«Che fastidio questa luna…
da mille anni sulla terra
senza mai fondare stato
senza mai portare guerra
senza mai fondare banche
non accumulando niente
qualche volta anche rubando
per campare la sua gente…».
Alessio Lega, Porrajmos, 2017
https://www.ildeposito.org/canti/porrajmos-si-bruci-la-luna
Il 2 agosto 1944 è la giornata della memoria del Porrajmos, il genocidio di rom e sinti operato dai nazisti.
Nella notte tra il 1° ed il 2 agosto del 1944 i criminali nazisti “liquidarono” lo Zigeunerlager, ovvero assassinarono tutte le persone presenti nel campo degli “zingaracci” (“Zigeuner” è un termine dispregiativo) all’interno del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Circa 4.300 persone rom e sinte – donne, bambini, anziani – furono portate alle camere a gas e uccise in una sola notte. Questo sterminio fa parte del genocidio di rom e sinti in Europa, noto come Porrajmos (o Samudaripen), che causò la morte di centinaia di migliaia di persone tra il 1939 e il 1945.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, mentre l’Olocausto degli ebrei fu conosciuto molto presto, il genocidio di rom e sinti rimase pressoché sconosciuto per quasi mezzo secolo. Sergio Bontempelli ricorda che, negli anni Novanta, Ian Hancock, docente universitario, linguista ed attivista rom, propose il termine “Porrajmos”, “Divoramento”, per ricordare lo sterminio del suo popolo. «Nel giro di pochi anni questo vocabolo si è diffuso in tutto il mondo, ed è divenuto il modo più comune per indicare lo sterminio dei rom e dei sinti. Altri preferiscono però termini diversi, perché in alcuni dialetti porrajmos ha un significato offensivo che attiene alla sfera sessuale: sono stati proposti così appellativi differenti, come Samudaripen (“genocidio”; letteralmente, “l’uccisione di tutti”) o Baro Romanò Meripen (“grande morte dei rom”), che però hanno avuto minore fortuna» (Sergio Bontempelli, I rom. Una storia, Carocci, 2022).
Bontempelli ricostruisce la tragedia dei rom non soltanto nell’Europa occupata dai nazisti, ma pure in Italia. Anche con i rom, i criminali fascisti fecero la loro parte. «I regimi nazifascisti avevano seminato ovunque morte, orrori e distruzioni» (S. Bontempelli, Ibidem).
Con gli ebrei, i rom condividono una storia costellata da peregrinazioni, pregiudizi e discriminazioni, anche se, ovviamente, prevalgono le differenze, legate alle peculiarità di molte popolazioni rom. Alcuni dei pregiudizi diffusi nei confronti dei rom, ai tempi del ventennio criminale fascista, ma in parte ancora oggi, furono formulati anche da eminenti “scienziati” italiani. «Fu in particolare Renato Semizzi, docente di Medicina sociale all’Università di Padova e firmatario del Manifesto della Razza, a definire l’orientamento degli scienziati razzisti in materia. In un suo saggio del 1938, Semizzi dipingeva gli “zingari” come un “popolo vagabondo, nomade, astuto, sanguinario e ladro, perseguitato e disprezzato, che vive d’inganno, di furti, di ripieghi, che esercita mestieri modesti e adatti alla sua vita irrequieta”. “Sono vagabondi per eccellenza […], dediti alla mendicità, alla scrocconeria, alla frode, al furto, alla menzogna e all’inganno”» (S. Bontempelli, Ibidem).
Anche Paolo Finzi, intellettuale anarchico, di origine ebraica, grande organizzatore di cultura e fondatore/direttore di “A” Rivista Anarchica, li definiva con affetto «un popolo leggero»: «gente strana che gira, non ha una residenza, un po’ c’è un po’ non c’è, eccetera. Gli zingari sono un popolo debole, sono un popolo senza radici, senza Stato, senza esercito, senza polizia» (Paolo Finzi, A forza di essere vento. La persecuzione nazista contro rom e sinti. Note storiche e considerazioni attuali, in Rom e Sinti in Italia. Tra stereotipi e diritti negati, a cura di Roberto Cherchi e Gianni Loy, Ediesse, 2009. Questo prezioso volume, Rom e Sinti in Italia, raccoglie gli interessantissimi contributi di Gianni Loy, Massimo Aresu, Eva Rizzin, Ilenia Ruggiu, Roberto Cherchi, Luca Bravi, Paolo Finzi, Tommaso Vitale e Djana Pavlovic, più una testimonianza di Ester Mura).
Quando Paolo Finzi diceva che i rom sono un popolo «senza Stato, senza esercito, senza polizia», probabilmente, da anarchico, ammirava queste caratteristiche. Fabrizio De Andrè, anch’egli anarchico e amico di Finzi, soleva dire: «Sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre 2000 anni». E lo diceva soprattutto quando portava in concerto il suo ultimo album Anime salve, che contiene il bellissimo brano Khorakhané (a forza di essere vento), a cui si ispira A forza di essere vento, doppio DVD con libretto, numero speciale/volume uscito con “A” Rivista Anarchica dedicato al mondo rom e, in particolare, al Porrajmos, cioè lo sterminio nazifascista di sinti e rom. (Cfr. https://www.labottegadelbarbieri.org/porrajmos-a-forza-di-essere-vento/).
Tra i motivi che hanno ritardato la costruzione della memoria del Porrajmos ci sono l’analfabetismo della stragrande maggioranza dei rom sopravvissuti ai campi di sterminio, nonché il fatto che in molte culture rom non si parla delle esperienze di morte («parlare dei morti è sfortuna», recita un verso di Porrajmos di Alessio Lega). Persino al processo di Norimberga lo sterminio di rom e sinti venne quasi del tutto trascurato. Raccontava Paolo Finzi: «A questo processo gli zingari sono del tutto assenti. Ho trovato solo una traccia […]: viene processato un torturatore di un campo […], vanno a cercare alcune vittime perché testimonino. Casualmente c’è anche uno zingaro […], quando costui viene portato nell’aula del tribunale e vede il suo torturatore, con un fare un po’ spiccio gli salta addosso e comincia a picchiarlo, al che viene arrestato […]. E siccome, sempre contrariamente a quel che dice Bossi [all’epoca c’era Bossi. Altri oscuri figuri che infestano la politica italiana oggi non erano ancora famosi.], gli zingari scontano le pene […], quello zingaro viene processato immediatamente, viene condannato a novanta giorni che sconta tutti e poi viene buttato fuori dal processo, e questo è il contributo degli zingari al processo di Norimberga» (P. Finzi, Op. cit.).
Prima di scrivere dell’arrivo di rom e sinti al lager di Auschwitz-Birkenau, desidero richiamare alcune considerazioni del sociologo Zygmunt Bauman, riportate da Luca Bravi: «L’Olocausto fu pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano: ecco perché è un problema di tale società, di tale civiltà e di tale cultura». […] «La burocrazia è intrinsecamente capace di compiere un’azione di genocidio. Per impegnarsi in questa azione essa ha bisogno di combinarsi con un’altra invenzione della modernità: l’audace progetto di un ordine sociale migliore – una società omogenea dal punto di vista razziale, per esempio» (Luca Bravi, La persecuzione e lo sterminio dei rom e dei sinti nel nazifascismo, in Rom e Sinti in Italia, cit. In questo saggio, Bravi non cita l’opera da cui prende le frasi di Bauman, ma probabilmente si tratta di Modernità e Olocausto, Il Mulino, 1993. Ho avuto il piacere di conoscere Luca Bravi: nel novembre 2024 è venuto nella mia scuola, il Pertini di Cagliari, per incontrare alcune classi e parlare delle comunità rom in Sardegna, insieme a Sabrina Milanovic e Stefano Colaneri, mediatori interculturali dell’ASCE, Associazione Sarda contro l’Emarginazione).
Trovo particolarmente attuali le considerazioni di Zygmunt Bauman che, se non risalissero a fine Novecento, potrebbero sembrare scritte come riflessione sul genocidio dei palestinesi operato dai criminali sionisti di Israele. Potrebbe sembrare che si riferiscano anche al Bloqueo che affligge Cuba e che, da quando gli USA hanno un pessimo presidente, particolarmente spietato, rischia di provocare un genocidio a Cuba. Questi crimini, che avvengono oggi sotto i nostri occhi, non sono opera solamente di pochi farabutti feroci, ma anche della silenziosa collaborazione di un’infinità di oscuri burocrati. Costoro, se un giorno fossero chiamati a rendere conto dei crimini a cui hanno contribuito, probabilmente sosterrebbero di aver soltanto “eseguito ordini”.
Del resto, denunciava Paolo Finzi, ai tempi del nazifascismo l’Europa e il mondo sapevano delle sparizioni e delle deportazioni, se non degli stermini. Per anni l’Europa è stata attraversata da migliaia di treni merci stracarichi di persone. Treni che sostavano nelle stazioni ed emanavano grida, richieste di aiuto ed un terribile fetore, che non potevano passare inosservati.
L’arrivo dei rom e sinti ad Auschwitz-Birkenau segnò l’apertura, nel febbraio 1943, del cosiddetto «campo delle famiglie zingare», Zigeunerlager, una sezione davvero speciale in cui, diversamente da altri deportati, intere famiglie venivano inizialmente tenute insieme prima dello sterminio. E qui desidero riportare un altro episodio che raccontava Polo Finzi, che credo sia poco conosciuto.
I criminali nazisti organizzavano con molta efficienza le massacranti deportazioni e pretendevano addirittura che le vittime pagassero il biglietto del treno. Di sola andata, bontà loro! Spesso riuscirono ad estorcere il pagamento del biglietto.
Con i rom c’era qualche problema, però. Una dottoressa ebrea francese racconta un episodio che, secondo me, merita di essere ricordato. Finzi non dice chi fosse questa testimone. Glielo chiesi in occasione di un evento culturale alla Collina di Serdiana, organizzato da Ettore Cannavera e Gerardo Ferrara. Finzi mi rispose di non ricordare al momento il nome della dottoressa francese. Tempo dopo decise di lasciarci e non poté più darmi una risposta. Ho fatto qualche ricerca ed ho due ipotesi: Zina Morhange (1909-1987), oppure Adélaïde Hautval (1903-1988). Ma non ho elementi che confermino i miei sospetti.
Riporto le parole di Paolo Finzi: «c’era un accampamento di settecento zingari in Bessarabia a circa duemila chilometri da Auschwitz e, invece di organizzare un treno, furono inviati due funzionari nazisti a parlare con i maggiorenti e i capi dell’accampamento e a proporre di dare loro casa e lavoro. Contrariamente a quel che dicono Bossi e gli altri suoi multiformi sodali e a quel che pensa la maggioranza della gente, sia la casa sia il lavoro interessano agli zingari. L’idea di mettere insieme il pranzo con la cena, non essendoci un rifiuto “genetico” del lavoro, e magari di vivere in un luogo dove non piova dentro, piaceva agli zingari, che accettarono e si spostarono con i loro mezzi, carri, cavalli ecc. e arrivarono davanti ad Auschwitz. Esiste in proposito una testimonianza assolutamente allucinante perché nell’orrore delle camere a gas […] questi zingari arrivano davanti ad Auschwitz e applaudono, vedendo scritto Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Fanno vedere loro le baracche attraverso il filo spinato dicendo che saranno le loro case e loro applaudono, contenti, fuori dal mondo, ma applaudono. Nel racconto c’è poi il ghigno, la risata collettiva dei dirigenti nazisti che li accolgono» (P. Finzi, Op. cit.)
Il primo trasporto di rom e sinti arrivò ad Auschwitz-Birkenau il 26 febbraio 1943. Con quell’arrivo venne ufficialmente attivato lo Zigeunerlager, il «campo per famiglie zingare», in cui venivano rinchiusi uomini, donne e bambini delle stesse famiglie.
Una caratteristica di questo settore era che, al momento dell’arrivo, i deportati rom non venivano sottoposti alla selezione immediata che invece mandava direttamente alle camere a gas molte persone ebree considerate «inabili al lavoro». Attenzione, però: ciò non significava salvezza, ma solo una diversa tempistica dello sterminio!
Circa 23.000 rom e sinti furono internati ad Auschwitz; di questi, circa 20.000 morirono nel lager per fame, malattie, esperimenti medici, esecuzioni e gasazioni. Le condizioni erano disumane: sovraffollamento, mancanza di cibo e igiene, lavoro forzato, violenza continua delle SS. Molti morirono rapidamente dopo l’arrivo per le condizioni già critiche del viaggio e del campo.
Per circa 17 mesi, dal febbraio 1943 all’agosto 1944, i rom e sinti ad Auschwitz furono rinchiusi nel settore BIIe di Birkenau, dove vivevano intere famiglie: genitori, figli, nonni. Questa sistemazione in un “campo familiare” era una particolarità: a differenza di molti ebrei, i rom non venivano subito separati all’arrivo e potevano, per un periodo, restare con i propri cari. Di conseguenza, i bambini rom vivevano in una struttura che, almeno in superficie, assomigliava più a un “campo di famiglie” che a un campo di lavoro o di sterminio immediato.
La presenza dei bambini rom nell’inferno di Auschwitz non rendeva certo “allegro” il campo: un incubo di sofferenza, malattia, fame e morte quotidiana, anche per i bambini. La convivenza familiare portò anche numerose nascite, fatto insolito nel mondo concentrazionario nazifascista. Dei circa 371 bambini nati nel campo, 323 morirono, la metà entro i primi 40 giorni di vita. Malattie endemiche: scarlattina, gangrena, tifo, tubercolosi, difterite, morbillo, pertosse ed altre malattie infettive erano diffuse. Fame e denutrizione: i bambini ricevevano razioni di cibo molto piccole, e parte di ciò che ricevevano veniva sottratto da funzionari del campo o altri prigionieri. Ogni giorno nel campo morivano 10-15 bambini. «Prima morivano i bambini. Piangevano giorno e notte per il pane… Le madri correvano da un lato all’altro del blocco ospedale e gridavano perché sapevano che non avrebbero mai più rivisto i loro figli».
A conferma del fatto che alcuni crimini enormi sono resi possibili dalla collaborazione ottusa e meschina di tanti oscuri burocrati o di persone “normali”, ricordo i bambini di Mulfingen. In un orfanotrofio cattolico a Mulfingen, Germania, la maestra Johanna Nägele, nel 1944, compilò una lista di 39 bambini, poi inviati ad Auschwitz. Tutti i bambini provenienti da Mulfingen furono registrati a Birkenau, con l’iniziale “Z” per indicare la categoria “zingaro”, ed inviati ad Auschwitz, allo Zigeunerlager. Tutti questi bambini morirono nel campo, inghiottiti nella liquidazione del settore BIIe.
Il medico delle SS, il criminale Josef Mengele, fece costruire un asilo-giardino d’infanzia, Kindergarten, con altalene, giostre e sabbionaia, un’illusione di normalità. Il Kindergarten era in realtà un laboratorio di esperimenti: Mengele osservava, misurava e studiava i bambini, selezionando alcuni di loro per esami, prelievi e infine iniezioni letali, fenolo, per poter praticare autopsie. Per un breve periodo, alcuni bambini ricevettero razioni leggermente migliori e poterono vivere accanto ai genitori, ma ciò non cambiò la sorte finale: il “privilegio” era solo temporaneo e strumentale.
Il 16 maggio 1944 avvenne un altro fatto singolare. Quando le SS entrarono nel settore rom con l’intenzione di deportare i prigionieri verso le camere a gas, molti rom si rifiutarono di uscire dalle baracche. Si armarono con utensili, coltelli ricavati da posate metalliche e oggetti improvvisati, e opposero un’eroica resistenza fisica, costringendo temporaneamente le SS a ritirarsi. Lo storico Marcello Pezzetti, ricordando che si tratta di un raro caso di insurrezione all’interno di un lager nazista, ritiene che la rivolta dei rom costituisca «una delle pagine più significative della storia della Resistenza europea».
Prima dell’arrivo dei militari, un funzionario delle SS che lavorava nell’amministrazione del campo avvertì i rom che le SS stavano arrivando per liquidarli. Non si trattò di un atto di umanità, fu un gesto ambiguo: in alcuni casi, funzionari delle SS o collaboratori cercavano di “salvare” parte della manodopera o di gestire il caos interno al campo; in altri, l’avviso poteva servire per creare confusione o per testare la reazione dei prigionieri.
Il campo delle famiglie zingare aveva una struttura particolare: intere famiglie vivevano insieme, con una certa coesione interna e una rete di relazioni familiari e comunitarie più forte rispetto ad altri settori. Rom e sinti, sapendo di essere destinati allo sterminio, scelsero di combattere piuttosto di farsi uccidere senza opporre resistenza. La rivolta fu possibile anche perché le SS furono sorprese da un’azione di forza massiccia ed immediata: erano impreparate, si aspettavano una sottomissione passiva, non una resistenza armata.
La rivolta ritardò di qualche mese lo sterminio finale, ma non lo impedì.
Dopo la rivolta del 16 maggio, le SS iniziarono una deportazione graduale: i rom e sinti ancora in forze furono trasferiti in altri campi di concentramento (come Dachau, Buchenwald, Mauthausen), dove molti morirono per lavoro forzato, fame o malattie. La notte del 2 agosto 1944, le SS tornarono per completare la liquidazione del settore BIIe: circa 4.300 rom e sinti, donne, bambini, anziani, furono portati alle camere a gas e uccisi in una sola notte. Solo pochi sopravvissuti rom e sinti di Auschwitz riuscirono a raccontare ciò che era accaduto, perché la maggior parte fu eliminata prima o durante la liquidazione finale.
Piero Terracina, sopravvissuto ebreo ad Auschwitz, ha testimoniato: «In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari; da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeunerlager che era completamente vuoto; c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano».
Ceija Stojka, rom sopravvissuta, ha raccontato: «Eravamo dei bambini. Siamo stati cinque volte proprio davanti al crematorio, aspettando di essere uccisi. Noi abbiamo visto l’orrore ogni giorno, sentivamo l’odore della morte ogni giorno».
Sul tema in “bottega” cfr.
Porrajmos: «A forza di essere vento» (CON FABRIZIO DE ANDRÈ APPUNTO),
Holocausto gitano – La persecuzione infinita,
Porrajmos e «giorno della memoria» ,
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Rastrellate gli zingari, «nemici della nazione» ,
Rom e Sinti nella Resistenza al nazifascismo,
il dossier Rom e Sinti: colpevoli di tutto ,
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e il recente Porrajmos ieri… e Gaza oggi di Dijana Pavlovic ma anche Il contributo dei rom alla cultura
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