di Flavio Guidi

(per Emilio e suo figlio Francesco Lionello)

Aquí, en España, entre luto y sangre, se forja un mundo nuevo. Música de fragua. Música de martillo y yunque. Aquí luchamos y aquí moriremos. Queridos amigos: si muero en esta bella tierra, no me lloréis. Aquí morimos todos para que los que vienen tengan derecho a la sonrisa” (Federico Gerardo Ruffinelli, anarchico uruguayano d’origine italiana). [Qui, in Spagna, tra lutto e sangue, si forgia un mondo nuovo. Musica di fucina. Musica di martello e incudine. Qui lottiamo e qui moriremo. Cari amici: se muoio in questa bella terra, non piangetemi. Qui moriamo tutti affinché coloro che verranno abbiano diritto al sorriso]

Siempre hemos vivido en la miseria, y nos acomodaremos a ella por algún tiempo. Pero no olvide que los obreros son los únicos productores de riqueza. Somos nosotros, los obreros, los que hacemos marchar las máquinas en las industrias, los que extraemos el carbón y los minerales de las minas, los que construimos ciudades…¿Por qué no vamos, pues, a construir y aún en mejores condiciones para reemplazar lo destruido? Las ruinas no nos dan miedo. Sabemos que no vamos a heredar nada más que ruinas, porque la burguesía tratará de arruinar el mundo en la última fase de su historia. Pero -le repito- a nosotros no nos dan miedo las ruinas, porque llevamos un mundo nuevo en nuestros corazones. Ese mundo está creciendo en este instante. (Buenaventura Durruti). [“Abbiamo sempre vissuto nella miseria, e ci accontenteremo di essa per un po’. Ma non dimenticare che gli operai sono gli unici produttori di ricchezza. Siamo noi, gli operai, a far funzionare le macchine nelle industrie, a estrarre carbone e minerali dalle miniere, a costruire città… Perché allora non andiamo a costruire, e anche in condizioni migliori, per rimpiazzare ciò che è stato distrutto? Le rovine non ci spaventano. Sappiamo che non erediteremo altro che rovine, perché la borghesia cercherà di rovinare il mondo nell’ultima fase della sua storia. Ma – te lo ripeto – a noi le rovine non spaventano, perché portiamo nel cuore un mondo nuovo. Quel mondo sta crescendo proprio in questo momento.”]

Una volta in città, noi, bordighisti, trotskisti, massimalisti, siamo stati condotti all’Hotel Falcón, dove risiedevano già cinque trotskisti italiani che avevano partecipato attivamente alla giornata rivoluzionaria del 19 luglio. Questo gruppo di italiani comprendeva: Nicola di Bartolomeo, un napoletano che era stato nominato dal comitato esecutivo del POUM responsabile dei volontari stranieri; Lionello Guido, di Chioggia; Placido Magreviti, siciliano; Pino e Pietro, milanesi […]. Lì ho incontrato anche un altro toscano, un tipo molto fedele alla persona di Fosco, alto e magro, si faceva chiamare Tosca [si riferisce al rifugiato antifascista Cristofano Salvini]. Inoltre, c’erano anche il massimalista Etrusco Benci, Giuseppe Bogoni, Renzo Picedi e i bordighisti Bruno Zecchini, Renato Pace, Emilio Lionello e Enrico Russo, che prese il comando della colonna mostrando una certa abilità militare. (dall’intervista a Domenico Sedran fatta da Antonio Moscato, Critica Comunista, n.8/9, 1980)

Per mesi una quantità immensa di persone ha creduto nel valore dell’uguaglianza umana e ha agito di conseguenza. Il risultato è stato un sentimento di liberazione e speranza difficile da concepire in un mondo soggetto al denaro come quello in cui viviamo oggi”. George Orwell (9/10/37)

Volevo scrivere qualcosa, domenica 19 luglio, per ricordare la rivoluzione a Barcellona. In quel giorno, infatti, in risposta al golpe militare de “los quatro generales”, il proletariato della “rosa de foc” non solo sbaragliò le truppe ribelli, ma iniziò quella “breve estate dell’anarchia” di cui parlava Enszenberg, in cui tutto sembrava possibile: schiacciare il fascismo, farla finita con capitalisti, preti, militari, e creare un mondo nuovo. Quel giorno sulle barricate c’erano tutti: anarchici, comunisti del POUM, comunisti del PSUC (che nascerà ufficialmente quattro giorni dopo), socialisti, repubblicani catalanisti. Un’unità destinata ad infrangersi in poche settimane di fronte alle “ragioni di Stato” (o meglio, di Stati). Ma quel giorno, contro militari traditori e fascisti, c’erano tutti “i nostri”. Io, però, volevo ricordare in particolare i “nostri” in senso stretto. Non quelli che, in definitiva, si accontentarono di tentare di schiacciare il fascismo. Di quelli il ricordo è ancora, tutto sommato, ben vivo e riconosciuto, anche istituzionalmente (anche se in modi che spesso non suscitano il mio entusiasmo). E neppure di quella parte dei “nostri”, maggioritaria a Barcellona e in Catalogna, che, come diceva Durruti, portavano nei loro cuori un mondo nuovo, illuminato dalla fiaccola dell’anarchia. Anche di loro il ricordo è ben vivo, per fortuna. Non certo istituzionalmente, ma, grazie alla forza del numero (di quegli anni, ma, in misura minore, pure oggi), profondamente vivo. Insomma, volevo parlare un po’ di quei pochi comunisti italiani, rivoluzionari e internazionalisti, che lottarono con il POUM, contro corrente in tutti i sensi. Innanzitutto contro la peste militar-fascista, ma anche contro la corrente repubblicano-borghese, rappresentata in Spagna soprattutto dallo stalinismo. E persino contro la corrente, interna alla nostra classe, rappresentata dall’anarco-riformismo della direzione della CNT. Ne uscirono sconfitti, a tutti i livelli. E perciò cancellati due volte. Volevo scrivere questa cosa domenica prossima, per il 90° anniversario della vittoriosa insurrezione di Barcellona. Ma ieri sera ho saputo dell’improvvisa scomparsa del compagno Francesco Lionello, figlio del miliziano del POUM Emilio, al quale aveva dedicato un libro (Sovversivo, un veneziano alla guerra di Spagna, una vita alla ricerca dell’utopia), iscritto, come il sottoscritto, all’AICVAS. A lui dedico questo modesto contributo.

EMILIO LIONELLO, Venezia (1909-1996). Responsabile dei giovani comunisti  in clandestinità a Venezia, perseguitato e condannato dal Tribunale speciale a 4 anni e mesi 2 di carcere, fuoriuscito in Francia e fra i primi ad arrivare in Spagna  nell’agosto del 36’ combattente con la Colonna Internazionale Lenin del POUM. Partecipa agli scontri contro stalinisti e catalanisti del maggio del 1937. Combatte ancora con la 29esima divisione  fino a quando viene arrestato e rinchiuso nel carcere “Modelo” di Barcellona dalle autorità repubblicane, dopo la messa fuorilegge del POUM. Fra gli ultimi ad abbandonare la Spagna, rinchiuso a Saint Cyprien e Gurs , lavora lungo la linea Maginot da dove fugge. Al Rimpatrio dal Belgio verrà rinchiuso nel campo di concentramento di Castello di Montalbano (Firenze), deportato nel 1943 in Polonia  nel campo di concentramento di Katowice dove sarà  liberato dall’armata rossa nell’inverno del 1945.

DOMENICO SEDRAN, Pozzo di San Giorgio della Richinvelda, 1905 – Sequals, 1993. Emigrato giovanissimo in Lussemburgo e Francia, entrò in contatto con i gruppi comunisti di lingua italiana. Negli scontri tra i sostenitori della linea ufficiale del partito e i bordighisti stette coi primi. Espulso dalla Francia nel 1927, si stabilì a Bruxelles. Membro del partito comunista belga, aderì alla frazione trotskista. Nel 1928 il partito lo espulse, e l’anno dopo ricevette il provvedimento di allontanamento dal Belgio per “aver minacciato la sicurezza nazionale” avendo preso parte a diverse manifestazioni antifasciste. Raggiunse clandestinamente Parigi, poi fu costretto a continui spostamenti: Lione, Bastia, di nuovo a Lione, Marsiglia, Tolone, di nuovo, a Marsiglia. Membro della NOI (Nuova Opposizione Italiana) trotskista, nell’estate del 1936 partì per la Spagna. Dopo aver chiesto senza esito di poter costituire una frazione trotskista all’interno del POUM, combatté inquadrato nella Columna Lenin sul fronte di Huesca. In stretto contatto con Grandizo Munis organizzò l’attività della Sección Bolchevique-Leninista de España (SBLE) a Barcellona. Nel marzo 1938 venne arrestato con altri trotskisti, accusati di essere spie di Franco. L’arresto fu conseguenza dell’eliminazione da parte del POUM del capitano delle Brigate Internazionali León Narwicz, agente NKVD pericoloso che si era infiltrato nel POUM per identificarne i militanti e tra i responsabili della morte di Andreu Nin. A sparare tre colpi in testa alla spia stalinista furono Albert Masó “Vega” (che collaborerà nel dopoguerra col PCInt) e Lluis Puig. La morte di Narwicz servì per arrestare e torturare i trotskisti della SBLE, tra cui Sedran. Condannato a morte, riuscì a fuggire, varcò i Pirenei e raggiunse la Francia. Venne internato e poi  deportato in Bretagna. Fuggito, riparò a Bruxelles. Tentò di rientrare in Italia ma venne arrestato a Modane. Dopo il carcere si stabilì a Milano, e già durante la guerra entrò in contatto col PCInt, con cui collaborò fino al convegno di Torino (dicembre 1945), al quale partecipò anche Vega; contrario alle tesi di Perrone sull’imperialismo, abbandonò il PCInt per collegarsi nuovamente al movimento trotskista. Negli anni Sessanta ritornò nella terra natale, in Friuli, con una breve parentesi a Pola. Negli anni successivi aderì alla Lega Comunista Rivoluzionaria (sezione italiana della Quarta Internazionale), successivamente a Democrazia Proletaria e poi a Rifondazione Comunista.

NICOLA DI BARTOLOMEO (FOSCO). Resina (Napoli) 1901 – 1946. A 14 anni entrò nella Federazione Giovanile Socialista. Successivamente, al momento della scissione del Partito Socialista Italiano (Partito Socialista d’Italia) nel gennaio 1921 a Livorno, divenne membro del Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Operaio ingegnere, fu condannato a cinque anni di reclusione nel 1922 a causa della sua attività antimilitarista. Rilasciato dopo aver servito quattro anni e mezzo, nel giugno 1926 riprese l’attività di partito, ma fu costretto a fuggire all’estero. Dopo essere stato condannato in sua assenza, il partito lo aiutò a fuggire illegalmente in Francia nel 1927. A Marsiglia guidò i gruppi comunisti nell’area mediterranea finché, dopo essere stato arrestato dalla polizia francese e minacciato di espulsione da quel paese – il che avrebbe significato consegnarlo alla polizia fascista italiana – il partito lo trasferì a Parigi.

Dopo il Terzo Congresso Nazionale del PCd’I (Lione, 20–26 gennaio 1926), che confermò la vittoria della tendenza ‘centrista-burocratica’ di Gramsci, Fosco sostenne le posizioni della sinistra bordighista e, poco dopo il suo trasferimento a Parigi, fu infine espulso dal partito nel 1928. Membro della Frazione di Sinistra (Fazione di Sinistra) del PCd’I, si avvicinò al trotzkismo dopo aver preso contatti con la Nuova Opposizione Italiana (NOI), il Segretariato Internazionale dell’Opposizione Internazionale di Sinistra (OIL) e lo stesso Trotsky. Dal 1930 guidò una tendenza filo-trotskista all’interno della fazione bordighista, sostenendo la necessità di difendere l’URSS come stato operaio degenerato e sostenendo la rilevanza della tattica leninista del fronte unito proletario. Nel 1931, dopo sei mesi di dibattiti e lotte politiche, Fosco fu espulso dalla fazione e, nell’agosto dello stesso anno, entrò nella NOI, l’organizzazione trotzkista italiana.

Con la crisi della NOI nel 1934, la maggior parte dei suoi membri decise di andare in Spagna, dove sembrava che stesse avvenendo una rivoluzione. Fosco, che viveva in Francia senza documenti e con falsi nomi, e che era già stato arrestato per questo motivo durante il Primo Maggio Rosso del 1929 a St Denis, fu scoperto dalla polizia francese e nell’aprile 1936 dovette fuggire in Spagna, insieme alla sua compagna, Virginia Gervasini. Al suo arrivo a Barcellona, fu arrestato il 5 maggio perché non aveva documenti d’identità, ma qualche tempo dopo fu rilasciato a causa di una campagna lanciata dalla CNT e dal POUM. Dopo i combattimenti a Barcellona il 19 luglio – ai quali Fosco, fianco a fianco con i membri del POUM, partecipò – e dopo la Conferenza per la Quarta Internazionale tenutasi alla fine di luglio, ci fu un certo avvicinamento tra trotskisti e POUM. Il 5 agosto 1936 arrivò a Barcellona una delegazione del Segretariato Internazionale trotzkista e del Parti Ouvrier Internationaliste francese, guidata da Jean Rous. La loro missione era stabilire un contatto diretto con il POUM e offrirgli aiuti internazionali. Rous presto entrò in contatto con Fosco, che il Comitato Esecutivo del POUM aveva messo a capo dei volontari stranieri venuti a combattere nelle milizie del POUM. Nello stesso periodo fu formato a Barcellona il Gruppo Bolchevique-Leninista, che dichiarò la sua adesione alla Quarta Internazionale. Era composta principalmente da trotskisti stranieri, e Fosco ebbe un ruolo di primo piano in tutto il periodo.

Nel gennaio 1938 Fosco tornò in Francia, dove si unì e fu attivo nel Parti Communiste Internationaliste guidato da Molinier e Pierre Frank. Scrisse una lunga serie di articoli sugli eventi in Spagna per il giornale del PCI, La Commune.

In vista della guerra imminente, il PCI aveva deciso di trasferire parte della sua leadership all’estero, tra cui Molinier, Frank e Fosco. Nel luglio 1939 Fosco si recò a Bruxelles con un passaporto falso e successivamente arrivò in Inghilterra per organizzare il trasferimento a Londra della delegazione del PCI francese. Tornato a Parigi per un breve soggiorno, fu colto di sorpresa dalla dichiarazione di guerra. Fosco fu poi arrestato mentre cercava di superare il confine franco-belga e fu imprigionato a Lille. Successivamente, fu internato nel campo di concentramento francese di Vernet, nei Pirenei. Fu rilasciato dopo l’armistizio tra Italia e Francia nel giugno 1940. La sua libertà, tuttavia, durò poco, poiché poco dopo fu nuovamente arrestato e consegnato dalle autorità francesi alla polizia fascista italiana. Il 30 settembre 1940 Fosco fu processato e condannato a cinque anni di condanna (deportazione) sulle isole Tremiti al largo della Puglia, nell’Adriatico.

Al confino nelle isole Tremiti, i prigionieri venivano organizzati in collettivi secondo le loro convinzioni politiche. Quando Fosco arrivò lì il 10 ottobre 1940, incontrò Cristoforo Salvini (Tosca), che era stato membro sia del Gruppo La Parola Nostra che del gruppo Le Soviet, e che aveva combattuto nella Colonna Lenin del POUM composta da volontari internazionali in Spagna. Con il suo aiuto Fosco iniziò a organizzare un nucleo trotzkista di deportati. Successivamente questo nucleo fu rafforzato dall’arrivo di un giovane rivoluzionario, Bruno Nardini, attivo tra le fila del PCI francese, arrestato nel febbraio 1940 in Francia, processato a maggio e consegnato alle autorità italiane a giugno. Arrivò alle isole Tremiti il 7 maggio 1942. Tra gli altri compagni appartenenti al gruppo guidato da Fosco, meritano una menzione i veneziani Giuseppe Bortoluzzi e la sua compagna Maria De Fanti.

I deportati furono liberati il 22 agosto 1943, alla vigilia dell’arrivo delle forze anglo-americane. Il piccolo gruppo trotskista guidato da Fosco adottò il nome Centro Nazionale Provvisorio per la Costruzione del Partito Comunista Internazionalista (IV Internazionale), e il 15 dicembre 1943 affissero un manifesto a Bari con il titolo ‘Ai lavoratori del mondo intero’. Fosco e i suoi compagni scelsero di entrare nel Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP), nuovo nome adottato dal PSI nell’agosto 1943.

Nell’ottobre 1943 la sezione napoletana del Partito Comunista Italiano subì la cosiddetta ‘scissione montesantina’, e un mese dopo gli scissionisti di sinistra iniziarono la ricostruzione del movimento sindacale fondando la ‘rossa’ Confederazione Generale del Lavoro, guidata dal sostenitore di lunga data dei bordighisti, Enrico Russo. Fosco, che rappresentava ufficialmente il PSIUP all’interno della CGL rossa, divenne uno dei suoi leader e propose posizioni di sinistra all’interno delle sue fila. Il 29 dicembre 1943, al primo congresso delle leghe sindacali ricostruite, fu nominato membro del Comitato Esecutivo della Camera del Lavoro Napoletana. Nel gennaio 1944 Fosco si recò a Bari per partecipare al secondo Consiglio Nazionale del PSIUP come delegato degli esiliati socialisti. All’incirca nello stesso periodo partecipò anche a un congresso sindacale a Bari organizzato dagli stalinisti per liquidare la CGL rossa, e lì presentò una mozione propria a favore dell’unità sindacale, che fu approvata.. Al Congresso di Salerno della CGL ‘rossa’ nel febbraio 1944, Fosco, come delegato della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, denunciò la politica economica anti-operaia perseguita dal governo di Badoglio e sostenne la necessità di una ‘ricostruzione’ che fosse a vantaggio dei lavoratori e non del capitalismo, aggiungendo che l’unità sindacale doveva essere raggiunta solo su una piattaforma di lotta di classe. La mozione che presentò (approvata all’unanimità) chiedeva una trasformazione radicale della società attraverso la socializzazione dei principali mezzi di produzione e scambio. Immediatamente dopo il ‘Patto di Roma’ e la fondazione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), nonostante le manovre del PCI contro la CGL ‘rossa’, Fosco sostenne l’adesione di quest’ultima alla CGIL, sostenendo la necessità di non ostacolare l’unità sindacale. Nello stesso periodo fu espulso dal PSIUP.

Dopo la sua liberazione dal confino, Fosco aveva cercato di stabilire un contatto con la Quarta Internazionale. Nel luglio 1944. Fosco e un compagno americano incontrarono Romeo Mangano, il leader della vecchia Federazione Puglia del PCd’I che era rimasta su posizioni bordighiste di sinistra. La Federazione, che aveva affisso i manifesti per una Quarta Internazionale, era completamente ignara dell’esistenza della Quarta Internazionale trotzkista fondata sei anni prima.

Fosco strinse immediatamente un’alleanza politica con la Federazione Puglia e, nel febbraio 1945, il gruppo trotskista da lui guidato si fuse con la Federazione per formare il Partito Operaio Comunista (Bolscevico-Leninista) (POC[B-L]), riconosciuto come sezione italiana della IV Internazionale. La morte lo colpì improvvisamente il 10 gennaio 1946 a causa di una malattia banale che non poté essere affrontata per mancanza di medicine. Il simbolo della Quarta Internazionale fu inciso sulla sua lapide.

VIRGINIA GERVASINI (Milano,1915- Varese,1993). Compagna di Nicola di Bartolomeo negli anni Trenta. Emigrata col padre Emilio, anarchico, a Parigi, nel 1924, conosce “Fosco” nel 1933 ed entra nel movimento trotskista. Col suo compagno cerca rifugio a Barcellona, nell’aprile 1936. Iscrittasi al POUM (pur essendo militante del Gruppo Bolscevico Leninista e più tardi del Gruppo “Soviet”), partecipa alle giornate di luglio contro i militari ribelli. Diventa speaker di Radio POUM per le trasmissioni in italiano e francese. Partecipa agli scontri del maggio ’37 contro stalinisti e catalanisti. Nel gennaio ’38 si rifugia, con Fosco, in Francia. Dopo la rottura personale con Fosco, nel 1940, partecipa alla Resistenza francese. Ritorna in Italia alla fine della guerra. Nel 1976 il Comune di Milano le consegna una medaglia d’oro per la sua attività di militante antifascista in Spagna. In quell’occasione rifiuta di stringere la mano a Vittorio Vidali.(alias Carlos).

GUIDO LIONELLO, Chioggia, 1901 – Dachau 1945. Operaio e marittimo, schedato come comunista. La sua scelta di campo avviene nell’ambiente familiare intriso di sentimenti libertari e antifascisti; il padre, pescatore e anarchico, a seguito delle minacce fasciste nel 1920 è costretto a trasferirsi con la numerosa famiglia a Venezia, in una misera abitazione alla Giudecca. Dopo il servizio militare prestato nella Regia Marina, Lionello s’iscrive, come timoniere, nei ruoli della Marina mercantile, aderendo alla sezione di Chioggia della Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare.

Nel 1930 a Fall River negli USA diserta l’imbarco su una motonave italiana e nel 1932, dopo uno sciopero, viene arrestato per ingresso illegale nello Stato americano e per attività sovversiva. In questo periodo lavora anche come scaricatore e pittore ed è segnalato come appartenente al Marine Worker Industrial Union e ad una «sezione comunista» a Red Hook. Dopo un periodo d’internamento a Long Island, il 16 marzo 1933 è imbarcato coattivamente su un piroscafo diretto in Europa ma, giunto nel porto di Algeri, riesce a far perdere le proprie tracce e ad imbarcarsi con altri antifascisti su una nave diretta a Marsiglia. Al rientro in Italia, viene fermato a Ventimiglia dalle autorità italiane, in quanto inserito nel Bollettino delle Ricerche – Rubrica di Frontiera. Dopo aver scontato sei mesi di carcere a Venezia, riacquista la libertà seppure con “diffida” e sottoposto a vigilanza.

Non riuscendo a trovare un lavoro, nel maggio del 1934 emigra clandestinamente in Jugoslavia con alcuni connazionali. Arrestato sconta due settimane di carcere a Zagabria dopo di che viene espulso e accompagnato alla frontiera con l’Austria dove soggiorna a Graz. Da questo paese attraverso la Svizzera raggiunge ancora una volta la Francia stabilendosi a Marsiglia, sotto falso nome (“Berruti”). Nella città francese frequenta gli ambienti sovversivi ed in particolar modo quelli della Sinistra comunista, aderendo al Partito socialista come altri internazionalisti e scrivendo alcuni brevi articoli contro il regime a firma “Nautilus”. Inviso ai dirigenti del PCI per le posizioni antistaliniste è oggetto di diffamazione politica e personale, sconfessata da una Commissione d’inchiesta del Partito Socialista. La sua attività peraltro non passa inosservata e le autorità francesi lo arrestano una prima volta per propaganda sovversiva.

Il 12 e 13 ottobre 1935 Lionello partecipa al Congresso antifascista di Bruxelles e la polizia annota i suoi contatti con Bernardino Fienga noto esponente comunista di tendenza trotzkista. Il 19 marzo 1936 Lionello è nuovamente arrestato a Marsiglia «per contravvenzione al decreto di espulsione» e quindi costretto ad espatriare, senza documenti, in Spagna dove si stabilisce a Barcellona e trova lavoro a Badalona. Nonostante il tentativo di metterlo in cattiva luce operato da un informatore al servizio della polizia fascista che riprende le calunnie del PCI, ottiene il riconoscimento di “rifugiato politico” sotto la protezione del CUIRA (Comitato Unico Internazionale Rivoluzionario Antifascista) che a differenza del Soccorso Rosso non è egemonizzato dal PCI. Nel maggio 1936 scrive articoli sui giornali «Ultima Hora» e «La Batalla», organo del POUM.

Nel luglio 1936 prende parte alla sollevazione rivoluzionaria ed è tra gli insorti del POUM che occupano l’Hotel Falcon, facendo diversi prigionieri filofascisti, e durante la guerra civile si arruola nella Brigata “Lenin” del POUM in cui milita anche la sua compagna, la spagnola Júlia Gelada Terma. Dopo aver combattuto sul fronte d’Aragona, nel maggio del 1937 a seguiti degli scontri tra rivoluzionari e stalinisti è arrestato con l’accusa di essere un «trotzkista», Dopo sei mesi di carcere, tornato libero, riprende il proprio posto nel fronte antifascista rivoluzionario e, secondo un informatore, farebbe parte del Comitato anarchico italiano di Barcellona. Con l’avanzare delle forze franchiste e della controrivoluzione staliniana Lionello lascia la terra di Spagna rifugiandosi nell’estate del 1939 a Tolosa; durante la ritirata delle forze repubblicane, sotto un bombardamento aereo – probabilmente italiano – muore la compagna Júlia.

Nell’aprile del 1940 viene, come molti altri reduci della guerra civile spagnola, internato nel campo di concentramento di Gurs, dove si aggrega al gruppo dei prigionieri anarchici e come tale è considerato. Con l’inizio della Seconda guerra mondiale e l’invasione delle armate tedesche del territorio transalpino e scarse sono le notizie sui suoi movimenti. Nell’estate del 1941 viene «reclutato» come lavoratore dell’industria e trasferito in Germania, a Saargemünd, così come risulta da una tessera di lavoro conservata ed esposta presso il Centro di documentazione di Dachau. Nel luglio del 1942 viene arrestato insieme ad un altro lavoratore internato, anch’egli reduce della Spagna (Raimondo Nioi) con l’accusa di aver diffuso volantini bilingui sovversivi.

La speranza di far ritorno in Italia sfuma dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre allorché Lionello, dopo quasi un anno di carcere nelle prigioni naziste di Saarburg, si trova ad Innsbruck in attesa di essere consegnato alle autorità italiane: viene invece trattenuto dalla polizia tedesca e nuovamente deportato, con il treno n. 11 partito da Trieste il 30 novembre, verso Dachau dove arriva il 10 dicembre 1943. Col n° di matricola: 60057, è classificato con la categoria “Schutzhaftlinge” (prigioniero politico). In questo campo Lionello ritrova molti “internazionali” reduci della guerra civile spagnola e antifascisti italiani. Al termine della guerra, il 29 aprile 1945 il campo viene liberato dalle truppe statunitensi, ma dopo 17 mesi di prigionia che hanno irreparabilmente segnato il suo fisico, Lionello muore il 22 maggio 1945 presso l’ospedale americano di Dachau, probabilmente anche a seguito dell’epidemia di tifo. Viene sepolto nel cimitero comunale di Dachau. Successivamente il suo corpo viene esumato e traslato a Monaco di Baviera nel Cimitero militare italiano d’onore e successivamente al cimitero di San Michele, a Venezia.

[continua]


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