di Gianni Sartori
Vorrei concludere il mio contributo al 90° della Gcs con una “nota di colore”. Ossia su come la Guerra di Spagna abbia influenzato oltre al cinema (da “Per chi suona la campana” di Sam Wood a “Terra e Libertà” di Ken Loach, da “…e venne il giorno della vendetta” – ispirato alla vicenda del Quico – di Fred Zinnemann al discutibile Malnazidos di Javier Ruiz Calder…), la musica (cito solo la struggente “Viva la Quinta Brigada” di Christy Moore poi corretta in “Viva la Quince Brigada”) e la letteratura (v. la bibliografia ampliata), anche il fumetto.
Del resto è noto che in genere le guerre – soprattutto quelle “civili” – si combattono due volte. La prima armi alla mano, l’altra dopo. Scrivendo, riflettendo, polemizzando… e naturalmente anche mistificando o stravolgendo.
Quelle di Spagna (dal 1936 al 1939, ma solo ufficialmente: sappiamo come sia durata molto più a lungo) non fa certo eccezione…
Personalmente ho sempre seguito sia la scena fumettistica – in maniera discontinua, come quasi tutto del resto (nel CV anche una breve collaborazione con “Puzz” di Max Capa) – sia le vicende della Guerra di Spagna.
Convinto che quella del ‘36-39 in terra di Spagna abbia rappresentato, almeno in Europa, l’ultima concreta occasione per un radicale cambio di percorso (l’estrema possibilità per classi subalterne e popoli oppressi di emanciparsi) anni fa avevo diligentemente riordinato, oltre a libri, riviste, ciclostilati.. tutto il materiale BD (bandes dessinées) sull’argomento in mio possesso, in vista di una eventuale articolo (all’epoca il destinatario era il solito Frigidaire), ma poi la cosa venne accantonata.
Nel frattempo avevo comunque ripescato in scaffali e scatoloni vecchie pubblicazioni, sia nostrane, sia di provenienza iberica (oltre ai comics donati da compagni catalani e baschi, quelli provenienti dalla fornita e rinomata Bilintx di Donosti e da una libreria militante di Gerona di cui non ricordo il nome). Più recentemente, da ricerche ulteriori, ho dovuto constatare che ormai siamo all’inflazione delle graphic novels sulla GC spagnola. Veramente tante, fin troppe, le storie narrate e disegnate, attingendo per lo più dalla memoria familiare (evidentemente Spiegelman con Maus ha fatto scuola, ma non sempre gli epigoni risultano all’altezza). Storie solo in parte adeguate e utili alla comprensione dell’epica tragedia che – nonostante la diversa opinione espressa ultimamente da vari addetti ai lavori – doveva spianare la strada al dilagare del nazifascismo e alle stragi della seconda guerra mondiale.
Addirittura, talvolta si intravede una subdola deriva, quella dell’improponibile “equidistanza” tra vittime e carnefici, tra oppressi e oppressori, tra repubblicani e franchisti (sull’onda della cantonata presa a suo tempo da Simone Weil). Ma almeno per ora non si sprofonda – magra consolazione – nel revisionismo autopunitivo di certa “sinistra” ieri leninista (o stalinista, almeno di fatto), oggi genericamente liberal.
Ma non mancano autentici capolavori. Come No pasaran! di Vittorio Giardino (con la preziosa Dimenticare mai sulla riapertura delle fosse comuni dove finirono a centinaia di migliaia le vittime delle sacas) e il racconto Constancio y Manolo, una storia basca di José Munoz e Carlos Sampayo con l’illuminante, liberatorio finale.
E poi, attingendo a piene mani nell’estesa produzione meritano una citazione Los surcos del azar di Paco Roca; El ala rota di Kim Antonio Altarriba; Paseo de los canadienses di Carlos Guijarro (vedi il medico internazionalista Norman Bethune); Todo los que nos contaron nuestros abuelos di Cachete Jack; Tristisima ceniza: un tebeo de Robert Capa en Bilbao* di Mikel Begona e Inaket (forse più noti per il loro Otzi); Modotti. Una mujer del siglo XX di Angel de la Calle; Las damas de la peste di Javier Cosnava e Rubén de Rincon; Jamas tendré 20 anos di Jaime Martin; “Verdad” di Lorena Canottiere; “Cuerda de presas” di Fidel Martinez e Jorge Garcia; “El angel de la retirada” di Paco Roca e Serguei Dounovetz; “Winnipeg, el barco de Neruda” di Laura Martel e Antonia Santolaya; “Dias de rejones” di Laura Pérez Vernetti.
Immancabilmente andrebbe rivalutata l’opera – e il vissuto, quello di un’infanzia negli anni di un franchismo consolidato e apparentemente inamovibile – del meritevole Carlos Giménez (España, Una; España, Grande; España, Libre!; Barrio; Paracuelos; Malos tiempos, eccetera). **
Da segnalare, l’incontro immaginato da Hugo Pratt tra Saint-Exupéry e Buenaventura Durruti (in Saint-Exupéry: l’ultimo volo) dove Buen conversando con lo scrittore-pilota provvede a ricucirsi i calzini (filologicamente corretto -v. La breve estate dell’anarchia di Magnus Enzensberger).
Oppure la scena della fucilazione – ipotetica – del gentiluomo di ventura Corto Maltese. Immaginata da Giardino con un riferimento a Garcia Lorca. Esemplari poi le tavole del 1981 di Bonvi dove Orwell incontra un probabile fratello (integrato nel battaglione Thalmann della brigate Internazionali) del tenente di vascello Christian Slutter (quello fucilato per pirateria, sabotaggio e spionaggio in La ballata del mare salato). I due volontari internazionali discorrono di un “commissario politico russo coi capelli lunghi, sozzi e dall’aria spiritata che è morto due giorni fa” (Rasputin, ovviamente) e di un misterioso marinaio cieco che da solo sta rallentando l’avanzata dei fascisti con una “mitragliera Lewis-Kalashinkow bloccata a tiro fisso”.
Durruti appariva, brevissimamente, anche in Eloy uno entre muchos! di Antonio Hernandez Palacios (a pag. 52 nell’edizione del 1983, quella rustica). Pubblicato ancora nel 1979 a Gasteiz (Vitoria, in Alava, Hegoalde) da Ikusager Ediciones , tra collaboratori e coordinatori si coglie una netta prevalenza della componente basca. Del resto è basco anche Gorka, l’altro coprotagonista della serie (otra hormiga como él).
Invece a pag. 49 troviamo il “camarada Gallo” alias Luigi Longo (il cui libro sulle brigate internazionali viene citato tra le referencias bibliograficas) e “Mario Nicoletti”, alias Giuseppe Di Vittorio (pagg. 49, 50, 51). ***
Stando alla prefazione, il nome Eloy veniva estratto non casualmente in memoria di un “jovencisimo teniente del Campesino conocido en plena batalla del Jarama” da Ernesto Santolaya, editore e ispiratore della vicenda narrata da Palacios. Tutto da verificare. Non risulta infatti una partecipazione di Valentin Gonzalez (universalmente noto come El Campesino) alla famosa battaglia del febbraio 1937 (quella cantata sia da Woody Guthrie sia da Pete Seeger) mentre era – presumibilmente – sul campo a Toledo (vedi l’Alcazar, da dove prende il via la vicenda di Eloy) con il Quinto Regimiento, quello di Lister.
In seguito El Campesino partecipò – e venne anche ferito – alle battaglie di Guadalajara, Brunete e Belchite (nel corso del 1937) e a quella dell’Ebro (1938). Finendo poi come è noto in URSS e in un gulag da cui riuscì a fuggire riparando in Francia (ma questa è un’altra storia).
“Vencidos sin sentirse vencidos”, Eloy e Gorka dovranno comunque assaporare fino in fondo il calice amaro della sconfitta repubblicana. Avranno poi modo di rifarsi partecipando alla resistenza francese come membri dell’AGE (Agrupacion de Guerrilleros Españoles). Entrando nella capitale francese liberata con la 2° divisione blindata del generale Leclerc quando Eloy cadrà combattendo la sua ultima battaglia.
Per la cronaca: i primi a entrare in Parigi nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1944 furono maquisards iberici (presumibilmente baschi), in gran parte anarchici. Circa settemila membri dell’AGE parteciparono, insieme a qualche partigiano francese, al fallito tentativo insurrezionale antifranchista dell’ottobre 1944 in Val d’Aran. Poco simpaticamente vennero abbandonati alla loro sorte dagli anglo-americani nonostante la guerra contro il nazifascismo fosse ancora in pieno svolgimento.
Quanto a Gorka, disilluso, tornerà in Euskal Herria tra le montagne. E qui non possiamo escludere altri successivi scenari nella sua lotta contro il franchismo.
Verrebbe da cogliere qualche vaga analogia di Eloy con Tomka, il gitano di Guernica (nelle versioni precedenti: Amore e odio di un gitano a Guernica e L’ultimo treno) di Massimo Carlotto e Giuseppe Palumbo.
Anche qui non manca l’autoctono di Euskal Herria. Una miliziana basca, Amalur (“Madre Terra” in euskara), che viene uccisa dal fidanzato Tomka, un gitano scampato al bombardamento di Gernika dell’aprile 1937 e arruolatosi nel Quinto Regimiento (anche lui!). Fuggito in America latina, l’assassino verrà raggiunto dai fratelli della ragazza che la vendicheranno a coltellate. Inquietante.
Parte della storia si trascina pervasa, impregnata (oltre che da qualche luogo comune: Guernica e Picasso, i baschi, il Quinto Regimiento…) da sentimenti primordiali, oscuri, misteriosi: l’odio di tutti contro tutti, gli odori di eros e thanatos, la violenza e la degradazione morale di entrambi i contendenti. Rischiando, soprattutto nelle prime versioni, di mettere la sordina agli insegnamenti di una guerra di classe rivoluzionaria attraversata da molteplici istanze di liberazione.
Nell’ultima versione si infittisce la folla di personaggi noti (da Olivier Law a Béla Frank, da Von Richtofen a Gerda Taro) e gli aspetti politico-sociali della vicenda acquistano maggior visibilità.
D’altra parte la rivisitazione in chiave più esistenziale e antropologica che politica della Guerra Civile (con particolare attenzione per gli aspetti decadenti e degradanti) rischia di diventare una perversa costante. Mi spiego, o almeno ci provo.
Ovviamente i tempi sono irreparabilmente cambiati. Non solo dagli anni trenta, ma anche dai settanta. Sarebbe quindi fuori luogo e tempo massimo interpretare l’attuale stato di miseria dei rapporti sociali (in un contesto socialmente disgregato, ideologicamente confuso e maturo per una mobilitazione reazionaria delle masse da manuale) con le categorie della Spagna degli anni trenta.
Ma ancor peggio sarebbe proiettare automaticamente su quella situazione storica l’ombra scura dell’odierna frantumazione sociale.
Nella Spagna della prima metà del secolo scorso era scontata la presenza di consistenti comunità proletarie. Non solo la mano d’opera industriale di Barcellona e dintorni o i braccianti dell’Andalusia, ma anche, per esempio, quella dei minatori delle Asturie (e la loro rivolta del 1934, annegata nel sangue da un ufficiale ancora “lealista”, fedele alla Repubblica: Francisco Franco). Un tipo di realtà che come altre analoghe non esiste più: cancellata, annichilita. Così avvenne in tempi successivi per i cugini minatori gallesi (vedi le lotte contro la chiusura delle miniere del Regno Unito negli anni ottanta) e in genere per le concentrazioni operaie. Da Sesto San Giovanni a Torino, da Glasgow a Detroit, da Marghera ai cantieri navali in Euskal Herria. Tutto azzerato, de-industrializzato. Vuoi intenzionalmente, vuoi per lo scorrere inesorabile delle leggi di mercato.
Ma allora non era così. Non tutto almeno.
Esisteva appunto una grande (non mi spingo a dirla immensa) comunità proletaria. Estesa, forte, determinata e soprattutto consapevole: in sé e per sé… mentre ora, se mi consentite la battuta, quello che rimane della vecchia working class appare talvolta semplicemente “fuori di sé”.
E da questo, o almeno anche da questo, bisognerebbe partire per comprendere quanto avvenne nel ‘36-39. Non dalle pulsioni, non dai sentimenti innervati nell’animo umano… che pur esistono e agiscono, ma non hanno né l’esclusiva, né la precedenza.
In particolare il Corto verano (che poi, a ben guardare, non era stato neanche tanto corto) fu un’aspra lotta sia contro il fascismo (espressione delle classi dominanti più retrive: latifondisti, Chiesa, militari), sia contro il capitalismo in genere. Una rivoluzione sociale, insomma.
Fermo restando che la causa determinante per la sconfitta – tanto della Repubblica quanto della rivoluzione sociale – fu la barbarie nazifascista grazie agli indispensabili aiuti forniti a Franco da Mussolini, contro questa rivoluzione si doveva scagliare la repressione stalinista a Barcellona nel maggio 1937 e in Aragona nell’agosto del medesimo anno (vedi Lister mandato a estirpare manu militari le collettivizzazioni).
In sostanza: Stalin agiva in difesa della proprietà privata contro le collettivizzazioni operate dalla FAI e dalla CNT. Non solo per raccogliere adesioni tra la piccola borghesia autonomista (vedi l’anomalia del PSUC unico caso di un partito comunista a base regionale riconosciuto dal Comintern alla pari con il PCE), ma anche per rassicurare gli Stati democratici (Francia, Gran Bretagna…), pensando così di coinvolgerli nella lotta contro il nazifascismo. Non riuscì nell’intento (anzi, Londra e Parigi pretesero e ottennero la smobilitazione delle brigate internazionali mentre Roma e Berlino continuarono impunemente a sostenere Franco) e forse fu anche per questo che in seguito si accordò direttamente con il pericoloso avversario. Illudendosi stavolta di poterlo tenere a bada (vedi l’infame patto Molotov-Ribbentrop). O almeno è possibile sia andata così. Detto, per inciso, da uno che ha passato la tarda adolescenza a litigare furiosamente sia con gli stalinisti sia con i leninisti (talvolta stalinisti mascherati) sulla questione. Sentendosi ripetere decine di volte “Faremo come in Spagna” (in ovvio riferimento alle giornate del maggio ‘37, alla Telefonica, eccetera).
Negras tormentas agitan los aires
Ma torniamo ai fumetti. Esemplare l’opera di Alfonso Font, disegnatore di Negras tormentas e altre storie (pubblicato in versione italiana da REM, testi di Juan Antonio de Blas e Victor Mora), uno dei lavori più significativi sull’argomento. Impreziosito, nella edizione italiana, dalle magistrale introduzione storico-politica di Claudio Venza (l’indimenticabile compagno triestino che me l’aveva inviato).
La vicenda si svolge nei primi anni venti a Barcellona (la Manchester catalana, la Ciudad de los prodigios, la Rosa de foc), quando la città era attraversata dalle lotte sociali e dagli scontri armati tra i pistoleros al soldo della Patronal (la confindustria locale) e i militanti della CNT (con la nascita degli especificos che si confronteranno con i mercenari ad armi pari). Sono gli anni dell’assassinio del sindacalista libertario Salvador Segui e dell’avvocato democratico Francesc Layret. Ma anche del lungo sciopero alla Canadiense (1919), dell’uccisione del cardinale Juan Soldevilla (di Saragoza) e del generale Miguel Arlegui per mano del gruppo di Durruti. I due venivano accusati di aver, rispettivamente, benedetto e diretto la repressione antioperaia. Medesima sorte toccherà al capo del governo Eduardo Dato (accusato di aver dato mano libera nell’eliminazione di militanti sindacali e operai attraverso la ley de fuga). Fino al colpo di stato di Primo de Rivera.
Il personaggio principale di Negras tormentas (scontato il richiamo all’inno della CNT) è un giornalista dalla doppia vita (collabora sia con “La Vanguardia” che con “Solidaridad Obrera”), già combattente in Ucraina con Nestor Machno e in Messico con Pancho Villa. Un anarquista non propriamente ortodosso (un consiliare, un soviettista si direbbe), non senza qualche ambiguità. Amico personale di Buenaventura Durruti, ma anche di Lluis Companys (futuro presidente della Generalitat, fucilato da Franco nel 1940) e perfino di alcuni poliziotti honrados (onesti). Con l’aiuto dei quali riesce a impedire l’invio e la consegna di una grosso quantitativo di mitragliatrici alle SA (le camicie brune che avrebbero dovuto impiegarle nel putsch di Hitler del novembre 1923 a Monaco di Baviera).
Le altre due brevi storie sono, per certi aspetti, semplicemente agghiaccianti. Nella prima (La broma) si svela tutta la volgarità, la miseria, il degrado fisico e morale causati dalla guerra. Soprattutto quando questa riversa la propria brutalità sulla vita quotidiana dei bambini innocenti. E delle bambine in particolare. Nell’altra (Y tu, qué has hecho por la victoria?) sono i sentimenti, gli affetti a venir brutalmente lacerati dalla medesima logica. Sempre quella della guerra che pare non poter concedere alternative. ****
Le Falangi dell’Ordine Nuovo: una metafora soltanto?
Confesso invece di incontrare qualche difficoltà, quasi una sorta di soggezione, nel confrontarmi con il malinconico, struggente capolavoro di Christin e Bilal (Le falangi, in quattro puntate su “Pilot”, edizione italiana di “Pilote”, oppure sull’edizione spagnola “Vertigo”). Narra la vicenda di alcuni reduci delle Brigate Internazionali che combattono – in nome dell’antico ideale – contro un gruppo neofascista in gran parte formato da reduci del fronte opposto (falangisti, fascisti, membri della legione Azul, nazisti, collaborazionisti di Vichy, rexisti seguaci di Léon Degrelle…) responsabile di stragi e massacri indiscriminati (una versione a livello europeo della “strategia della tensione”).
Ancora legati da profonda amicizia, memori della passata militanza internazionalista riprenderanno le armi contro la nuova peste bruna. Si tratta di una compagnia varia e assortita, in cui ritroviamo l’eco di tante lotte di liberazione del secolo scorso: il giornalista inglese Pritchard (ricorda Orwell), il francese Barsac (già maquisard gollista, il quale pur essendo diventato un seguace della non violenza non si tirerà indietro), il sindacalista statunitense Donahue, il danese (ora ministro socialdemocratico) Avidsen, l’italiano Di Manno (giudice troppo indipendente per fare carriera), il comunista dissidente cecoslovacco Stransky, la scrittrice polacca e femminista Maria Wizniewska, l’ebreo Katz (forse un sionista deluso), il filosofo tedesco Kessler e Castejon, l’imprescindibile prete basco.
Mentre altri due compagni del loro stesso battaglione – il repubblicano irlandese O’Rourke, vittima di una pallottola vagante nella sua Belfast, e l’anarchico catalano Atadell, assassinato in un attentato delle falangi alla CNT di Barcellona – hanno esalato l’ultimo respiro prima di poter partecipare alla battaglia finale.
Un incipit superbo:
“Tutto cominciò in una terribile sera di gennaio, da qualche parte ai piedi della Sierra di San-Just… da qualche parte sulle aspre terre della provincia d’Aragona, nel freddo mortale dell’inverno spagnolo degli altipiani… nella neve scricchiolante che ricopriva a perdite d’occhio i magri campi di segale e di grano… sì, tutto cominciò quando le macchine e l’autocarro arrivarono in un villaggio dal nome dimenticato da tutti gli uomini… da quasi tutti gli uomini…”
Con l’amarissima conclusione dell’unico sopravvissuto (a parte Maria che se n’era andata prima della fine, per reagire alla tristezza, non soccombere al disincanto):
Vivo? A veces me lo pregunto. Sì, desde la casita de pescador de las Islas Hébridas donde escribo esta historia, frente a este mar gèlido, me pregunto si no estoy muerto también yo…o quizas es el mundo el que està muerto por mi: porque ya soy demasiado viejo para el. Yo, Jefferson B. Pritchard, que llevè a la muerte a mis amigos por una causa que en realidad no acierto a recordar…
Se inizialmente ero partito avvolto da sconforto, rassegnazione e spirito rinunciatario, nel frattempo qualcosina è mutato. Man mano che la mia ricerca – lo scavo – proseguiva, avvertivo nel profondo, sotto la cenere, il calore di una piccola brace che andava ridestandosi. Minuscola, appena percettibile ma con i colori della bandiera repubblicana (rojo, amarillo e morado) e di quelle curde (rosso, verde, bianco e giallo). E ripensavo a quei volontari delle Brigate Internazionali che andarono a combattere – senza nulla chiedere in cambio – una guerra impari, una guerra non loro (almeno apparentemente), in un’altra terra dove si parlavano altre lingue. A ognuno di essi dobbiamo la consapevolezza che l’umanità è – può essere – altro da un’orda di scimmie assassine che negli ultimi diecimila anni hanno trasformato il pianeta in un mattatoio ben organizzato. C’è stato (potrà esserci ancora?) anche altro.
E comunque, come Giardino, “Io non li ho dimenticati”.
Per cui concludo che forse la lotta, bene o male, da qualche parte continua. E stavolta, cazzo: No pasaran!
Gianni Sartori
Note
- A parziale rimedio del ruolo di comprimaria qui attribuito alla grande fotografa antifascista caduta a Madrid nel 1937, ricordo il fumetto Gerda Taro di Sara Vivan (pubblicato nel 2019 da “Contrasto”). Ricordata anche in Tomka, il gitano di Guernica dove fotografa i miliziani Amalur e Tomka poco prima di morire.
2) Una citazione per Descolonizacion e per Images para ante de una guerra (rispettivamente a pag. 36 e 37 e pag. 44 e 45 nell’edizione del 1978 di España, Una). Senz’altro preferibili a La hora de la verdà (pag. 30 e 31 della stessa edizione). Sia per il toro – l’oppresso qui simbolicamente confuso con l’oppressore – sia per una visione della ribellione come una “coazione a ripetere” che rasenta il fatalismo.
E poi il sempre attuale Vasco (vedi pag. 42 e 43 di España, Grande, 4a edizione, 1982).
3) Ma anche: Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Emilio Kleber, Asensio Torrado, Enrique Lister, Hans Khale…
4) Ho ripescato un riferimento alla GC in una vecchia storia di Will Eisner (vedi Una voce uguale in Spirit, un detective creduto morto, Eureka Pocket n. 9, Editoriale Corno, 1972) . Qui – siamo nel 1936 – due avventurieri senza scrupoli si confondono con le milizie repubblicane (chiamate i lealisti) approfittando della situazione per saccheggiare e arricchirsi (vedi pag. 196). La storia prosegue nella seconda guerra mondiale con risvolti misteriosi. Tra maledizioni, ricomparsa di presunti defunti, collaborazionismo e voci dall’oltretomba. Con un finale inaspettato.
In L’uomo del Sud di Alarico Gattia (“Un uomo un’avventura” n. 15, edizioni CEPIM, 1978) è inserita un’immagine a pag. 53 in cui i bersaglieri costringono alla resa quanto rimane del raffazzonato esercito di briganti di don Juan Borjes, un carlista al servizio dei Borboni (nel 1861). Rimanda esplicitamente a una foto (presumibilmente risalente al 1934, anno di rivolte proletarie) in cui alcuni anarcosindacalisti catalani fronteggiano la polizia. Stessi volti, posizioni e atteggiamenti. Cambiano solo le divise.
Forse era lecito aspettarsi di più dal 15° volume (D’une guerre à l’autre) di Histoire de France en bandes dessinées (Larousse-Le Monde, ristampa del 2008) dove solo un paio di vignette a pag. 1077 ricordano il sollevamento di Franco e la discutibile scelta di non intervento del governo popolare francese.
In Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi (Arnoldo Mondadori Editore, 1980), tra i disegnatori ritroviamo Alarico Gattia insieme a Paolo Ongaro. Autore quest’ultimo di ben due versioni a fumetti del bombardamento di Guernica (aprile 1937). Rispettivamente su “Il Messaggero dei ragazzi” (1987) e su “Il Giornalino” (2010). Ma qui, in Storia d’Italia, per la Guerra Civile spagnola solo qualche accenno (pochino direi visto il fondamentale ruolo svolto dall’Italia).
Due vignette a pag. 164, ricavate da altrettante foto storiche (quella di Franco che sfila circondato dai suoi complici e quella famosa del miliziano colpito a morte, di Robert Capa). Altre due a pag. 165 con il canonico bombardamento della città basca e il quadro di Picasso che troneggia sulla lunga teoria di profughi in fuga verso la Francia. Didascalie striminzite che, appunto, non rendono la reale portata – e la responsabilità – dell’intervento tricolore a sostegno del fascismo iberico.
Bibliografia consultata
“Omaggio alla Catalogna” George Orwell, edizioni il Saggiatore, 1964
“Pensando alla Catalogna – Cultura, storia e società” a cura di Eulalia Vega, edizioni dell’Orso – Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, 2008
AAVV “Afers – fulls de recerca i pensament n. 3 – Especial Guerra Civil, Catarroja 1986
Andrès Nin “Guerra e rivoluzione in Spagna 1931-1937”a cura di Gabriele Ranzato, Feltrinelli 1974
“Spagna 1936-1939 fotografia e informazione di guerra” (Mostra organizzata dalla Biennale di Venezia), Marsilio editore 1976
“Catalunya Bombardejada, 80° anniversario della Guerra Civile Spagnola 1936-1939”, Catalogo della Mostra, 2016
Ignazio Delogu e Cesare Colombo (a cura di) “30 anni di Spagna” Edizioni ANPI, 1969
“Immagini nemiche, la Guerra Civile Spagnola e le sue rappresentazioni”, Immagini e documenti, IBC Regione Emilia Romagna Assessorato alla cultura, Editrice Compositori 2000
“La breve estate dell’Anarchia – vita e morte di Buenaventura Durruti” Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, 1973
“La muerte de Durruti” Joan Llarch, ediciones Aura, 1973
“Buenaventura Durruti” Abel Paz, edizioni La salamandra, 1980
“Quelli di Barcellona” H.E. Kaminski, edizioni Il Saggiatore, 1966
“Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna (1931-1975)” Eulàlia Vega, edizioni Zero in condotta, 2017
“Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939”) Claudio Venza, edizioni elèuthera 2009
Carlos Semprun Maura “Révolution et contre révolution en Catalogne” Editeur Mame 1970
“Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della colonna di ferro”, edizioni Nautilus, 1981
Gabriele Ranzato “L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini”, Bollati Boringhieri, 2004
Ferrer Visentini “In Spagna per la Libertà – Volontari antifascisti vicentini nella guerra civile spagnola (1936/1939),Edizioni A.N.P.I. prov. di Vicenza, 1986
“Umanità Nova– Speciale 16 pagine Spagna ’36″ n. 25, anno 66 – 6 luglio 1986
A cura di Claudio Venza e Clara Germani: “Umberto Tommasini, il fabbro anarchico – autobiografia fra Trieste e Barcellona” , Odradek 2011
Pablo Puerta “Spagna – Antifranchsimo e lotta di classe 1936-1975” Mazzotta ed.1975
Harry Browne “Spain’sCivil War” ed. London, Longman 1996
(In lingua italiana: “La guerra civile spagnola” Il Mulino 2000)
Giuseppe Lotta “Fratello, mio valoroso compagno…Dall’Italia alla Spagna , la vita avventurosa di Fernando De Rosa, socialista libertario”, Marsilio Editore 1998”
“La guerra di Spagna, il PCE e l’Internazionale comunista” (a cura del Partido Comunista de Espana – reconstituido), Edizioni Rapporti Sociali, 1997
Josep Armengou “Justificaciò de Catalunya” Edicions de la Magrana, 1979
Helena Janeczek “La ragazza con la Leica”, Guanda 2017
Lev Trotskij “Scritti 1929-1936” Einaudi 1962 (in particolare la Parte seconda sulla rivoluzione spagnola).
Inaki Egana “Diccionario historico-politico de Euskal Herria” Txalaparta 1996
André Malraux “L’espoir”, Gallimard 1937
Paco Cerdà “Presenti”, Mondadori 2025
David Uclés “La penisola delle case vuote”, Neri Pozza 2026
Javier Cercas “Soldados de Salamina”, Tusquets 2001
Giovanni Dozzini “Maiorca”, Fandango 2026
Gianni Sartori “Indiani d’Europa – Euskal Herria”, ed. Scantabauchi 2004
Gianni Sartori “Catalogna – Storia di una Nazione senza Stato”, ed. Scantabauchi 2007
Felice Gambin (a cura di) “Segni della memoria – Disegnare la Guerra Civile spagnola”, Edizioni dell’Orso 2020
Manuel Azaña “La veglia a Benicarlò” (prefazione di Leonardo Sciascia), Einaudi 1967
Pilar Iparragirre “Felix Likiniano miliciano de la utopia” Txalaparta 1994
Georges Bernanos “I grandi cimiteri sotto la luna” Il Saggiatore 1996
José Peirats “La C.N.T. en la revolution espanola” Tolosa 1951-53 (quattro volumi)
E vorrei citare anche un libro di “chiara marca”. Quello del generale Manlio Gabrielli (nel 1936 Addetto militare in Spagna per conto del regime fascista) pubblicato dall’editore Volpe nel 1966. Con un titolo quantomeno fuorviante “Una guerra civile per la libertà – la Spagna degli anni ‘30 nella luce degli anni ’60”. Soprattutto per le citazioni (pag.98-99) dagli atti del famigerato “Convegno sulla guerra rivoluzionaria” dell’Istituto di studi militari Alberto Pollio (presso l’hotel Parco dei Principi, maggio 1965) e ugualmente pubblicati da Volpe. Come è noto vi presero parte Giannettini (SID), Merlino, Delle Chiaie, Magi-Braschi, Maggi, Rauti, De Boccard, Pisanò, Accame…
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