Oggi Irene Doda parla di stablecoin e di come queste valute digitali stanno rivoluzionando l’economia dell’Africa sub-sahariana. Non troverete nessuna sparata tecno-entusiasta da cripto-bro, ma parecchia analisi politica. Buona lettura!
di Irene Doda
mercato africano delle criptovalute è in espansione da diversi anni. Tra luglio 2024 e giugno 2025, l’Africa subsahariana ha ricevuto oltre 205 miliardi di dollari in valore cripto: un aumento di circa 52% in un solo anno. In tutte le economie emergenti a guadagnare terreno è un tipo particolare di asset: le stablecoin. Una stablecoin è una criptovaluta progettata per avere un valore stabile, a differenza, ad esempio, di Bitcoin – il cui prezzo può oscillare anche in maniera drammatica- poiché legata ad asset o valute tradizionali, come il dollaro statunitense o l’euro. Secondo Goldman Sachs, circa il 66% delle stablecoin in circolazione è detenuto in mercati del Sud Globale. Indonesia, Vietnam e Filippine guidano il mercato in termini assoluti. L’Africa e il Medio Oriente sono invece ai primi posti se si guarda al volume delle transazioni in rapporto al PIL.
Cosa sono le stablecoin
In termini semplici, una stablecoin è un criptovaluta il cui valore è collegato ad asset tradizionali, come moneta, titoli di stato o equivalenti. Tra le stablecoin più comuni troviamo USDT (Tether) e USDC (USD Coin), entrambe progettate per mantenere un valore vicino a 1 dollaro statunitense. Il meccanismo funziona con delle riserve a garanzia della stabilità del valore. Se si generano, per esempio, 100 milioni di token che dovrebbero valere 1 dollaro ciascuno, l’emittente dovrebbe avere riserve sufficienti per sostenere quel valore e permettere, in teoria, di riscattare i token in dollari. I vantaggi di questa categoria di criptovalute sono evidenti: si evitano i rischi delle fluttuazioni di prezzo e si investe in strumenti finanziari solidamente ancorati alle valute più forti e spendibili del mondo. Allo stesso tempo, si mantiene la flessibilità, i costi ridotti e il carattere “istantaneo” delle transazioni in criptovalute.
“La tecnologia delle stablecoin consente trasferimenti transfrontalieri quasi istantanei, affrontando uno dei principali limiti dei canali di pagamento tradizionali in termini di costi e tempi”, riporta Brookings. “Mentre i tradizionali pagamenti transfrontalieri possono richiedere dai 3 ai 5 giorni per essere elaborati, con costi di transazione compresi tra il 2% e il 7%, le stablecoin possono consentire regolamenti quasi istantanei e spesso comportano costi inferiori a 1 dollaro per transazione”.
Il mercato cripto in Africa
Per le economie emergenti, le criptovalute non sono solo strumenti di innovazione o sperimentazione finanziaria. Hanno anche un ruolo nell’inclusione di alcune fasce di popolazione all’accesso al sistema di pagamenti, specialmente transfrontalieri. In Africa sub-sahariana ci sono circa 350 milioni di persone adulte che non possiedono un conto bancario ufficiale. Il sistema bancario africano è privo di infrastrutture adeguate: la blockchain offre un’alternativa veloce ed economica ai canali tradizionali. In Nigeria, ad esempio, circa il 10% della popolazione adulta, 22 milioni di persone, possiede asset cripto. Le stablecoin si attestano ormai a circa il 43% del volume delle transazioni in criptovalute nella regione.
Oltre alla questione dell’accessibilità, c’è quella delle fluttuazioni del valore monetario. La relativa solidità delle stablecoin è particolarmente importante nei contesti in cui le valute nazionali sono soggette a picchi di inflazione che minano il potere d’acquisto e rendono praticamente impossibili le transazioni all’estero. Un esempio molto calzante arriva, ancora una volta, dalla Nigeria. “Nel 2023 e nel 2024, il forte deprezzamento della naira (la moneta nazionale, ndr), l’elevata inflazione e le difficoltà di accesso alla valuta estera hanno fatto aumentare la domanda di asset legati al dollaro. Le stablecoin hanno offerto sia una protezione dal rischio di svalutazione della moneta sia uno strumento per pagare i fornitori all’estero”, spiega un’analisi del Fondo Monetario Internazionale. Le cripto non sono solo un mezzo di scambio, quindi, ma una vera e propria riserva di valore.
Quello dei pagamenti transfrontalieri è un tema centrale. Nel 2022, più di 100 miliardi di dollari hanno raggiunto l’Africa sub-sahariana in forma di rimesse (remittances), i trasferimenti di denaro inviati dai migranti alle famiglie nei Paesi d’origine: più degli investimenti diretti esteri, e degli aiuti ufficiali allo sviluppo. Secondo la Banca Mondiale:
“Il costo medio per inviare 200 dollari nell’Africa subsahariana rimane intorno al 9% del valore della transazione, ben al di sopra della media globale del 6%”.
Le transazioni in stablecoin permettono di aggirare i costi fissi del trasferimento.
La frammentazione regolatoria
I vantaggi di stablecoin sono, sotto un certo punto di vista, evidenti. Altrettanto evidenti sono i rischi di farsi prendere da un cripto-entusiasmo poco ponderato. La prima dimensione da considerare è quella regolatoria: non esistono dei quadri legislativi coerenti per i pagamenti in criptovalute a livello continentale. Gli stati si stanno muovendo in modo pressoché indipendente.
A inizio agosto, la South Africa Reserve Bank e il Ministero del Tesoro hanno pubblicato una bozza di regolamentazione che introduce per la prima volta misure specifiche per le transazioni cripto cross-border, ovvero quelle che coinvolgono soggetti residenti in due stati diversi. I trasferimenti di operatori Sudafricani verso piattaforme o wallet1 dovranno passare dalla sorveglianza della banca centrale. Questo potrebbe disincentivare l’uso di strumenti finanziari come stablecoin, aggiungendo oneri burocratici per gli utenti. La Nigeria ha da poco annunciato una nuova tassa sulle transazioni cripto. Il Kenya, un’altro dei grandi player del continente sul mercato cripto ha introdotto regole specifiche proprio per le stablecoin. “È una misura che conferisce alla banca centrale un notevole margine di autonomia nella gestione delle transazioni in valuta digitale”, spiega Forbes Africa “Non solo le attribuisce il potere di ordinare agli intermediari autorizzati di limitare l’accesso a stablecoin emesse all’estero, come USDT e USDC, ma stabilisce anche che, per poter essere quotate sulle piattaforme di scambio locali regolamentate, le stablecoin debbano essere approvate dalla banca centrale ed emesse da un soggetto autorizzato”.
Vecchi e nuovi dilemmi
Siamo di fronte a una familiare ambiguità. Controllare a livello centrale i flussi di cripto significa riportare gli asset blockchain sotto il controllo delle autorità statali. Il che può rendere potenzialmente meno attrattiva l’opzione blockchain per chi desidera un sistema di pagamento rapido, efficiente e con meno attrito possibile. Dall’altra, la natura anonima e priva di intermediari di alcune piattaforme di scambio rischia di favorire la finanza illecita e la volatilità degli asset. Nel caso africano si pone però una questione ulteriore: quella della sovranità monetaria.
Molte economie africane sono già fortemente “dollarizzate”: utilizzano cioè la valuta USA parallelamente (e spesso più di frequente) a quella nazionale. Tra le economie più dollarizzate del continente ci sono lo Zimbabwe, la Repubblica Democratica del Congo e la Liberia.
“La crescita nell’uso delle stablecoin comporta un rischio di dollarizzazione, dal momento che quelle denominate in dollari statunitensi rappresentano il 99% del mercato. Per dollarizzazione si intende l’uso eccessivo del dollaro nelle economie africane locali. Questo fenomeno potrebbe minacciare la sovranità monetaria degli Stati africani e favorire la fuga di capitali dalle loro economie”
scrive Iwa Salami, direttrice del centro FinTech della University of East London.
A luglio 2025 è entrato in vigore il GENIUS Act, la legge statunitense che regolamenta l’emissione di stablecoin. Costringe, di fatto, le entità emittenti a provare di possedere riserve sufficienti di cash o titoli per garantire il valore della criptovaluta 1:1 con il dollaro. Il GENIUS Act ha contribuito a diminuire i rischi di un crollo del valore della criptovaluta, e migliorato la trasparenza negli scambi di stablecoin, posto un argine legislativo a operazioni illecite. Ma rende, d’altro canto, le transazioni e i depositi di stablecoin meno informali, e legati ancora più saldamente alla politica monetaria USA. Questo avrà forti implicazioni sull’indipendenza economica degli stati africani. Illustra ancora Salami:
“Il GENIUS Act statunitense sposta di fatto parte dell’autorità monetaria dalle banche centrali africane verso i regolatori statunitensi e gli emittenti privati, non come obiettivo esplicito della legge, ma attraverso gli incentivi creati dal mercato. Le stablecoin, quindi, non si limitano a riflettere la dollarizzazione già esistente: contribuiscono a istituzionalizzarla su larga scala, incorporandola nei sistemi finanziari digitali africani”.
Insomma: quello che potrebbe, a prima vista, sembrare uno strumento di inclusione finanziaria per una regione strutturalmente esclusa dai mercati di capitale o un asset utile per fasce di popolazione che non hanno accesso ai sistemi bancari tradizionali, rischia di diventare un canale di erosione della sovranità monetaria. E, in ultima istanza, rafforzare la dipendenza economica degli Stati africani dall’Occidente.
Materiali per approfondire
La Repubblica Centrafricana, uno degli stati più poveri al mondo, è considerata un “cryptochampion”. Anche grazie al suo presidente, Archange Touadéra, che è un matematico.
Un reportage dal Sud Africa che spiega l’avanzata di Bitcoin nelle township, i sobborghi delle grandi città, in gran parte costruite nel periodo dell’apartheid.
Per approfondimenti, inchieste e analisi sulla politica africana, qui potete recuperare l’archivio della rivista The Continent.
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.