di Enrico Semprini. (dal blog “La Bottega del Barbieri”)
Questo elaborato è l’ottavo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Finora si è trattato de:
- La remigrazione – il primo è stato pubblicato il sei giugno, mentre il secondo è del tredici giugno; ed il terzo il 20 giugno;
l’argomento successivo è stato:
- la psicologia di massa del fascismo – il primo è stato pubblicato il 27 giugno; mentre il secondo è stato pubblicato il 4 luglio ed il terzo l’undici luglio;
adesso ci occupiamo de:
- il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni, di cui la parte prima è stata pubblicata il 18 luglio e questa è la seconda parte.
E’ inevitabile partire dalla attualità ed utilizzarla per tornare in argomento.
Partiamo dall’idea di odio sociale nei confronti di un criminale, che viene tradotta attraverso l’arresto, la messa al bando dal consesso civile attraverso la carcerazione e la celebrazione di un processo nel quale si valutano le condizioni di un reato secondo legge.
E’ quanto avvenuto nei confronti dell’omicida, da pochi giorni si può dire purtroppo, che ha falciato passanti a Modena il 16 maggio di quest’anno.
Il reato di cui si è macchiato questa persona è disgustoso e nessuno si stupisce per le conseguenze che sta subendo.
Lo cito perché il decesso di una delle donne colpite con l’autovettura è appena avvenuto e, dunque è attuale e perché l’orrore dei fatti non ci porta a dubitare in nessun modo della opportunità della detenzione.
Altrettanto attuale è l’omicidio avvenuto al Pilastro, quartiere di Bologna. In questo caso chi ha ucciso non solo non è detenuto ma non è neppure citato come indagato.
Perché?
Perché a commettere l’omicidio sono stati due poliziotti, cioè due detentori del monopolio della forza che caratterizzano l’ordinamento di questo stato. Questo è possibile grazie alla attività di questo governo, che cerca di distruggere l’idea che lo Stato debba garantire la nostra incolumità ed i nostri diritti.
In altri termini: se una persona come me, come mio fratello o mia sorella, mio figlio o mia figlia possono essere uccisi impunemente da un poliziotto che si può trincerare dietro il fatto che “esegue degli ordini”, allora il nostro rapporto con lo Stato cambia ed il terrore diviene la norma sociale di riferimento. Se chiunque può chiamare la polizia, dirsi spaventato dal mio comportamento ed i poliziotti possono soffocarmi sul marciapiedi sotto casa senza temere conseguenze, è chiaro che il mio rapporto con l’intera realtà cambia.
Dal tribunale di Norimberga che ha processato i criminali Nazisti, si era stabilito che esistono limiti che neppure in guerra possono essere superati. Per la prima volta fu sancita la responsabilità penale individuale dei singoli autori di crimini di guerra e si affermò che il potere non esonera da colpa, così come l’obbedienza agli ordini non può giustificare le atrocità. Anzitutto, a Norimberga si è affermato il principio per cui nessuno – nemmeno i capi di Stato o di Governo o i vincitori dei conflitti – è sopra la legge: il potere non giustifica le atrocità, non esonera da colpa, non garantisce l’impunità.
Contro tutto questo lotta la destra internazionale, i magarini1 ed in particolare il nostro governo.
L’idea per la quale non esista più un singolo poliziotto responsabile della propria condotta di fronte alla legge ma esista un soggetto poliziesco astratto che mette in atto ogni tipo di comportamento voglia, de-soggettivizza e de-umanizza il poliziotto che diventa uno strumento dell’esecutivo di governo senza possibilità di rifiutare gli ordini ricevuti. Perchè una delle conseguenze del processo di Norimberga era che negli ordinamenti, come quello italiano, cioè nel diritto italiano, un appartenente alle forze dell’ordine ha il dovere assoluto di rifiutare un ordine quando questo costituisce manifestamente un reato o viola i principi fondamentali dello Stato. Ma se un poliziotto non è più soggetto a quei principi, evidentemente anche il suo dovere e soprattutto il suo diritto di rifiutare un ordine manifestamente illegittimo cessa di esistere e viene ripristinato il vincolo di obbedienza, cieca, pronta ed assoluta, cioè il dovere di disumanizzarsi per diventare una marionetta in mano ai potenti.
Il servitore dello Stato, talvolta inteso come “servitore della collettività e delle istituzioni”, perde la prima attribuzione, cioè cessa di essere “servitore della collettività” per rimanere unicamente “servitore delle istituzioni”, cioè servo dell’apparato che comanda in quella fase. Perdendo soggettività, resta unicamente l’attribuzione servile: non sono subordinato alle leggi, grazie allo scudo penale, dunque sono subordinato unicamente all’obbedienza alla gerarchia.
Ed il plauso dei governanti arriva comunque, anche di fronte all’omicidio di Bologna, omicidio senza giustificazioni, di fronte al quale alte cariche del governo attuale hanno comunque giustificato l’azione delle “forze dell’ordine” che hanno “eseguito in modo corretto gli ordini”. Citiamo l’esempio estremo dell’uomo juke-box2, ex portavoce di F.I. attualmente direttore di un quotidiano che voleva stringere loro la mano e ringraziarli per quanto fatto. L’incitamento all’odio contro lo Stato come apparato separato e nemico della convivenza civile, viene dunque sollecitato e promosso proprio dalla cariche più alte dello Stato.
Da un punto di vista storico, tuttavia, non è il processo di Norimberga il primo luogo in cui si stabilisce che “tutti sono subordinati alla legge, compresi i sovrani”: il primo soggetto che fonda questo principio è la “Santa Inquisizione”. Chiaramente all’epoca la differenza chiarita dalla analisi di Marx che diceva che “se la legge è uguale per tutti, non tutti sono uguali di fronte alla legge” in riferimento alla diversa capacità di difesa delle proprie prerogative se si era ricchi o potenti, resta un principio di estrema attualità. Con la Licet ab Initio, il già citato3 Italo Mereu, ci dice che la chiesa dell’inizio del 1500 intende perseguire il primo esperimento di nuova politica riformatice con obiettivo il centralismo. Lo fa rinnovando la Sacra congregazione della romana ed universale Inquisizione ossia Santo Uffizio con una bolla pontificia di Paolo III nella quale, per la prima volta, viene affermata “l’uguaglianza giuridica di tutti dinanzi alla legge penale, senza distinzione di gradi, di privilegi o di qualifiche”. Nella nuova inquisizione, con giurisdizione mondiale, la bolla papale concederà agli inquisitori generali di procedere contro i vescovi, gli arcivescovi, i metropoliti e persino di cardinali di Santa Madre, ma anche ai Re ed ai potenti di ogni ordine e grado. Ovviamente l’obiettivo è l’obbedienza.
Tuttavia, nel parlare ancora una volta della Inquisizione Cattolica come soggetto maggiormente strutturato rispetto ad ogni altro, non dobbiamo dimenticare che quando la destra internazionale fa riferimento alle “radici cristiane” dell’Europa o dell’Occidente, fa riferimento al cristianesimo nel suo complesso, perché le persecuzioni religiose non sono caratteristica del solo ambito Cattolico della religione cristiana,
Cerchiamo di fare un telegrafico inquadramento storico, per capire:
le persecuzioni contro gli eretici c’erano anche tra i protestanti. Nel XVI e XVII secolo, i riformatori non credevano nella separazione tra Stato e Chiesa e consideravano l’eresia o la blasfemia un grave reato punibile dal potere civile4.
E questo vale anche per la caccia alle streghe:
le donne furono condannate a morte e bruciate sul rogo anche nei territori e sotto i governi di fede protestante. La caccia alle streghe non fu un fenomeno esclusivo della Chiesa cattolica, ma interessò profondamente l’Europa protestante tra il XVI e il XVIII secolo, compresa quella anglicana5.
Ci si potrebbe chiedere: ma perché in tutto questo bailamme di cristianesimi che si consideravano eretici l’un l’altro, tuttavia la maggioranza delle persone credevano nella religione.
Ci conforta il fatto che la religione non è un fenomeno solamente europeo, ma caratterizza in generale il genere umano e si fonda sull’incapacità di dare risposte a eventi naturali, all’origine del mondo, ecc. Prima che il materialismo scientifico si affermasse e la laicità di molti stati venisse considerata un patrimonio comune, era normale dare spiegazioni più o meno strutturate. Le religioni del libro, ebraica, cristiana e musulmana, facevano riferimento ad un quadro interpretativo articolato e quella cristiana si è radicata, come avevamo osservato, nel quadro dell’impero romano d’occidente in sfacelo.
Allora riformuliamo la domanda e chiediamoci perché le religioni godano di tanto successo e a quale necessità tipicamente umana danno sollievo.
Partiamo da un esempio attraverso un famoso esperimento di suggestione post-ipnotica della Scuola di Nancy (studiata da Hippolyte Bernheim e osservata da Sigmund Freud), in cui a un soggetto in stato di ipnosi veniva ordinato di aprire un ombrello in un momento preciso dopo il risveglio.
Il significato dell’esperimento
- La suggestione post-ipnotica: L’ipnotista ordina al paziente di compiere un gesto assurdo (come aprire un ombrello in una stanza al chiuso e senza pioggia) dopo essere tornato allo stato di veglia.
- La reazione del soggetto: Quando il paziente si sveglia ed esegue il comando, non ricorda che gli è stato ordinato; se gli viene chiesto il motivo del suo gesto, inventa una giustificazione logica e razionale per difendere la propria coerenza (ad esempio: “Ho pensato che potesse piovere dal soffitto” o “Volevo vedere se l’ombrello si apriva bene”).
- La spiegazione psicologica: Questo dimostra la potenza della suggestione e il meccanismo inconscio della razionalizzazione, in cui la mente giustifica un’azione indotta credendo di averla decisa liberamente.
La risposta corretta sarebbe stata: “non so perché lo ho fatto”, dato che se non ricordo di essere stato influenzato da un ordine esterno, non dovrei essere in grado di dare una spiegazione.
Eppure, istintivamente, cerchiamo un motivo per dare una spiegazione a qualcosa che spiegazione non dovrebbe avere.
Accettare di “non sapere” produce evidentemente un livello di ansia dal quale vogliamo sfuggire.
Infatti una delle modalità con la quale chi è religioso cerca di convincere un laico della necessità della sua spiegazione si basa su questa serie di domande regressive:
1 – tu sei nato dai tuoi genitori, giusto?
2 – e tutti gli animali sono nati da qualcuno di preesistente che li ha generati
3 – e tutti gli oggetti che vediamo intorno a noi sono stati fatti da qualcuno.
4 – allora se pensi alla terra e all’universo ti devi chiedere: da chi sono stati fatti?
E’ a questo punto che si crea un vuoto di spiegazione e l’ansia che ne consegue.
La risposta del religioso è: “da Dio” ed è una risposta che rassicura e scioglie la tensione.
Naturalmente, se l’ateo accettasse di non sapere e si rendesse conto che l’esistenza di Dio si basa su di un artifizio dialettico, farebbe a sua volta la domanda:
a – e Dio da chi è nato?
ed il ragionamento regressivo di cui sopra perderebbe improvvisamente tutta la sua forza esplicativa.
Ma usciamo dal caso specifico per prendere atto del bisogno di evitare l’ansia che ci caratterizza e del fatto che, molto spesso, i nostri ragionamenti razionali derivano da spinte ed emozioni che razionali non sono.
E’ abbastanza difficile capire, per esempio, come sia possibile accettare socialmente di dare una connotazione negativa alla sessualità, che è una spinta formidabile verso le altre persone, che può corrispondere a momenti di estrema dolcezza e piacere. Ma se pensiamo al fatto che il desiderio sessuale è una spinta irrazionale ed istintiva e che incanalare questa spinta è, anche, un modo di sviluppare una qualche forma di autocontrollo; se ci soffermiamo a considerare che questo controllo può essere gestito in modo esterno ed estraneo ai nostri interessi e alle nostre inclinazioni, ci avviciniamo a comprendere come le religioni siano così interessate ai nostri comportamenti sessuali, questione che approfondiremo nella prossima puntata di questa serie.
Oggi cerchiamo di capire come la categoria di eretico, ieri l’ebreo ed il musulmano, oggi il musulmano e sotto sotto anche l’ebreo, siano utili ad una rivivacizzazione degli stereotipi della reazione di destra.
Fakir, di cui abbiamo parlato all’inizio, è lo stereotipo perfetto della persona sospetta: strepita, butta la testa contro il muro, prende a calci un’auto, delle serrande. Soprattutto è un immigrato e, forse, musulmano; per il potere attuale può senz’altro essere soppresso.
Nel rinnovato immaginario della destra essere immigrato dà adito ad un sospetto che si appiccica alla pelle per sempre: anche se sei nato qui o se sei qui da quando avevi sette anni, il sospetto che tu possa inquinare con la tua sola presenza in vita la “nostra tradizione” è sempre presente, come un marchio indelebile.
Sul sospetto si concludeva lo scorso intervento attraverso una citazione del testo di Mereu.
E’ quindi il momento di approfondire il concetto continuando con brani del suo libro:
<<Schema del sospetto.
Tradurre sospetto come presunzione di colpevolezza è il solo modo di rendere intelleggibile, razionalizzandolo nel linguaggio giuridico, un concetto che nella sua eziologia esprime sempre uno stato d’animo irrazionale, motivato dalla prevenzione e finalizzato alla punizione. Il che è quanto riconoscere validità giuridica a un distorto atteggiamento intollerante nei confronti di una o più persone, che si dubita possano essere origine, ragione e causa di comportamenti devianti o contrari a un quid (la fede, la proprietà, la rivoluzione, la democrazia, ecc.) al quale si dice di credere in maniera assoluta, e che pertanto si pone come valore totalizzante e prioritario da difendere comunque.
Il sospetto come “dubbio incerto”.
In campo giuridico il sospettare è l’ammettere che non si è sicuri, che mancano dimostrazioni certe, documenti e testimonianze attendibili, ma ciononostante, anzi proprio per questo, l’autorità dubita. Si sospetta ma non si hanno prove, si presume la colpevolezza ma senza dati di fatto, per cui il sospetto non è una conoscenza certa ma un dubbio incerto. Sembra una frase senza senso, una contraddizione in termini, eppure è la più esatta definizione del sospetto che abbiamo letto: “Suspicio non est cognitio certa sed dubitatio incerta”. Dal razionale (“cognitio certa”) all’irrazionale (“dubitatio incerta”) che viene posta come momento prioritario ed essenziale nei confronti di qualunque altro. Il politico qui si tinge di giuridico e diventa la ragione dell’agire.
Il sospetto come nevrosi.
La “dubitatio incerta” è uno stato d’animo patologico che si può tradurre con “nevrosi ossessiva”. L’autorità che sospetta è come il coniuge che si crede tradito. Agisce e reagisce irrazionalmente, avvicina episodi fra di loro contrastanti; accomuna azioni teleologicamente diverse, comportamenti contraddittori o insignificanti, e li associa ed inserisce in un unico “progetto criminale” che presenta come certo e fondato (i cosiddetti “fondati sospetti dell’autorità”).
Il che significa introdurre l’arbitrio dell’autorità come “instrumentum regni sub specie iuris”; riconoscere, cioè, validità giuridica all’immotivato e al passionale; ammettere l’esistenza di due livelli giuridici che scorrono come due corsi d’acqua paralleli: l’uno visibile, controllabile e certo, l’altro misterioso ed incerto; il primo sul piano razionale, il secondo su quello dell’irrazionale, con la precedenza assoluta su quest’ultimo. Tutto ciò significa che per poter tracciare il modello del sospetto non possiamo esimerci dal parlare dei concetti di fede, di fedeltà, di ortodossia, d’intolleranza, di devianza e di eresia che sono la conditio sine qua non, cioè i “presupposti” per cui il sospetto vive ed è operante.
La devianza.
Accanto e in opposizione all’ortodossia e alla fedeltà c’è la devianza. E’ una parola oggi di gran moda. Ma il concetto è vecchio di secoli.
Devianza è l’allontanamento dall’insegnamento retto e giusto (cioè da quello ufficiale) (ricordate il testo di Sellner6?); è il pensiero non canonizzato, l’autonomia intellettuale, il non essere integrato. Alla devianza si risponde ideologicamente solo con petizioni di principio, ribadendo, cioè, in primis la validità assoluta dei valori che pongono in discussione.
Pertinacia ed eresia dichiarata
Dalla devianza si arriva all’eresia dichiarata.
E’ una strada lunga, giuridicamente complessa, in cui si cerca, in tutti i modi, di vincere la pertinacia del deviante (dimostrare di essere integrati, rif. Nota 4). Come punto d’arrivo c’è o la ritrattazione (sotto forma di autocritica) e la dichiarazione pubblica di fede nei principi ortodossi (la “declaratio fidei”) (il “musulmanesimo di tipo europeo” secondo Sellner, n.d.r.), oppure la condanna come eretico “convinto”, e (nei casi più gravi) l’eliminazione fisica (rogo, ghigliottina, fucilazione)(più modernamente deportazione in “città modello” o nei paesi d’origine, rif. nota 4).>>
Possiamo dire, in conclusione dell’articolo di oggi, che esiste una similitudine ed una comunanza di intenti tra papa Paolo III e quelli della nostra presidentessa del consiglio.
Vediamo:
<<…l’unico problema che Paolo III sente prioritario ed urgente, e per la cui soluzione non procrastina, non tentenna e non indugia, è quello penale. Lo sente come il problema primo da affrontare e da risolvere. Ha l’intuizione chiara che qualunque restaurazione è da lì che deve cominciare, per consentire poi alle autorità di avere in mano uno strumento efficace di “persuasione” che agevoli l’attuazione dei propri desiderata. Tutti gli altri, in confronto a questo, sono problemi secondari, la cui soluzione può essere procrastinata.>>
Provate a rileggere quest’ultima citazione con il nome e cognome dell’attuale presidentessa del consiglio e resterete stupefatte, ma anche stupefatti, in sintesi …stupefattu!
Note
1 Seguaci della ideologia MAGA, ideologia di destra di origine statunitense
2 Si fa riferimento a Daniele Capezzone che tra il 2007 ed il 2008 passò da essere uno dei più feroci oppositori del governo Berlusconi, tanto da essere ospite fisso di un programma dal titolo “Markette”, a diventare portavoce del partito dello stesso Berlusconi. Voci di popolo lo paragonarono ad un juke-box che era una macchina nella quale, inserendo una moneta, si poteva scegliere una canzone a proprio piacimento. Il paragone è chiaro.
3 Italo Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa, Arnoldo Mondadori Editore
4 Esempi:
- Ginevra di Giovanni Calvino: Nel 1553 il medico e teologo spagnolo Michele Serveto fu condannato al rogo dal consiglio cittadino per aver negato la Trinità. Lo stesso John Calvin appoggiò il processo, pur chiedendo una morte meno crudele della pira (la decapitazione).
- I Anabattisti: Entrambi i fronti principali (cattolici e protestanti luterani o riformati) perseguitarono aspramente gli anabattisti, considerati sovversivi ed eretici perché rifiutavano il battesimo dei bambini e l’autorità religiosa dello Stato.
- Inghilterra anglicana: Sotto i monarchi Tudor, le minoranze cattoliche e i protestanti radicali (come i puritani o i separatisti) subirono condanne a morte, carcere ed esilio per non aver aderito alla Chiesa di Stato.
5 Il contesto della Riforma
- Aree geografiche: Molte esecuzioni si concentrarono in regioni della Germania, in Svizzera, in Scozia, nei Paesi Bassi e nei paesi scandinavi, dove il protestantesimo era la religione ufficiale.
- Autorità laiche e religiose: Nei regimi protestanti i tribunali civili e locali gestirono gran parte dei processi, spesso con il pieno appoggio dei pastori e dei leader religiosi locali che predicavano l’esistenza attiva di Satana e delle streghe.
- Il pensiero dei Riformatori: Sebbene Martin Lutero e Giovanni Calvino non scrissero trattati specifici dedicati esclusivamente alla caccia alle streghe, le loro teologie insistevano molto sulla lotta contro il demonio e sulla severa applicazione della Bibbia (come il passo dell’Esodo «Non lascerai vivere la maga»), giustificando la condanna di tali pratiche.
Cristianesimo Anglicano
In Inghilterra i processi non furono gestiti direttamente dalla Chiesa o da un’Inquisizione religiosa, bensì dai tribunali laici dello Stato attraverso leggi penali.
Il quadro giuridico e il ruolo della Chiesa d’Inghilterra
- Le leggi statali (Witchcraft Acts): Nel 1542, con l’atto di Enrico VIII, e poi nel 1563 sotto Elisabetta I, il Parlamento inglese rese la stregoneria un reato civile e un crimine (felony) punibile con la morte.
- Tribunali secolari: A differenza dell’Europa cattolica o della vicina Scozia (dove la Chiesa presbiteriana fu molto attiva nelle denunce), in Inghilterra i processi per stregoneria furono spostati sotto la giurisdizione dei corti di common law (giudici laici dello Stato).
- L’atteggiamento del clero anglicano: I pastori e i vescovi anglicani appoggiarono la validità della Bibbia contro la magia, ma la gerarchia della Chiesa d’Inghilterra non promosse mai una feroce caccia organizzata e, col passare del tempo nel XVII secolo, molti ministri anglicani assunsero un atteggiamento di forte scetticismo verso i racconti di stregoneria.
- Le esecuzioni: In Inghilterra si moriva per impiccagione (e non sul rogo, riservato solo ai casi di alto tradimento) e il numero totale delle vittime fu molto più basso rispetto a quello registrato in Germania o in Francia.
6 Martin Sellner, Remigrazione, Edizioni La Verità e Panorama, analizzato nei primi tre appuntamenti di questa serie di approfondimenti.
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