornata a vendere bigiotteria e che nessuno altrove conosce. O come la coppia napoletana di ottici che continua vita e attività lontano da ribalte e riflettori. E ciò sarà forse dovuto al fatto che io preferisco gli eroi schivi a poco autoreferenziali, alla Schindler o alla Perlasca.

Quattro sono stati gli eventi di questi giorni di ottobre organizzati dall’ex gelataio del paese e, come abbiamo detto, ignorati dal Comitato: un pranzo eritreo cucinato dai parenti dei sopravvissuti e offerto ad amici di Vito, alla comunità parrocchiale e ai ragazzi di Pesaro con i loro insegnanti e accompagnatori, una commemorazione notturna, alle 3,18 che è l’ora presunta dell’esplosione che ha causato l’inabissamento del peschereccio con oltre 500 profughi a bordo, una seconda rappresentazione teatrale dei ragazzi pesaresi sul tema della partenza dai paesi africani e, infine, la proiezione del già citato film ‘L’ultima isola’. Sia il pranzo sia la cerimonia di notte, nel centro del paese addormentato nella piazzetta in cui sorge una stele a foma di spirale che riporta tutti i nomi dei naufraghi periti, hanno visto ahimè la presenza ingombrante, invasiva e fuori contesto del parroco dell’isola. Passi anche, ma anche no, per la preghiera di ringraziamento per il cibo prima del pranzo, ovviamente quella del Dio cattolico (‘perché tanto, come si sa, Dio è unico per tutti’), ma veramente stridente e imbarazzante è apparso intervento analogo a interrompere un silenzio altissimo e commosso per ‘mettere il cappello’ della Chiesa di Roma sulla funzione notturna. Stessa motivazione da parte del prelato e stessa, ovvia mancanza di risposta da parte dei tanti eritrei presenti e attoniti, copti quelli credenti e giustamente perplessi tutti. Buona, ma meno riuscita dell’altra la rappresentazione teatrale e, infine, da vedere il documentario di cui ho già parlato.

In conclusione, Lampedusa ospita questi eventi, sia quelli del ‘Comitato 3Ottobre’ sia gli altri, ma poco li sopporta e soprattutto pochissimo vi partecipa. Considera gli uni, lontani dall’integrarsi nella realtà locale, “più lontani dei profughi”, e sperperatori di fondi elargiti dall’Unione Europea, mentre le iniziative di Vito, pur benvoluto, sono viste con il sospetto che ad animarlo sia l’intento di promuovere troppo il proprio gesto. Sono quindi insensibili i lampedusani al tema degli sbarchi, dei salvataggi e dell’immigrazione? No, se non in piccola parte. Sono preoccupati, come già ricordato, della nomea che nel tempo si è fatta l’isola nel mondo e del fatto che i turisti potenziali, in aumento per la sempre più acclarata bellezza del luogo, siano in qualche modo dissuasi dal venirci per non meglio definiti motivi di sicurezza. È altresì gente di mare, sono figli e nipoti di pescatori e nessuno di loro, anche a costo della propria pelle, si volterebbe dall’altra parte di fronte a una persona in difficolta tra le onde. È gente sgamata commercialmente e capace di arricchirsi anche in fretta alleggerendo i portafogli gonfi di turisti sprovveduti, sono detentori probabilmente del reddito pro capite più alto dell’intero sud Italia e non solo, ma è anche un popolo di cuore e in grado di distinguere l’autentico dal fasullo, il giusto dall’impostore.

E sull’accoglienza, più che gli eventi del 13, ricordano volentieri quelli del 2011, quando Lampedusa si era trovata improvvisamente con la popolazione più che raddoppiata, da 6000 a 13000, per gli sbarchi soprattutto di tunisini e libici in fuga dalla repressione dopo la primavera araba. Giancarlo, un blogger fotografo di idee giuste, ne parla come di una delle esperienze collettive più belle della sua vita e mi assicura che quasi tutti gli isolani sono d’accordo con lui. Un vero momento di accoglienza e condivisione, sincera e soprattutto laica. È lo stesso Giancarlo che mi fa notare il disinteresse dei suoi conterranei per rievocazioni e analisi che ‘ci passano sopra la testa’ senza coinvolgerli e senza ascoltare il loro parere. Lampedusa, dicevo all’inizio, dissimula senza neanche aver bisogno di nascondere, ma accetta che altri, da molto lontano, nascondano la polvere sotto il mare, nascondano i furgoni cellulari della polizia mostrandoli come veicoli parcheggiati casualmente anche nelle vie del centro, che altri impongano perfino di usare nelle spiagge delle baie, veramente incantevoli, ombrelloni color sabbia o terra o roccia così da camuffarli forse a chi li osserva dal mare. E, a proposito delle coste, l’ultima dissimulazione che vi narro riguarda il Centro d’accoglienza. L’avevo cercato senza successo girando in auto di qua e di là e ogni richiesta di informazioni riceveva risposte evasive, ma quando ho compiuto la gita proprio sulla famosa Gamar che Vito, che dalla notte tragica non ha più voluto saperne del mare, ha venduto a uno dei tanti marinai che circumnavigano l’isola, ecco che mi appare alto sulla costa a strapiombo un caseggiato giallo attorniato da fitto filo spinato. ‘È quello, vero?’ ‘Certo, lì vengono accolti, identificati e rifocillati, poi sarà il destino a decidere’. Sono soddisfatto e fotografo. Solo la sera dopo, durante una cena proprio da Vito in cui sono presenti due ragazzi bravi e simpatici che lavorano in quel Centro, scopro che quest’ultimo, l’unico esistente a Lampedusa, si trova da tutt’altra parte, in fondo a una gola all’interno dell’isola, lontano da clamori e difficilmente raggiungibile. Vengo anche purtroppo a sapere dagli stessi ragazzi che il giorno prima, mentre io ero in barca ad ammirare baie, scogliere e anfratti in mezzo a decine di altri natanti zeppi di turisti festanti e quasi ubriachi di vino e bellezza, due donne sono state salvate in mare ma che i loro cinque bambini sono invece annegati, forse a poche decine di metri da dove ridevo e fotografavo. Ma di questa tragedia, come di chissà quante altre, nessuno saprà mai nulla. Anche quelle cinque creature sono polvere sotto il mare.

Chiudo, veramente, con l’ennesima contraddizione difficile da descrivere, ma stridente nel caos allegro della stagione piena. Essa riguarda le forze dell’ordine, così discrete in mezzo ai turisti d’estate, un’estate calda che si protrae anche alla metà di ottobre, e che diventano d’inverno l’unica, fondamentale fonte di reddito per le poche attività rimaste aperte. Sarebbe curioso vedere l’isola pullulare di divise di vario grado nei bar, nei ristoranti e, perché no, anche in spiaggia e, di contro, i rari turisti girare guardinghi e furtivi senza dare nell’occhio.

Come fossero compagni in attesa di compiere qualche bellissimo salvataggio.


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