La recente uscita di Stefano Bonaccini (un liberale che può essere definito di sinistra solo dai trogloditi della destra più reazionaria) sulla scarsa preparazione culturale della gente di destra ha suscitato un vespaio di polemiche. I sondaggisti di Bidimedia hanno pubblicato, per battere il ferro finché è caldo, questo sondaggio del CISE, con questa premessa:
“Chi ha studiato meno vota più a destra”. È vero o no? L’analisi
Una recente frase di Stefano Bonaccini ha generato parecchie polemiche.
Le parole incriminate sono queste “Chi ha studiato meno vota più a destra, chi ha studiato di più vota più a sinistra”. Al netto della ovvia assenza di giudizio su chi ha potuto o non studiare, la frase è sostanzialmente vera. In grafica riportiamo i dati calcolati dall’Istituto Cise Luiss in occasioni delle Europee 2024. Il problema è, da noi riscontrato ogni giorno, è che si fa molta fatica a contemplare i concetti di probabilità, media, correlazione. Questi dati NON vogliono dare un giudizio di merito, non vogliono dire che tra gli elettori di CDX non ci siano laureati o viceversa. Dicono solo che, in media, elettorati diversi votano in modo diverso. Non è certo sconvolgente, vero?

Tutto questo non è una novità. Da anni vari sondaggi (di solito anglosassoni) danno risultati simili. Anzi, per il mondo anglosassone (così legato al concetto di “Quoziente d’Intelligenza”) la gente di destra non solo è meno “studiata”, ma è pure meno intelligente dei cosiddetti progressisti. Dovremmo gioirne, vantandoci del fatto che siamo più colti e meno stupidi dei “destri”? Fino a un certo punto, direi. Il grosso problema è che noi vorremmo essere l’espressione del proletariato (o, per dirla con linguaggio più alla moda e poco marxista, delle “classi popolari”). Che ovviamente sono quelle che hanno studiato di meno, che hanno avuto meno occasioni per formarsi culturalmente, che sono costrette a vendere la loro forza lavoro ed hanno ben poco tempo da dedicare all’arricchimento culturale. Lo sfruttamento non è solo l’estrazione del plusvalore da parte dei capitalisti, ma è anche l’oppressione e la vera e propria deprivazione culturale a cui è sottoposta la grande maggioranza dell’umanità. E se questa maggioranza sfruttata ed oppressa si rivolge (almeno in Italia) in gran parte, a quanto pare, alle forze più reazionarie ed oscurantiste invece che a noi, “illuminati”, “colti” e “intelligenti”, è un problema per noi, non certo per i padroni del vapore. Possiamo anche fare i fighetti, inorgoglirci del “quanto siamo bravi”, andare ai vernissage, ai musei, a vedere i film “impegnati” ed intelligenti, a teatro, ma chi può davvero cambiare le cose sono proprio quelli che “hanno solo la terza media” (per usare il grafico che vedete sopra) e magari neppure quella (come molti immigrati, soprattutto dai paesi africani e arabi). E allora c’è poco da stare allegri. Possiamo (e dobbiamo) riflettere sul perché questo è accaduto, e ci vorrebbero pagine e pagine, viste le molte risposte che si possono dare. Magari partendo dal fatto che, fino a 40 o 50 anni fa, probabilmente il grafico di cui sopra sarebbe stato ben diverso. Non credo che gli operai italiani, che in maggioranza votavano socialista nel 1919, avessero la laurea. Semmai ce l’avevano i loro sfruttatori, e i politici, gli avvocati, gli ingegneri, i giornalisti che servivano i padroni di allora. Lo stesso credo si possa dire dei milioni di operai che, tra il 1945 e la fine degli anni Settanta, non solo votavano PCI, PSI, PSIUP o Estrema Sinistra, ma riempivano le piazze d’Italia con la loro rabbia e le loro lotte. Non basta consolarsi dando la colpa alle TV di Berlusconi (e alla RAI che ormai ne è la fotocopia) nell’istupidimento generalizzato. Certo, questo cambiamento quasi antropologico ha ANCHE queste cause. Ma Berlusconi (e i padroni in genere) ha fatto il suo mestiere di capitalista imbonitore. Forse sarebbe ora di chiedersi seriamente quali sono le responsabilità della “sinistra” (in primis del PCI, principale partito “operaio” del secondo dopoguerra) in questa devastazione della coscienza di classe. Se oggi il grosso dei proletari preferisce guardarsi “Amici” o “Uomini e donne”, invece di andare alla sezione di partito o al Centro Sociale Autogestito o al cinema d’essai a vedere Bertolucci o i fratelli Taviani forse è anche perché qualcuno ha scelto di smantellarle, quelle sezioni di partito, e di fare di molti centri sociali dei ritrovi più o meno goliardici per organizzare i rave party. Credo che, invece di assumere uno spocchioso atteggiamento di sufficienza o peggio di superiorità, faremmo bene a preoccuparci per questi dati incontrovertibili.
Alberto Manzi
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