di Alessandro Esotico
Quella che è stata la potenza egemone degli ultimi 70 anni è in declino, e noi stiamo assistendo al suo canto del cigno. Sul capo della borghesia statunitense pende la spada di Damocle di un debito pubblico immenso, che è insesigibile. L’unico motivo per cui gli USA riescono ad evitare la bancarotta è l’imposizione del dollaro come prima moneta degli scambi internazionali.
Un primato che è messo in dubbio dall’ascesa del polo imperialistico dei BRICS. Ecco perché Trump è obbligato a seguire la scia della pax americana.
Oggi più che mai gli Stati uniti sono obbligati a farlo, perché, ad oggi, la contesa interimperialistica si basa su un gioco le cui regole sono truccate a monte.
Se Washinghton decide di bombardare uno dei tanti paesi dei Golfo o dell’America Latina a suo piacimento, ottiene un aumento delle commesse per le armi da guerra.
In seconda battuta gli USA ottengono comunque, a causa della destabilizzazione conseguente ai loro attacchi, il finanziamento del proprio debito federale.
Come?
Prendiamo la notizia di queste ultime ore. Cosa è accaduto con la chiusura dello stretto di Hormuz? Poiché il petrolio è prezzato in dollari, se il barile passa da 80 a 120 dollari, ogni nazione deve reperire il 50% in più di valuta americana per far girare le proprie industrie.
Questo crea una domanda artificiale di dollari che ne sostiene il valore, nonostante l’economia reale USA sia in crisi. Per pagare gli interessi su questo debito, Washington ha bisogno che il dollaro resti forte e richiesto.
La guerra e l’aumento dei prezzi dell’energia sono, paradossalmente, la loro “flebo” finanziaria: costringono il mondo a finanziare indirettamente il deficit americano attraverso l’acquisto della loro moneta.
Le conseguenze di questa scelta possono essere imponderabili, ma gli americani fanno affidamento sulla loro supremazia militare, e rischiano la carta della guerra, pur di restare a galla!
Ma come non finirò mai di dirlo e ribadirlo, sbaglieremo se cadessimo nella finta contrapposizione tra aggressori e aggrediti, perché nella conflittualità intraborghese a fare da principio guida restano sempre gli affari, anche se questi debbano derivare dagli effetti dell’attacco ricevuto dal nemico, come nel caso dei capitalisti iraniani: cioè dal grande “satana” yankee.
Mentre le navi sono bloccate e la popolazione iraniana vede sparire i beni di prima necessità, i vertici dei Pasdaran (IRGC) stanno realizzando profitti senza precedenti.
Attraverso società schermo come quelle controllate dal conglomerato Eiko (Execution of Imam Khomeini’s Order), la borghesia iraniana controlla i canali di esportazione alternativi.
Con Hormuz chiuso, il prezzo del “greggio ombra” (quello venduto illegalmente) schizza alle stelle.
Loro incassano in dollari o oro su conti a Dubai, mentre la popolazione paga il prezzo delle sanzioni.
Gli oligarchi di Teheran accedono al dollaro a tassi preferenziali e lo rivendono sul mercato nero interno, dove il Rial è ormai carta straccia. Ogni missile lanciato è per loro un’oscillazione di borsa favorevole.
Ma i signori della guerra sono anche più ad Est dell’Iran. Vedete, dietro la facciata della condanna diplomatica all’aggressione e alla presunta violazione del diritto internazionale (leggasi sempre e solo diritto borghese), vi sono i capitalisti pronti a fare guadagni.
La Russia ad esempio beneficia istantaneamente del blocco di Hormuz.
Ogni barile iraniano o saudita che non arriva in Europa viene sostituito, a prezzi gonfiati, dal greggio russo che fluisce attraverso le condotte continentali o le triangolazioni in India.
Vogliamo parlare della Cina? Sebbene l’aumento dei costi energetici freni la sua produzione, la borghesia cinese ne approfitta per stringere il cappio sull’Iran, acquistando a prezzi di “svendita estrema” e rivendendo prodotti finiti (armi e tecnologia) ai vertici di Teheran, chiudendo il cerchio del drenaggio di plusvalore.
Alla fine le conseguenze ricadono sempre e solo su un’unica classe: il proletariato.
L’aumento del greggio non è solo un dato economico, è un atto di guerra contro il salario reale. Alzando i costi di trasporto e produzione, la borghesia globale opera un taglio lineare dei salari.
Il lavoratore, a parità di stipendio, può comprare meno.
Quel “meno” è plusvalore che viene drenato direttamente dalle tasche del proletariato verso i dividendi dei grandi fondi come BlackRock o le casse degli speculatori di Mosca e Teheran.
Questo ci riporta ad una verità tanto semplice quanto in realtà complicata, per citare Hegel ” ciò che è noto non è conosciuto”.
E’ noto che esistono solo due classi: la borghesia e il proletariato.
Ma non è conosciuto cosa ciò significhi sul piano storico.
I motivi legati a questa agnosi sono tanti, a partire dal fardello della controrivoluzione che ancora pesa sulla storia del movimento proletario.
Però la storia è una talpa, e la talpa scava, senza sapere dove va.
Noi sappiamo che a guidarla, in ultima istanza, è la dialettica capitalistica tra forza produttive e rapporti di produzione.
Una dialettica che ci pone oggi, di fronte, un capitalismo arrivato al suo stadio più putrescente e distruttivo.
Che chiede l’urgenza di una fraternizzazione di classe proletaria a livello mondiale. Perché mondiale è l’orizzonte dell’imperialismo e solo mondiale potrà e dovrà essere la risposta della classe proletaria.
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Prosaicamente basta vedere le politiche aggiornate di Ali Express per capire che sta succedendo.
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