Appunti sulla mobilitazione degli studenti delle scuole superiori e sul riallineamento politico in corso.
di Carlotta Benvegnù – 07/10/26
Ci sono voluti gli studenti delle scuole superiori per scuoterci dalla strana letargia che minacciava di sopraffarci nei mesi passati. Abbiamo atteso le elezioni della primavera successiva, abbiamo visto l’estrema destra avanzare nei sondaggi, la guerra diffondersi, il genocidio del popolo palestinese continuare e le nostre condizioni di vita – lavoro, scuola, casa, tempo libero – deteriorarsi in linea con la situazione economica nazionale e internazionale. Abbiamo trascorso mesi a osservare la sinistra radicale combattere sul fronte istituzionale, senza sapere davvero cosa fare, quale ruolo svolgere o come partecipare allo scontro. Ci sono voluti loro perché le università si risvegliassero. E, soprattutto, perché emergesse l’inaspettato movimento: quello che sintetizza tutte le lotte degli ultimi anni, dai Gilet Gialli alle rivolte di Nahel, dalle mobilitazioni sindacali contro la riforma delle pensioni al movimento di solidarietà per la Palestina.
Perché, sebbene ci sia molto da dire su questo movimento studentesco, nato a metà settembre tra le scuole superiori e ora anche le università – la sua creatività, l’intelligenza collettiva, il coraggio e il senso dell’ironia necessario a qualsiasi seria critica del potere – l’aspetto più sorprendente è senza dubbio come sembri incarnare la mobilitazione degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è certamente specifica: si tratta attualmente di un movimento giovanile, nato in periferia, i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali di origine immigrata, che si sono mobilitati perché le loro condizioni di vita e di studio non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza per le ingiustizie subite o a cui hanno assistito era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica, come avrebbero detto i vecchi pensatori dell’operaismo italiano, è ben più complessa: incarna la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che hanno visto gruppi apparentemente molto diversi – sindacalisti, Gilet Gialli, giovani rivoltosi non bianchi – alternarsi nella battaglia, raramente insieme, raramente con gli stessi slogan o tattiche. Questa è la famosa frammentazione delle lotte, proprio quella che dovrebbe essere affrontata attraverso una “convergenza” strategica e necessaria. Eppure, basta andare oggi a un blocco scolastico o a una manifestazione per ritrovare l’intera allegra compagnia rappresentata, negli slogan, nelle tattiche o nei codici estetici: i Gilet Gialli, che conoscevano da bambini, quando a volte manifestavano nei cortili delle scuole gridando “Macron dimettiti”, riappaiono tra le bandiere tricolori, i blocchi e la Marsigliese, che è tornata a essere un grido di battaglia. Le rivolte per Nahel, assassinato dalla polizia a Nanterre nel 2023, sono nate attraverso l’estetica della sommossa e gli slogan contro la brutalità della polizia. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, e quelle contro il genocidio di Gaza hanno riempito blocchi stradali e manifestazioni scolastiche di bandiere palestinesi, con grande disappunto dei sionisti di ogni genere che vi vedono l’ombra de La France Insoumise (La Francia Indomita), che cercano di dipingere come la leadership occulta del movimento, al fine di screditare sia la mobilitazione giovanile che il partito politico, ampiamente sostenuto dai giovani mobilitati ma ben lungi dall’esserne l’iniziatore o dall’esercitare un qualsiasi controllo. Con ogni dichiarazione pubblica, i ragazzi offrono una superba smentita a questa ridicola narrazione. Il livello di politicizzazione è impressionante. Rimaniamo senza parole di fronte alla qualità dei loro interventi, che siano in televisione, al megafono o al microfono di un influencer fascista che a sua volta stenta a crederci: chiari, politici ma non dogmatici, divertenti, precisi. Condannato alla pattumiera della storia. Tutti quei profeti di sventura che pontificavano su una generazione rovinata dai social media e dall’intelligenza artificiale, atomizzata e individualista! Perché bisogna sottolineare altri due aspetti: la natura fortemente egualitaria delle rivendicazioni – vogliamo un sistema scolastico migliore, e lo vogliamo per tutti – e, soprattutto, la natura non difensiva della mobilitazione: non chiediamo il ritiro di una riforma o semplicemente un aumento di bilancio, ma una vita migliore, un’istruzione migliore, prospettive per il futuro, ma anche più tempo per il presente, per vivere qui e ora. E qualunque cosa voi (generazioni precedenti) abbiate accettato, quello è un vostro problema.
Ci troviamo dunque di fronte a una generazione iper-politicizzata, unita e ambiziosa. Una generazione capace, per il momento, di parlare a mondi diversi – le periferie, dove è iniziata la mobilitazione, e i centri città, che sono seguiti a breve – e a frazioni di classe (quelle dei gilet gialli, il cui arrivo sembra essere atteso con impazienza da tutti il 17 ottobre, quelle che si sono mobilitate contro la riforma delle pensioni e quelle che si sono ribellate alla violenza della polizia) che fino ad ora sembravano avere difficoltà a comprendersi, e ancor meno a muoversi insieme.
Il potenziale di riallineamento politico è dunque enorme, ma nulla è predeterminato. Tre serie di problemi sembrano scandire la sequenza.
La prima domanda è rivolta a “noi”, un “noi” ampio che comprende comunisti, autonomisti e organizzazioni all’interno del movimento sociale. Come possiamo aiutare questo movimento a rafforzarsi ed espandersi senza imporgli un cambiamento fondamentale? Come possiamo aiutarlo a superare le sfide senza dettarne i ritmi, le pratiche (che siano non violente, sindacali o di protesta) o slogan innaturali? Come possiamo intervenire senza sostituire i giovani e, soprattutto, come possiamo farlo favorendo incontri che ne rafforzino il potere anziché alterarne la natura? A questo proposito, dobbiamo anche imparare dai successi, ma soprattutto dai fallimenti, che abbiamo vissuto durante il movimento dei Gilet Gialli.
Il secondo insieme di problemi è caratteristico dei movimenti degli ultimi dieci o quindici anni e riguarda la questione dell’organizzazione. Tradizionalmente, i movimenti studenteschi delle scuole superiori sono i meno strutturati a livello organizzativo. Ciò è tanto più vero per questo particolare movimento, emerso dieci anni dopo il 2016, dieci anni dopo la svolta autonoma che, sullo sfondo di un Partito Socialista morente, ha accelerato l’implosione delle organizzazioni studentesche delle scuole superiori e universitarie, lasciandole senza alcuna alternativa. Certamente, La France Insoumise, con l’Unione Studentesca e l’USL, così come Révolution Permanente e altre organizzazioni, stanno cercando di colmare le lacune. Resta il fatto che i giovani raramente sono stati così formalmente disorganizzati. E questo presenta le classiche ambivalenze dei movimenti contemporanei: aspetti di forza – la ricomposizione che il movimento opera tra i vari gruppi coinvolti nella lotta è in parte resa possibile da questa mancanza di struttura formale. Ma, d’altra parte, si ripropone ancora una volta il problema della sostenibilità del movimento se non riuscirà ad acquisire una propria infrastruttura.
Il terzo insieme di problemi riguarda il contesto unico: la saturazione della vita politica da parte delle manovre elettorali a partire dal 2024 e lo scioglimento del Parlamento. Poiché lo scontro si è, in un certo senso, spostato dalle piazze all’Assemblea Nazionale, questo è il primo movimento capace di emergere dalle piazze, dominare il dibattito politico nazionale e persino riportare i parlamentari all’interno del sistema. Sebbene la sua composizione sia nuova, altrettanto nuovo è il suo modo di esistere, e resta da indagare: qual è il suo rapporto con la lotta elettorale? Quali divisioni di classe lo attraversano in questo senso? E ancora: ci troviamo di fronte a una ripetizione del 1968, che riflette una nuova spaccatura intergenerazionale, ma che potrebbe sfociare in un voto di destra dopo quindici anni di progressismo e liberalizzazione della società?
Ciò che è in gioco oggi trascende in ultima analisi il destino immediato del movimento studentesco delle scuole superiori: un nuovo riallineamento politico potrebbe prendere forma, guidato da una nuova generazione e dopo oltre dieci anni di lotte. Resta da vedere se questo riallineamento troverà le proprie forme di organizzazione, se sarà in grado di trasformare questa energia in una forza duratura e se darà origine a contropoteri. E, per noi, la domanda rimane come contribuire a tutto ciò senza soccombere ai vecchi riflessi attivisti di cercare di organizzare il movimento prima ancora di aver compreso cosa stia effettivamente producendo.
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