di Gianni Sartori
Nel 1986, in luglio, mi trovavo nei Paesi Baschi (Euskal Herria) per completare una ricerca fotografica sui murales in regioni europee dove, all’epoca, il conflitto sociale si esprimeva con particolare intensità (Irlanda, Catalunya, Corsica e appunto Paesi Baschi).
Partecipai ad alcune manifestazioni dei gruppi ambientalisti-antinucleari (Eguzki contro la centrale di Lemoiz) e della sinistra abertzale (anche se le due realtà in genere si sovrapponevano). Sia a Gasteiz (Vitoria) che a Donosti (San Sebastian) e in alcune località minori (Gernika, Zarautz…) Ricordo in particolare una manifestazione contro le estradizioni – non autorizzata – a Donosti che si concluse con cariche, lacrimogeni, proiettili di gomma sparati dalla Polizia Nacional e anche conqualche sparo di “fuego real”. Con decine di arresti e di feriti.
Oltre ai cittadini baschi alla manifestazione avevano preso parte giovani immigrati spagnoli, solidali dalla Catalunya e dalla Bretagna (Breizh). Oltre a militanti di sinistra francesi, tedeschi (punk, autonomen…), italiani dei Centri sociali…
Per cui, cadendo il 50° del fatidico luglio 1936 (inizio della Guerra Civile Spagnola in cui la maggioranza dei Baschi si era schierata con i Repubblicani contro i fascisti) concludevo un articolo scritto per l’occasione (e pubblicato su Frigidaire con il titolo: ASKATASUNA – LIBERTA’) con un esplicito Buon anniversario Repubblica!
Ora, nemmeno il tempo di voltarsi indietro e di anni ne sono passati quasi altrettanti (solo dieci in meno) di quelli tra l’inizio della Guerra Civile e la manifestazione del 1986. A ormai 90 anni di distanza mi chiedevo se non era il caso di aspettare il centenario per celebrarlo con il conto tondo. Tuttavia l’anagrafe mi suggerisce di non correre il rischio. Non solo arrivarci è un’incognita, ma anche prevedere in quali condizioni.
Quindi (a scanso di inconvenienti) per ora festeggio e celebro il 90°. Poi si vedrà.
Oltre a costituire una sorta di “prova generale” per la Seconda guerra mondiale, la Guerra Civile spagnola è stata altre cose.
Uno scontro tra totalitarismo fascista-monarchico e forze repubblicane democratiche. Ma pure un conflitto sociale tra classi dominanti e subalterne. Rappresentando anche, elemento non certo secondario, la rimessa in discussione dell’autoritario centralismo spagnolo.
Con il secolare braccio di ferro fra l’autonomismo- indipendentismo delle “nazioni senza Stato” della penisola iberica e Madrid.
In particolare per la nazione basca (Euskal Herria) e quella catalana (Paisos Catalans).
Ben presto i generali felloni e golpisti si resero conto che la guerra appena iniziata sarebbe durata a lungo. Aiutati dalla Germania nazista e dall’Italia fascista intendevano troncare le radici del “sovversivismo”; sia quello sociale (in particolare i movimenti sindacali di UGT e CNT), sia quello autonomista. Nei villaggi e nelle città conquistati dalle truppe nazionaliste venne sequestrato ogni documento prodotto dai “rossi”: liste di iscritti ai sindacati, alle associazioni di laici, alle biblioteche popolari; si impadronirono anche dei verbali delle riunioni, comprese quelle delle collettività autogestite e dei consigli comunali. Tutto questo materiale venne portato a Salamanca e l’archivio assunse una precisa funzione repressiva. Alla fine della Guerra Civile venne impiegato per la repressione, la sanguinaria limpieza politica (e almeno in Euskal Herria anche consapevolmente etnica) praticata dal regime dal 1939 in poi.
In passato si calcolava che i giustiziati (la maggior parte fucilati) tra il 1939 (termine della Guerra civile) e il 1945 siano stati tra i novantamila e i centocinquantamila. Ricerche più recenti (anche per l’individuazione di altre fosse comuni) suggeriscono che il totale potrebbe aggirarsi sulla cifra di duecentomila.
Il golpe militare del 19 luglio 1936 contro la legittima Repubblica venne a interrompere un ampio processo di apertura e modernizzazione della società spagnola (v. anche l’opinione di Gabriele Ranzato su “la Repubblica come prima modernizzazione della società spagnola”).
Più che dal governo legittimo e dall’esercito lealista la prima immediata opposizione fu quella popolare che operò vittoriosamente da Barcellona ai Paesi Baschi..
Nelle città catalane soprattutto le milizie libertarie (CNT, FAI) che impedirono alle truppe golpiste di uscire dalle caserme e occupare i centri nevralgici.
Mentre toccava ai gudari (i combattenti antifascisti baschi, in gran parte legati al Partito Nazionalista Basco) porsi alla testa del sollevamento popolare nelle regioni basche (ma a San Sebastian furono i soliti anarchici, tra cui Felix Likiniano, a organizzare le prime barricate).
Se lo stato repubblicano faticava a riprendersi, la vita delle popolazioni si riorganizzava su altre basi, soprattutto a Barcellona, a Valencia, a Madrid e nelle campagne aragonesi. Dovunque era presente un forte sindacato, anarchico o socialista. Diversamente nei Paesi baschi prevalse la questione dell’autonomia.
I militari fascisti furono vincitori a Saragozza e Siviglia dove iniziò una dura repressione.
A Barcellona in particolare sarà la componente libertaria a stravincere nelle battaglie di strada e sulle barricate (con la perdita di militanti come Francisco Ascaso). Quella che nelle intenzioni dell’esercito si doveva risolvere con una sfilata per la Diagonal fallisce in pieno. Per una volta la classe operaia sconfigge i militari. Determinante (rispetto a quanto avvenne in Germania e in Italia) il fatto che nella penisola iberica – e non solo in Catalunya – si era consolidata l’attitudine al conflitto sociale, sia con gli scioperi generali che con l’azione diretta.
Diversi cronisti hanno raccontato dell’incontro tra il presidente della Generalitat Lluis Companys, dirigente dell’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), (v. anche in “La breve estate dell’anarchia” di H.M. Enzensberger).
Companys riconobbe la loro egemonia, mentre da parte loro CNT e FAI decisero di non estromettere il governo catalano.
Si crea un Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, un potere parallelo che organizza in modo orizzontale, volontario le forze popolari. Nel Comitato il ruolo dirigente spetterà inizialmente agli anarchici i quali collaborano sia con i socialisti che con il neonato PSUC, a egemonia comunista. Oltre alla costituzione delle milizie ha inizio l’autogestione produttiva. Con le collettivizzazioni soprattutto nelle medie e piccole industrie, oltre ai servizi pubblici. Assemblee e comitati degli operai decidono di farsi carico della produzione mentre nei conventi e nelle chiese si insediano gli “atenei libertari”.
In quel momento Barcellona è il cuore pulsante delle maggiori tendenze rivoluzionarie. A fianco della CNT e della FAI si schiera il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccolo partito comunista antistalinista dove militerà George Orwell). Oltre a numerose organizzazioni spontanee che ruotano attorno alla volontà di fondare una nuova società, alla sperimentazione sociale. Leggendo i resoconti di viaggiatori e inviati dei giornali di mezzo mondo, si coglie, palpabile, l’autentica sorpresa di fronte al fervore rivoluzionario della metropoli catalana.
I trasporti sono gratuiti, nei ristoranti in genere non si paga e vige un clima di rapporti umani egualitari e solidali nella prospettiva del “comunismo libertario” teorizzato da Bakunin e Kropotkin.
Invece proprio il PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya, con un Comitato Centrale autonomo rispetto al PCE) finirà per difendere la proprietà privata.
Nato dopo il 19 luglio 1936 dall’unificazione tra il Partit Comunista de Catalunya, il Partit Català Proletari e la Federaciò Catalana del PSOE, finisce sotto il controllo degli stalinisti in quanto riconosciuto dalla Terza Internazionale. Grazie al rapporto privilegiato con l’URSS che invia sia armi che consiglieri militari (ma pure agenti della polizia segreta), cresce rapidamente in forza e prestigio. Anche -paradossalmente per un’organizzazione comunista – per la scelta di tutelare la proprietà privata contro le collettivizzazioni.
Principalmente per rafforzare i legami con la piccola e media borghesia, indispensabili per vincere la guerra. Mentre i movimenti rivoluzionari vengono accusati di essere “portatori di confusione facendo oggettivamente il gioco dei fascisti”. Con lo scioglimento delle milizie si riesuma il concetto di disciplina (e di gerarchia) e il conflitto viene inquadrato come puro e semplice scontro militare tra eserciti. Si creano reparti militari e i soldati subalterni si ritrovano in condizione di inferiorità rispetto agli ufficiali. In questa deriva termidoriana il PSUC ottiene il sostegno di alcuni settori catalanisti.
E’ possibile che Stalin, contando sull’intervento a fianco della Repubblica delle borghesie europee (Gran Bretagna e Francia), intendesse rassicurarle di fronte all’eccessivo radicalismo espresso dalle masse popolari nei primi mesi della guerra (o della rivoluzione).
Ma non comprendendo quale partita si stesse giocando in Spagna (dove Hitler e Mussolini inviavano truppe, navi, sommergibili e aerei a sostegno di Franco) Londra e Parigi si rifugiarono in un pilatesco “non-intervento”. Passato alla storia come“strategia dell’appeasement”. Teorizzata dal governo britannico (con qualche malcelata simpatia per Franco) e adottata – per quanto obtorto collo – anche dal Front Populaire di Leon Blum.
Recenti studi (v. il fondamentale lavoro di ricerca del compianto Claudio Venza da cui ho tratto dati, notizie, spunti…) su trasporti, elettricità, edilizia e anche sulle fabbriche meccaniche avrebbero confermato che tutto sommato il vasto e impegnativo esperimento autogestionario era riuscito. Operai e contadini avevano dimostrato di essere in grado di gestire l’economia. Anche se, a conti fatti, le collettivizzazioni risultarono più praticabili in ambito rurale (Aragona soprattutto). Al punto che la distruzione nell’agosto 1937 delle collettività rurali aragonesi (per mano di Lister) metterà in crisi l’approvvigionamento anche dei combattenti.
D’altro canto la guerra andava troppo per le lunghe e la produzione doveva essere indirizzata verso armi e munizioni. Venuto meno lo spirito rivoluzionario della prima ora, diversi esponenti anarchici finirono per giustificare scelte contrarie ai principi libertari.
Già nel settembre 1936 la CNT partecipa al governo catalano e dopo due mesi quattro militanti anarchici entrano come ministri nel governo centrale di Largo Caballero.
Federica Montseny diventa ministro della Sanità, una delle prime donne in Europa. Qui si occupa di pratiche contraccettive, di aiuto all’autogestione della maternità.
Il nuovo ministro della Giustizia sarà Juan Garcìa Oliver. Un altro anarchico, Peirò (operaio del vetro, considerato un “moderato” all’interno della CNT) diventa ministro dell’Industria. Con la sconfitta della Repubblica Peirò si rifugiò in Francia. Catturato dai nazisti verrà riconsegnato a Franco (come Companys). Torturato affinché entrasse a far parte del sindacato verticale (franchista), rifiutò e venne fucilato nel 1942.
Inizialmente circa tre quarti della popolazione spagnola non sottostava ai golpisti. A fine luglio Franco ottiene l’aiuto di Mussolini e poi anche dei nazisti. L’Italia invia nel complesso 80 mila uomini, divisioni corazzate, aviazione (764 aerei mentre la Germania solo 277), navi e sommergibili.
L’intervento italiano del CTV (Corpo Truppe Volontarie, anche se molto poco “volontario” in realtà) fu determinate. Vedi il trasporto aereo degli ascari di Franco dal Marocco in Spagna (dove si resero responsabili di violenze, stupri, torture…). Mentre è universalmente noto che furono i Tedeschi della Die Legion Condor a bombardare, con ordigni incendiari, Guernica (26 aprile 1937, un migliaio di morti), si preferisce ignorare che l’Aviazione Legionaria Italiana con i Savoia-Marchetti aveva preventivamente mitragliato la cittadina basca.
Così come qualche giorno prima aveva bombardato Durango. Inoltre l’aviazione e la flotta italiche si resero responsabili di alcune migliaia di morti tra Barcellona e dintorni.
Catalunya en el punto de mira
Uno dei primi attacchi dei franchisti (ancora prima di quelli su Madrid del novembre ’36), aveva avuto come obiettivo una città catalana. Come spiegava il catalogo della mostra “Catalunya bombardejada” per l’80° anniversario della Guerra civile spagnola: “el primer bombardeig franquista sobre una poblaciò catalana es produit el 30 d’octubre de 1936 a Roses, efectuat des del mar per creuer de la marina de guerra espanyola Canarias”. E gli attacchi agli abitati costieri (San Feliu de Guixols, Palamos, Blanes, l’Escala e ancora Roses) proseguirono incessantemente per tutta la durata della guerra per rendere effettivo il blocco navale e isolare la zona repubblicana. Causando centinaia di vittime in particolare nell’Alto Empordà, una delle comarche più bersagliate. Non limitandosi a colpire le infrastrutture portuali, i franchisti si accanirono contro stazioni e linee ferroviarie di Girona, Portbou, Colera, Llancà, el Port de Selva, Vilajuiga, Figueres…con almeno 400 vittime tra i civili.
Analogamente vennero bombardate gran parte delle altre comarche catalane.
Tra i bombardamenti più devastanti quelli effettuati su Granollers (non a caso chiamata la “piccola Gernika”) del 31 maggio 1938. Opera di cinque aerei italiani Savoia S-79 provenienti da Maiorca. L’isola delle Baleari era tornata sotto il controllo franchista grazie agli squadristi di Arconovaldo Bonacorsi (già noto come uno dei massacratori del quindicenne Anteo Zamboni) che vi fucilarono più di tremila civili. La maggior parte presso il cimitero di Porreras, lasciando sconvolto anche un cattolico monarchico e conservatore come Georges Bernanos ( v. “I grandi cimiteri sotto la luna”) e perfino, pare, qualche falangista locale.
Su Granollers nel giro di qualche minuto gli aerei italiani scaricarono 60 bombe e 750 chili di granate colpendo il centro della cittadina (non ancora provvista di rifugi) causando 224 morti e 165 feriti. Stando almeno ai primi accertamenti, ma nel registro del cimitero, sotto l’elenco delle vittime, si annotò “y aùn siguen” (“e ce ne sono ancora”). Seguirono altri attacchi aerei (gennaio 1939) effettuati sia dalla Legione Condor, sia dall’Aviazione Legionaria Italiana con decine e decine di vittime. Risalgono al novembre 1937 els bombardeigs a Lleida. Micidiale quello condotto da nove trimotori italiani sul Liceo Escolar del 2 novembre 1937. Attacco presumibilmente intenzionale a quello che era diventato un simbolo di educazione libera (si ispirava all’insegnamento del pedagogista libertario Francisco Ferrer, fondatore della Escuela Moderna e fucilato a Barcellona nel 1909). In totale le vittime furono 250 tra cui una cinquantina di alunni del liceo. Inevitabile l’analogia con il massacro del 28 febbraio 2026 di 180 bambine nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab nel sud dell’Iran. Indiscriminata strage operata da missili statunitensi guidati da Skinet (pardon, dall’A.I.).
In un secondo bombardamento su Lleida (27 marzo 1939) gli aerei dei franchisti causarono altre 400 vittime. La cittadina sarà ancora devastata varie volte tra la fine di marzo e i primi di aprile 1939.
Altri intensi bombardamenti nel Tarragonese: ben 33 in una sola giornata il 15 gennaio 1939 su Tarragona. Il 23 febbraio 1937 era stato colpito dalla Legione Condor l’ospedale di Flix con ulteriori attacchi nel marzo 1938. Per un totale accertato di circa 250 vittime civili a Tarragona e di 215 a Reus. Con circa 200 vittime anche nel Penedès (304 attacchi aerei tra il maggio 1937 e il gennaio 1939) dove si trovavano alcuni aeroporti repubblicani.
Ovviamente anche Barcellona era posta regolarmente “en el punto de mira” (al centro del mirino).
Il primo bombardamento indiscriminato, a tappeto, colpì la capitale catalana il 13 febbraio 1937. Il primato poco onorevole spettava all’incrociatore italiano Eugenio di Savoia.
Complessivamente le vittime civili dei bombardamenti sulla Rosa de Foc furono più di tremila. Un migliaio soltanto nelle date del 16, 17 e 18 marzo 1938. Erano stati ordinati direttamente da Mussolini senza informare Franco che ne avrebbe poi ordinato la sospensione.
Verso la fine della guerra (febbraio 1939, i franchisti erano entrati in Barcellona il 26 gennaio) gli attacchi aerei si concentrarono sui luoghi dove si erano rifugiate le principali autorità della Repubblica e del governo catalano.
Fermo restando che i bombardamenti infierirono particolarmente su quartieri residenziali, mercati, infrastrutture civili compresi scuola e ospedali. Anticipando metodi in seguito ampiamente adottati dalla Seconda Guerra Mondiale ai nostri giorni.
In totale le vittime accertate delle incursioni aeree furono oltre dodicimila mila, al 90% in territorio repubblicano.
Di cui cinquemila in Catalogna (più della metà a Barcellona), almeno 2500 nel Pais Valencià e qualche altro migliaio tra Madrid, Paesi Baschi e Andalusia. Nelle aree sotto il controllo franchista furono un migliaio circa. Per la cronaca, risale al gennaio di quest’anno, dopo oltre dieci anni di iniziative legali, raccolta di testimonianze e iniziative pubbliche (convegni, mostre…) l’archiviazione definitiva della denuncia per crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana.
Le Brigate Internazionali
A metà ottobre 1936, a tre mesi di distanza dal golpe, venivano costituite le Brigate Internazionali. Vi parteciparono circa 35mila volontari provenienti da ogni angolo d’Europa e del mondo. Tra loro George Orwell, Willy Brandt, Arthur Koestler, Tristan Tzara, Renzo Giua (lo zio di Anna Foa), Ilio Barontini, Pietro Nenni, Luigi Longo, Giuseppe di Vittorio, Fernando De Rosa, i triestini Umberto Tommasini (anarchico) e Vittorio Vidali (comunista) in perenne contrasto anche dopo decenni …
Senza dimenticare gli irlandesi caduti nella battaglia di Jarama: Charlie Donnelly, Eamon McGrotty, Bill Henry, Liam Tumilson, Bill Beattie…
E poi naturalmente lo scrittore francese André Malraux che era a Madrid già il 21 luglio, a quattro giorni dal tentativo di golpe fascista.
Una settantina di volontari provenivano dal vicentino.
Oltre a Visentini Ferrer (originario di Trieste ma vicentino d’adozione):
Ismene Manea di Malo (il fratello del Tar venne torturato e assassinato da un gruppo di ucraini collaborazionisti dei tedeschi nel 1944), Ambrosini Vittorio di Roana, Basso Luigi di Caldogno, Boscardin Giovanni di Lusiana, Cavalli Giovanni di Valstagna, Coro Giuseppe di Luciana, Costabeber Gilio di Posina, Dalla Costa Faustino di Enego, Deganello Giuseppe di Malo, Fongaro Gaetano di Valdagno, Marcolongo Florindo di Foza, Maschio Abramo di Cismon del Grappa, Menegatti Mario di Foza, Morellato Gino di Vicenza, Nicoletti Silvio di Arzignano, Panozzo Domenico di Valli del Pasubio, Eugenio e Igino Piva di Schio, Ponti Giuseppe di Zanè, Sartori Antonio di Vicenza, Zen Vittorio di Piovene Rocchette …
Per una lista completa consultare il volumetto “In Spagna per la Libertà” di Ferrer Visentini con presentazione di Fernando Bandini pubblicato dall’ANPI nel 1986).
In maggioranza operai, braccianti o muratori dell’Alto Vicentino. Molti avevano raggiunto la Spagna repubblicana direttamente dalla Francia dove erano emigrati precedentemente. Alcuni in quanto dissidenti, altri in cerca di lavoro. Soprattutto comunisti e socialisti con qualche presenza anarchica (Conte Giulio di San Nazario, Pinton Pietro di Vicenza,).
Quindici antifascisti vicentini caddero in Spagna, altri 4 nella Resistenza e 3 in campo di concentramento.
Le Brigate Internazionali si distinsero particolarmente nella difesa di Madrid e nelle battaglie di Guadalajara (1937) e dell’Ebro (1938).
I loro caduti furono oltre diecimila. Con un finale tragico. Se in molti riuscirono a valicare i Pirenei e rifugiarsi in Francia (dove comunque vennero internati) e successivamente integrarsi nella Resistenza francese, altri come i ventimila bloccati nel porto di Alicante attesero invano una nave per sfuggire alle truppe del caudillo. All’arrivo dei fascisti (quelli italiani), vedendosi ormai senza scampo, tanti preferirono suicidarsi (la maggior parte con armi da taglio essendo rimasti senza munizioni). Gli scampati finirono nei campi di concentramento. Nella Spagna nel dopoguerra (con la complicità della Chiesa) si realizzò un autentico universo concentrazionario e punitivo.
Così Dolores Ibàrruri ricordò le brigate internazionali:
“Sois la historia, sois la leyenda. Sois el Ejército heroico de la solidaridad y de la universalidad de la democracia”
Sempre nel 1936 (in novembre) il governo repubblicano chiese a Buenaventura Durruti, uno dei maggiori esponenti dell’anarcosindacalismo iberico, di recarsi con la sua colonna a difendere Madrid che rischiava di capitolare.
Dopo l’assedio di Saragozza, Durruti si mette in cammino con alcune migliaia di volontari, molti dei quali cadranno nei giorni successivi nella capitale spagnola.
Il carismatico esponente libertario aveva organizzato la sua “Colonna” di miliziani anarchici in base al principio della “disciplina nell’indisciplina”. Si dimostrò molto efficace nelle battaglie dell’Aragona (un fronte a egemonia libertaria). Qui, nei villaggi liberati, si costituirono le collettivizzazioni in base ai princìpi del comunismo libertario.
Appena giunto a Madrid, dopo un viaggio massacrante, Durruti raggiunge la linea di combattimento e rimane gravemente ferito (per un incidente, era sceso dall’auto con il colpo in canna). Spira nella notte fra il 20 e il 21 novembre 1936. Una morte per certi aspetti emblematica, uno spartiacque.
E’ mia convinzione che tale evento abbia inciso negativamente sulla componente libertaria, quella spinta che inizialmente aveva caratterizzato la sollevazione antifranchista. Da allora la logica bellica – militarista – finì col prevalere.
Durruti del resto l’aveva intuito – predetto? – quando diceva «alla guerra si diventa sciacalli». Proprio per questo bisognava non perdere tempo nell’organizzare la rivoluzione sociale.
Grandiosi i suoi funerali a Barcellona, raccontati da H.E. Kaminski in “Ceux de Barcelone”.
A luglio era già caduto Francisco Ascaso (durante l’assalto alla caserma Atarazanas il 20 luglio 1936),mentre nel maggio del ’37 vengono assassinati dagli stalinisti sia Camillo Berneri che Andreu Nin [Nin in realtà verrà ucciso dopo il 16 giugno, ndr].
Una coincidenza: sempre il 20 novembre moriva – fucilato dai repubblicani in quel di Alicante – José Antonio Primo de Rivera. La data venne poi sacralizzata dal regime. Quando nel 1975 stava ormai per tirare le cuoia, il boia Franco venne tenuto artificialmente in vita per oltre un mese in modo da farlo morire nello stesso giorno del fondatore della Falange, appunto il 20 novembre. Negli anni ottanta la data venne utilizzata simbolicamente dalle squadre della morte parastatali spagnole (in particolare dal GAL) per assassinare alcuni esponenti baschi abertzale (Santi Brouard, Josu Muguruza…).
Dalla morte di Durruti passa un mese o poco più e già nel gennaio 1937 si registrano gli attacchi – per ora a mezzo stampa – da parte degli stalinisti del PSUC contro i libertari (CNT, FAI, POUM…). Preludio agli eventi del maggio ’37 (a Barcellona, v. la Telefonica) e dell’agosto (in Aragona, quando Lister elimina le collettività anarchiche).
Le prime avvisaglie dei contrasti tra anarchici e stalinisti si registrano in alcuni villaggi della Catalogna nel gennaio del 1937.Quasi contemporaneamente, in febbraio [in realtà l’attacco del giornale stalinista è del 16 dicembre 1936, ndr], la “Pravda” scrive che “contro i trotzkisti (in realtà il POUM aveva rotto con Trotzki nda ) e gli anarchici verrà usato il pugno di ferro, come in Russia”.
Il Primo Maggio 1937 a Barcellona non ci sono manifestazioni. Dopo alcuni giorni un gruppo di poliziotti, guidati da un membro del PSUC, va all’assalto della Centrale telefonica occupata dagli anarchici. Era un esempio classico di “doppio potere”: chiunque intendeva parlare con la Generalitat doveva prima passare per gli anarchici, anche (come avvenne) il presidente Manuel Azaña. Un potere di fatto che interrompeva il controllo statale. L’intervento della pattuglia di poliziotti provoca una vera battaglia sui vari piani della centrale e una rivolta nei quartieri proletari contro la provocazione stalinista. Da un lato anarchici e POUM, dall’altro PSUC e alcuni catalanisti. Il piccolo POUM, viene accusato di trotzkismo e di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti.
Invece contro la CNT-FAI la tattica doveva essere più subdola. Togliatti, per esempio, elogiava la base operaia della CNT mentre attaccava i dirigenti per i loro “errori e ambizioni”. Non si poteva ovviamente dire che la CNT, con due milioni di iscritti e centinaia di migliaia di combattenti, era “al soldo dei franchisti”. Un inciso: in quel momento l’iscrizione al sindacato era obbligatoria, ma anche prima, nel 1933-34, gli iscritti alla CNT erano un milione e 400 mila.
Il maggio 1937 di Barcellona si può considerare una “guerra civile nella guerra civile”. Vi furono circa cinquecento morti, in maggioranza nel campo libertario (anche un fratello di Ascaso). E come è noto morirono anche anarchici italiani.
Tra cui Camillo Berneri, un intellettuale amico di Carlo Rosselli, direttore di “Guerra di classe”. Sequestrato il 5 maggio venne eliminato dagli stalinisti e il suo corpo abbandonato per strada.
Tra i miei ricordi personali, l’incontro nel 1972 a Carrara con Umberto Marzocchi. L’inossidabile militante ci raccontò dell’ingrato compito che gli era toccato a Barcellona in quelle tragiche giornate: il riconoscimento del cadavere dell’amico Camillo all’obitorio.
L’incertezza regnò per una settimana. Il Comitato di difesa dei quartieri che aveva eretto le barricate, viene fermato dai vertici della CNT. Alla caserma “Spartaco”, dove gli anarchici avevano già puntato i cannoni contro la caserma “Karl Marx” in mano agli stalinisti, dovettero intervenire di persona Oliver e Montseny. Poi da Valencia (dove si era trasferito il governo repubblicano nel novembre 1936) arrivarono 5000 guardie d’assalto che ripresero il controllo. Venne arrestato anche il dirigente del POUM Andrés Nin (poi torturato e assassinato) e numerosi anarchici. Questa resa dei conti mise il movimento anarchico di fronte ad una scelta molto delicata; militarmente avrebbero potuto sconfiggere gli stalinisti, almeno a Barcellona, ma non vollero farlo. Accettando lo scioglimento dei Comitati di Difesa dei quartieri operai.
Naturalmente non mancarono i dissensi. In polemica con il decreto della militarizzazione delle milizie (e con quelli che venivano considerati i “cedimenti” di FAI e CNT) già un paio di mesi prima, nel marzo 1937, alcuni membri della Colonna Durruti (Jaime Balius, Pablo Ruiz, Félix Martinez…) avevano fondato un gruppo comunista-libertario denominato Los amigos de Durruti. Legati da amicizia personale con alcuni esponenti del POUM come Andreu Nin e Wilebaldo Solano. Significativo che il comunista Solano – antistalinista e libertario, divenuto membro della Resistenza in Francia – quando venne liberato da un campo di prigionia preferì andarsene con un gruppo di partigiani anarchici piuttosto che con quelli del PCF. Un accorgimento che – diversamente da quanto accadde al nostro compaesano “Blasco” (Pietro Tresso) – gli consentì di salvarsi la pelle.
Tornando al maggio ’37, Largo Caballero si dimise, non volendo portare a termine la repressione contro quelli del POUM accusati senza prove di essere “agenti di Franco”.
Va anche riconosciuto che – per quanto queste lotte intestine, fratricide, abbiano contribuito a indebolire la resistenza antifascista – nella vittoria del franchismo sui Repubblicani il ruolo determinanteè stato quello svolto dall’appoggio nazi-fascista.
Inoltre l’intervento in Spagna di Mussolini e di Hitler fornì ai due dittatori la possibilità di testare i rispettivi eserciti in vista della fase successiva, la Seconda guerra mondiale.
La definitiva sconfitta della Repubblica nel 1939 consentirà alla peste bruna del nazi-fascismo di germogliare, radicarsi e proliferare nell’Europa intera. Alimentata, concimata e abbeverata col sangue di centinaia di migliaia – poi milioni – di vittime sacrificali fucilate o impiccate. Prima con le sacas iberiche e poi con i massacri, olocausti e genocidi della Seconda Guerra Mondiale.
SACAS, ESECUZIONI E FOSSE COMUNI NEL DOPOGUERRA
La pena di morte era stata abolita in Spagna per la prima volta nel 1932, ma venne riesumata in risposta all’insurrezione dei minatori asturiani nell’ottobre 1934. Nel 1938 venne pienamente ristabilita e quindi applicata a livello di massa tra il 1939 e il 1945. La legge marziale rimase in vigore dal 28 luglio 1936 al 7 aprile 1948.
Dal 1939 si assiste a una serie impressionante di sacas.* Così venivano chiamate le operazioni con cui si prelevavano dalle prigioni gruppi di detenuti per fucilarli direttamente, senza alcuna parvenza di processo. In seguito queste “esecuzioni selvagge” (come le ha definite uno storico catalano) vennero sostituite da processi-farsa, con un’apparenza solo formale di legalità. 70/80 persone venivano giudicate contemporaneamente sulla base di una serie di presunti reati commessi e inevitabilmente con la sentenza si decretava la pena di morte collettiva.
Ricordo che stiamo parlando di fucilazioni o impiccagioni sistematiche, operate dall’apparato statale, non di episodi di vendetta o di ritorsioni di qualche gruppo incontrollato.
Non sono pochi gli studi finalizzati a quantificare il numero delle vittime della repressione franchista nel cosiddetto “dopoguerra”, cioè accettando per comodità come riferimento per la fine della Guerra Civile quello ufficiale e convenzionale del 1 aprile 1939: “La guerra ha terminado”. Studi e ricerche che non sono esenti da critiche, confutazioni e revisioni. E naturalmente la macabra contabilità non è immune dall’ideologia.
G. Jackson in La Republica española y la guerra civil (Barcelona 1976) parlava di circa 580mila morti complessivi, o per cause belliche o per violenza politica, tra il 1936 e il 1943. Di questi circa un terzo (200mila) sarebbero stati prigionieri repubblicani morti per esecuzioni dal ’39 al ’43.
Studi successivi, sorti sull’onda delle polemiche, portavano a un ribasso della cifra.
S. Larrazabal arrivava addirittura a parlare di “soltanto 22.716 esecuzioni tra il 1939 e il 1943”.
Fino agli anni Ottanta la maggior parte degli storici si era attestata su una cifra di circa centomila. Ramon Tamares riportava il numero di 103.129 giustiziati (sempre riferendosi al “dopoguerra”, naturalmente). In anni più recenti lo storico triestino Claudio Venza parlava di una cifra compresa tra 90mila e 150mila, dal 1939 al 1945. Altri studi (sia Jorge M. Reverte che Santos Julià, Victimas de la guerra civil, Madrid 1999) hanno calcolato che tra il 1936 e il 1943 il nuovo ordine fascista fece giustiziare oltre 150mila persone. Più di quelle che l’esercito di Franco aveva ucciso in tre anni di guerra. E senza dimenticare che numerosi combattenti repubblicani, ormai circondati, preferirono suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani dei carnefici fascisti. Come nel porto di Alicante.
Dato che le diverse metodologie applicate influenzano i risultati, è lecito pensare che alcuni dei lavori in questione pecchino quanto meno di approssimazione. Sembra infatti che quasi nessuno degli storici citati avesse ritenuto di dover consultare anche i Registri Civili, forse considerandolo un lavoro troppo lungo e comunque scarsamente prestigioso. Se ne occupò invece, sempre negli anni Ottanta, qualche ricercatore catalano, in particolare Josep M. Solé i Sabaté, sobbarcandosi al gravoso compito di dedicarsi sistematicamente a questo genere di ricerca.
Per quanto riguarda i Paisos Catalans, era giunto alla conclusione che le vittime del franchismo fossero state più del previsto. Nel solo Principat i catalani assassinati dalle forze di occupazione dopo il ’39 sarebbero stati 3385 (almeno quelli accertati fin dagli anni Ottanta) metà dei quali a Barcellona, gli altri distribuiti tra Tarragona, Lleida, Girona e una serie di località minori.
Un analogo lavoro di ricerca svolto nel Pais Valencià aveva quantificato in oltre 10mila i repubblicani giustiziati dopo il 1939 in una decina di località considerate. Come si può intuire, il maggior numero di fucilati nel Pais Valencià rispetto al Principat era dovuto anche alla maggiore distanza da una frontiera internazionale come quella con la Francia. Anche se non tutti gli antifranchisti che si rifugiarono in Francia sfuggirono poi alla vendetta del dittatore.**
Primo tra tutti quel Lluis Companys (fondatore nel 1931 dell’Esquerra Republicana de Catalunya) che ancora nel 1934 aveva proclamato “lo Stato Catalano integrato nella Repubblica Federale Spagnola”, gesto che gli costò l’arresto e l’imprigionamento nel carcere di Santa Maria.
Dopo la sconfitta della Repubblica nel 1939, Companys cercò scampo in Francia, ma con l’invasione delle truppe naziste venne riconsegnato ai franchisti. Dopo un processo sommario venne fucilato a Montjuic nel 1940. Seppe morire con molta dignità, lasciando sconcertati gli stessi membri del plotone di esecuzione. Prima che questi aprissero il fuoco si levò e depose gli occhiali, poi si tolse le scarpe per posare i piedi nudi sulla sua terra e cantò l’inno nazionale catalano, Els Segadors. L’eroica morte di Companys fu prepotentemente riportata alla memoria dei catalani nel settembre 1975 quando un giovane basco, Juan Paredes Manot (Txiki), venne fucilato al cimitero di Sardenyola non lontano da Barcellona. Davanti al plotone di esecuzione Txiki gridò “Gora Euskadi Askatuta, Iraultza Ala Hill”, poi intonò l’Eusko Gudariak, il canto dei gudaris, i combattenti baschi antifranchisti. Il 27 settembre (giorno della sua fucilazione e di quella di un altro etarra, Otaegi, oltre che di tre militanti del Frap) divenne la data in cui si celebra il Gudari Eguna cioè il giorno del combattente basco.
Estendendo le modalità di ricerca adottate da Josep M. Solé i Sabaté a tutta la penisola iberica (soprattutto nel centro e nel sud da dove era difficile espatriare), si arriverebbe con ogni probabilità a una revisione delle cifre precedentemente riportate. Quanti sono stati, per esempio, i casi in cui l’esecuzione venne classificata come “traumatismo”, evidente eufemismo quando viene applicata a gruppi di decine di persone morte contemporaneamente? In altri casi si riporta “asfixia” oppure “herida penetrante de craneo”. I Registri Civili, riportando la data e il numero delle vittime, permettono quindi di ricostruire con minor approssimazione la portata del massacro operato dal franchismo a guerra finita.
Altro dato interessante emerso da queste ricerche in Catalunya è che la maggior parte delle vittime, nelle località prese in considerazione, erano militanti o simpatizzanti libertari (CNT, FAI).
Sempre grazie ai Registri Civili si ha conferma di quale fosse la condizione sociale della maggior parte delle vittime. Quasi tutte appartenevano alle “classi subalterne”, le stesse che maggiormente si erano rese protagoniste del tentativo di stroncare il fascismo e contemporaneamente di rovesciare l’ingiusto ordine sociale esistente. Questo particolare può far comprendere anche quali siano stati i costi umani complessivi. Basti pensare alla miseria in cui precipitarono migliaia di famiglie proletarie la cui stessa sopravvivenza dipendeva per lo più dal lavoro degli assassinati.
L’impiego di misure repressive contemplanti la pena di morte non si esaurì comunque con la fine degli anni Quaranta. Le esecuzioni continuarono sistematicamente anche negli anni successivi. Sotto certi aspetti addirittura si perfezionarono a scopo preventivo e come deterrente nei confronti delle guerriglia. Avviata nei PPCC da militanti anarchici come Francisco Sabatè Llopart (El Quico, già integrato nella Colonna Durruti), Facerias e Capdevilla (Caraquemada) seppe mantenersi fino al MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich (giustiziato con il garrote nel 1974) e di Oriol Solé (ucciso dalla Guardia Civil durante un tentativo di evasione nel 1976).
Era del 1959 la “Legge di Ordine Pubblico” con cui la pena di morte veniva estesa a tutti i “delitti contro lo Stato”.
Nel 1963 veniva poi creato il famigerato Tribunale di Ordine Pubblico, lo stesso che condannerà a morte Salvador Puig Antich (1974) e cinque antifascisti nel 1975 (Txiki, Otaegi e i tre del FRAP).
Sempre nel 1963 suscitarono sdegno a livello internazionale le esecuzioni del comunista Juan Grimau (20 aprile) e degli anarchici Joaquin Delgado e Francisco Granados (17 agosto). Infine, nel 1964, il famoso decreto legge “contro il banditismo”, responsabile della morte di tanti oppositori. Ovviamente il maggior numero delle vittime era costituito da militanti (anarchici, indipendentisti, comunisti, sindacalisti…) ammazzati lungo le strade, in maniera alquanto informale, da vere e proprie squadre della morte di Stato. Altri, anche solamente sospetti, morivano nelle carceri, nelle caserme della GC e nei commissariati a causa di percosse e torture o grazie allo stratagemma della “ley de fuga”.
Per restare in Catalunya, rimane emblematico il caso dell’operaio di origine andalusa Cipriano Martos, aderente al Fronte rivoluzionario antifascista patriottico (il FRAP, operante in tutta la penisola, sosteneva l’autodeterminazione di PPCC, Euskal Herria e Galizia). Cipriano venne ammazzato nella caserma della Guardia Civil di Tarragona il 17 settembre 1973. Nel corso dell’anno sia la GC che la BPS (Brigata politico-sociale) praticarono la tortura in maniera indiscriminata. Come mi raccontava un ex esponente del Frap, “timpani e costole rotte non si contarono e i muri delle celle rimasero letteralmente ricoperti di sangue”. Ricordava anche di essere stato “arrestato in maggio a Barcellona insieme a decine di altri militanti. E tutti, chi più chi meno, subimmo la tortura”.
Quanto a Cipriano, nonostante maltrattamenti e percosse, non aveva dato nessuna informazione ai suoi aguzzini. Questi allora lo costrinsero a ingerire acido solforico. Trasportato in ospedale gli venne praticata la lavanda gastrica. Ricondotto in caserma venne nuovamente torturato e ancora costretto a ingerire altro acido solforico. Una seconda lavanda gastrica risultò del tutto inutile. Sul suo martirio lo scrittore Miguel Bunuel ha scritto il breve ma toccante testo El desaparecido.
Non dimentichiamo infine che nei confronti del franchismo era prevalso un atteggiamento sostanzialmente benevolo, sia da parte del Vaticano sia di Washington. Una sorta di “revisionismo storico” meno sfacciato di chi pretende di stabilire che in fondo Hitler avrebbe sterminato “soltanto” tre o quattro milioni di ebrei, ma non meno infido. Una rivisitazione della Guerra Civile che tendeva a riabilitare Franco come “fascista buono” (dal volto umano?). Talvolta addirittura un difensore degli ebrei perseguitati, contrapposto al “fascista cattivo” Hitler. Almeno 30mila ebrei sarebbero stati salvati dall’intervento del generalissimo Caudillo de España por gracia de Dios che avrebbe agito per “un senso di carità cristiana”. Sentimento che evidentemente non era emerso al momento di far fucilare migliaia e migliaia di proletari in odore di comunismo o anarchismo. Va anche ricordato che tale atteggiamento di benevolenza (comunque altalenante a seconda delle fasi della Seconda G.M.) si riversava più che altro sugli ebrei sefarditi (i discendenti di quelli cacciati dalla Spagna nel 1492 e che in parte conservavano l’idioma castigliano). Ma non sugli ashkenaziti, in genere disprezzati, dell’Europa centra e orientale. Del resto Walter Benjamin, arrivato in Spagna, stava per essere respinto in Francia nelle mani dei nazisti. E forse per questo scelse di suicidarsi.
Gianni Sartori
Note
- “En el día de hoy, cautivo y desarmado el Ejército Rojo, han alcanzado las tropas nacionales sus últimos objetivos militares. La guerra ha terminado.
El Generalísimo Franco
Burgos, 1° Abril 1939”
Raccontano i biografi che quel giorno Franco stava a letto con il raffreddore, ma “si alzò dal letto per correggere il bollettino di guerra che la Radio nazionale trasmetteva quotidianamente”. Firmato dal caudillo, alle 22.30, il bollettino venne letto agli spagnoli dall’attore Fernando Fernandez de Cordoba: “Oggi, catturato e disarmato l’esercito rosso, le truppe nazionali hanno conseguito i loro ultimi obiettivi militari. La guerra e finita. Burgos, 1° aprile 1939, Anno della Vittoria”. Un macabro “pesce d’aprile” destinato a durare quasi 40 anni. - A tale proposito riporto quanto mi venne raccontato da un cileno di origine catalana, all’epoca rifugiato in Veneto dopo il golpe di Pinochet. Pablo Neruda ebbe un ruolo significativo nel salvataggio di alcune migliaia di antifranchisti (in grande maggioranza catalani) rifugiati in Francia e che rischiavano, con l’arrivo imminente delle truppe naziste, l’estradizione nelle mani di Franco. Il poeta aveva organizzato la fuga via mare, ma al momento della partenza le autorità francesi non volevano più concedere il permesso, dato che sulla nave c’erano almeno il doppio dei passeggeri consentiti (seimila invece di tremila). Allora Neruda estrasse una pistola e, ritto sul molo, se la portò alla tempia, minacciando il suicidio se non fosse salpata con tutti i rifugiati. Alla fine comunque la nave partì con l’intero carico di profughi.
- Una considerazione sul film “Terra e Libertà”. Nel suo genere, uno spartiacque. Prima (anni sessanta, settanta, ottanta…ricordo bene) sui fatti del maggio ’37 a Barcellona c’era una totale rimozione o peggio (una sorta di travisamento, vedi l’infamante diceria sul POUM “Quinta colonna” di Franco…). Dopo il film (1995) la situazione, in parte, appariva rovesciata. Quasi che la colpa della sconfitta repubblicana dovesse ricadere sui “comunisti” (Psuc e Pce). In parte vi aveva contribuito la scena del miliziano che – quando si rende conto della reale politica di Stalin in Spagna – strappa la tessera del partito. Un episodio (storicamente documentato) che Ken Loach potrebbe aver preso in prestito da “Blocco H. La ballata di Colm Brady” (di Roger Faligot), ma che non andrebbe enfatizzato, tantomeno generalizzato.
Segnalo anche la cifra assolutamente errata – per eccesso – sul numero delle vittime della controrivoluzione staliniana del ’37 (appare, anzi appariva, in didascalia alla fine del film). In realtà furono alcune centinaia (poco più di 500, pare), non certo migliaia. Tra l’altro viene citata come fonte la storica rivista “Maquis”. Avendone conosciuto il direttore Filippo Gaia (persona seria e meticolosa), penso si sia trattato di un errore di trascrizione. Quindi – senza per questo giustificare gli stalinisti – sarebbe il caso di riportare le cause della sconfitta alle vere responsabilità. Innanzitutto quelle di Franco, il boia che dopo la fine della guerra – dal ’39 fino alla fine degli anni quaranta – firmava quotidianamente decine di condanne a morte. Prima del tutto indiscriminate poi con processi farsa in cui gruppi di decine di persone venivano condannati a morte collettivamente. E ricordare anche il ruolo fondamentale di Italia e Germania. Mussolini e Hitler fornirono migliaia di soldati, navi e centinaia di aerei (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…).
Bibliografia consultata
“Omaggio alla Catalogna” George Orwell, edizioni il Saggiatore, 1964
“Pensando alla Catalogna – Cultura, storia e società” a cura di Eulalia Vega, edizioni dell’Orso – Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, 2008
AAVV “Afers – fulls de recerca i pensament n. 3 – Especial Guerra Civil, Catarroja 1986
Andrès Nin “Guerra e rivoluzione in Spagna 1931-1937”a cura di Gabriele Ranzato, Feltrinelli 1974
“Spagna 1936-1939 fotografia e informazione di guerra” (Mostra organizzata dalla Biennale di Venezia), Marsilio editore 1976
“Catalunya Bombardejada, 80° anniversario della Guerra Civile Spagnola 1936-1939”, Catalogo della Mostra, 2016
Ignazio Delogu e Cesare Colombo (a cura di) “30 anni di Spagna” Edizioni ANPI, 1969
“Immagini nemiche, la Guerra Civile Spagnola e le sue rappresentazioni”, Immagini e documenti, IBC Regione Emilia Romagna Assessorato alla cultura, Editrice Compositori 2000
“La breve estate dell’Anarchia – vita e morte di Buenaventura Durruti” Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, 1973
“La muerte de Durruti” Joan Llarch, ediciones Aura, 1973
“Buenaventura Durruti” Abel Paz, edizioni La salamandra, 1980
“Quelli di Barcellona” H.E. Kaminski, edizioni Il Saggiatore, 1966
“Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna (1931-1975)” Eulàlia Vega, edizioni Zero in condotta, 2017
“Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939”) Claudio Venza, edizioni elèuthera 2009
“Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna” Carlos Semprun Maura, edizioni Antistato 1976
“Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della colonna di ferro”, edizioni Nautilus, 1981
Gabriele Ranzato “L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini”, Bollati Boringhieri, 2004
Ferrer Visentini “In Spagna per la Libertà – Volontari antifascisti vicentini nella guerra civile spagnola (1936/1939),Edizioni A.N.P.I. prov. di Vicenza, 1986
“Umanità Nova– Speciale 16 pagine Spagna ’36″ n. 25, anno 66 – 6 luglio 1986
A cura di Claudio Venza e Clara Germani: “Umberto Tommasini, il fabbro anarchico – autobiografia fra Trieste e Barcellona” , Odradek 2011
Pablo Puerta “Spagna – Antifranchsimo e lotta di classe 1936-1975” Mazzotta ed.1975
Giuseppe Lotta “Fratello, mio valoroso compagno…Dall’Italia alla Spagna , la vita avventurosa di Fernando De Rosa, socialista libertario”, Marsilio Editore 1998”
“La guerra di Spagna, il PCE e l’Internazionale comunista” (a cura del Partido Comunista de Espana – reconstituido), Edizioni Rapporti Sociali, 1997
Josep Armengou “Justificaciò de Catalunya” Edicions de la Magrana, 1979
Helena Janeczek “La ragazza con la Leica”, Guanda 2017
Lev Trotskij “Scritti 1929-1936” Einaudi 1962 (in particolare la Parte seconda sulla rivoluzione spagnola).
André Malraux “L’espoir”, Gallimard 1937
Paco Cerdà “Presenti”, Mondadori 2025
David Uclés “La penisola delle case vuote”, Neri Pozza 2026
Javier Cercas “Soldados de Salamina”, Tusquets 2001
Giovanni Dozzini “Maiorca”, Fandango 2026
Manuel Azaña “La veglia a Benicarló (prefazione di Leonardo Sciascia), Einaudi 1967
Gianni Sartori “Indiani d’Europa – Euskal Herria”, ed. Scantabauchi 2004
Gianni Sartori “Catalogna – Storia di una Nazione senza Stato”, ed. Scantabauchi 2007
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Caro Gianni, con l’età sei diventato ancora più generoso, forse troppo. Vero che a volte, per (sana) stalinofobia, si tende ad esagerare il ruolo controrivoluzionario dello stalinismo, ma in questo caso bisogna dire che il tuo appunto non mi convince. Ovvio che i principali responsabili della controrivoluzione sono, appunto, i controrivoluzionari “confessi” (franchisti, fascisti, nazisti, salazaristi, ecc.). Ma questo è, in un certo senso, il “loro lavoro”. Chi avrebbe dovuto stare dalla “nostra parte”, cioè dalla parte dei proletari e dei contadini spagnoli, catalani, baschi, galleghi, e, alla fine, ha scelto di soffocare la rivoluzione sociale per “vincere la guerra” (e quindi, di fatto, facendola perdere) sono stati gli stalinisti, e i misura minore, i nazionalisti catalani e baschi e la destra socialista. Il che non impedisce di onorare il coraggio di chi, in buonissima fede, è andato a combattere il fascismo fidandosi del criminale controrivoluzionario del Cremlino.
Flavio
"Mi piace""Mi piace"