di Martin Suchanek (dal sito del PCL)

Per decenni, la sinistra palestinese è stata una componente centrale nella lotta di liberazione, contro la deportazione, la colonizzazione sionista e l’ordine imperialista. Ha raggiunto il suo apice d’importanza negli anni Sessanta e Settanta; ha anche svolto un ruolo significativo, talvolta di primo piano, nella prima Intifada dal 1987 al 1993.

Da allora, tuttavia, la sua influenza tra le masse palestinesi si è deteriorata. È ormai da decenni che la crisi di pressoché tutti i movimenti organizzati è diventata innegabile. I fattori alla base di questo declino sono molteplici.

Diversi gruppi della sinistra palestinese si sono allineati alla leadership dell’OLP all’inizio degli anni Novanta e hanno più o meno sostenuto gli Accordi di Oslo con Israele. In cambio, hanno ricevuto una quota, seppur poco significativa, di sinecure nell’Autorità Nazionale Palestinese. Politicamente, tuttavia, si sono screditati perché sono in questo modo degenerati e divenuti politicamente complici di quest’autorità e delle sue scelte politiche.

Altre organizzazioni della resistenza – soprattutto il FPLP e anche la maggior parte del FDLP – hanno giustamente respinto i reazionari Accordi di Oslo, che teoricamente avrebbero dovuto portare alla pace attraverso il riconoscimento del colonialismo d’insediamento e di uno Stato palestinese, che avrebbero dovuto prendere il via al più presto nel 1993. La loro critica della svendita all’imperialismo e al sionismo si sarebbe rivelata storicamente e politicamente corretta nel giro di pochi anni. Ciononostante, anche questi movimenti hanno notevolmente perso influenza.

Non c’è dubbio che queste frange coerentemente antisioniste della sinistra palestinese, così come le forze di opposizione che gravitavano presso Fatah, siano state molto più esposte alla repressione delle forze occupanti (e talvolta anche dell’Autorità Nazionale Palestinese). Tuttavia, questo non spiega perché in ultima analisi il FPLP e il FDLP, per esempio, non siano state in grado di trarre vantaggio dal sempre più evidente fallimento delle scelte politiche della maggioranza dell’OLP e di Fatah, e siano stati a loro volta spinti ai margini dell’antagonismo tra Fatah e Hamas.

Inoltre, il collasso dell’Unione Sovietica gettò ampi settori della sinistra palestinese nella confusione ideologica e, in alcuni casi, anche in crisi finanziaria. Oltre all’URSS, regimi arabi reazionari “antioccidentali”, che in precedenza avevano fornito un certo grado di protezione alla sinistra palestinese (e a cui questa si era opportunisticamente adattata), crollarono o cambiarono rotta in modo più o meno spettacolare per salvarsi la pelle. Persino la Siria, che rimase con costanza l’unico luogo di rifugio per i leader della sinistra palestinese all’estero, si volse verso gli Stati Uniti e li supportò con circa 17.000 soldati nel 1991 nella prima Guerra del Golfo contro l’Iraq.

Questi fattori sono una causa importante, allorché non decisiva, della crisi della sinistra palestinese. Indubbiamente, il fatto che essa si sia dimostrata incapace di adattare la propria strategia e le proprie politiche alle mutate condizioni della lotta di liberazione dopo la prima Intifada ha giocato un ruolo importante. Lo ha fatto in modo più empirico e tattico, ma senza analizzare a fondo la sua effettiva strategia politica, sviluppatasi negli anni Sessanta.

Ciò è valido soprattutto nel caso dell’FPLP, sulla cui strategia, tattiche e programmi ci concentreremo per diverse ragioni. Innanzitutto, per decenni è stata l’organizzazione più grande e sotto molti aspetti quella trainante della sinistra palestinese, facendosi portavoce di una lotta coerente contro l’occupazione sionista e per la liberazione dell’intera Palestina con mezzi rivoluzionari.

In secondo luogo – e in relazione a ciò – ha sviluppato una propria concezione della rivoluzione in Palestina. Il documento “Strategia per la Liberazione della Palestina” [1], adottato nel secondo congresso del 1969, espone in modo esaustivo l’analisi e le conclusioni politiche del Fronte. Un suo esame e una valutazione critica sono fondamentali per i rivoluzionari che desiderano contribuire allo sviluppo di una strategia e di un programma rivoluzionario per la lotta di liberazione. Il documento non solo traccia una linea e una valutazione sul passato, ma il FPLP stesso nell’introduzione alla pubblicazione del testo nel 2017 sottolinea che «questo documento espone le interpretazioni e le analisi fondamentali del FPLP sulla colonizzazione della Palestina, le forze della rivoluzione e le forze schierate contro il popolo palestinese». [2]

Sebbene molti cambiamenti importanti siano avvenuti dal 1969, l’organizzazione ancora afferma: «l’analisi fondamentale qui presentata rimane la piattaforma politica guida per un approccio di sinistra e rivoluzionario alla liberazione della Palestina – un approccio che consideriamo fondamentale e necessario per giungere alla vittoria e alla liberazione in Palestina». [3]

Dalla Nakba al predominio del nazionalismo panarabo

Prima di passare al documento citato e alla tattica politica del FPLP, delineeremo brevemente le varie fasi della lotta di liberazione, dalla Nakba (“catastrofe”) del 1948 alla nascita del FPLP, col fine di presentare il contesto dello sviluppo della sinistra palestinese. Successivamente, esamineremo l’ulteriore sviluppo della lotta e dell’approccio politico del FPLP.

Com’è noto, la fondazione di Israele fu accompagnata dall’espulsione di circa 750.000-800.000 palestinesi, più della metà della popolazione dell’epoca. Questa catastrofe non rappresenta solo una sconfitta storica e un evento centrale per l’instaurazione di un nuovo ordine imperialista in Medio Oriente. La clamorosa sconfitta degli Stati arabi e delle loro forze militari, la Legione Araba, sollevò anche la questione delle sue cause. Nell’Università di Beirut, in particolare, si svilupparono e si approfondirono discussioni critiche secondo cui anche le debolezze degli Stati arabi e delle loro leadership avrebbero dovuto essere considerate parte delle cause della sconfitta.

La disunione e la frammentazione del Medio Oriente in numerosi stati arabi, nonché la loro arretratezza economica e sociale, furono responsabili della sconfitta. Elementi necessari erano l’unità e la modernizzazione delle società arabe. Anche se questi punti si riferiscono alla base di classe dei rispettivi regimi, i discorsi tra gli intellettuali arabi negli anni Cinquanta erano caratterizzati fondamentalmente da un nazionalismo radicale, borghese o piccolo-borghese.

Allo stesso tempo, tuttavia, le condizioni negli stessi stati arabi mutarono con l’ascesa del nazionalismo panarabo. Nel 1952, il colpo di stato del movimento degli Ufficiali Liberi portò al potere in Egitto Gamal Abd el-Nasser. Egli ampliò la sua base sociale di riferimento oltre gli strati dell’intellighenzia, della casta degli ufficiali e della classe media attraverso la riforma agraria e instaurò un regime bonapartista.

Nella lotta contro l’imperialismo britannico per il controllo del Canale di Suez, il nasserismo si avvicinò all’Unione Sovietica. La costruzione della diga di Assuan, la nazionalizzazione del Canale di Suez e altre riforme derivanti dal capitalismo di Stato portarono al suo apice il conflitto con l’imperialismo.

Dalla crisi di Suez del 1956-1957 l’Egitto emerse vittorioso dallo scontro con Gran Bretagna, Francia e Israele, che non ricevettero il sostegno degli Stati Uniti perché questi erano intenzionati a evitare un confronto di vasta portata con l’Unione Sovietica. Questo successo politico accrebbe enormemente il prestigio del nasserismo. Il nazionalismo panarabo si espanse in Siria, Iraq e altri paesi, diventando una significativa corrente politica e ideologica. Allo stesso tempo, la spaccatura nel campo arabo si approfondì, con le monarchie del Golfo saldamente poste dalla parte degli Stati Uniti.

MNA e Fatah

Nel corso di questa fase vennero fondate due organizzazioni essenziali per la lotta di liberazione palestinese. Intorno al 1952, fu costituito il Movimento Nazionalista Arabo (MNA), che crebbe notevolmente, soprattutto in Giordania, e riuscì rapidamente a fondare sezioni in altri Stati. Inizialmente, si trattava di un’organizzazione nazionalista borghese, ma si spostò a sinistra sotto l’influenza del nasserismo e sin dall’inizio si caratterizzò per l’adozione di una teoria delle fasi della rivoluzione. Alla fine degli anni Cinquanta e durante gli anni Sessanta, grazie all’influenza di militanti più giovani come George Habash e Nayef Hawatmeh, si spostò ancor più a sinistra, verso il “marxismo-leninismo”, ovvero fece sua un’impronta stalinista e maoista.

L’altra organizzazione che avrebbe poi assunto un ruolo guida nell’OLP già nel 1965 fu Fatah, fondata nel Kuwait nel 1957. A differenza del panarabismo, che vedeva la rivoluzione palestinese come parte della più ampia rivoluzione araba, Fatah fu uno dei primi sostenitori a focalizzare la lotta innanzitutto sulla Palestina. Ciò comportava il concentrarsi sulla propria nazione e tenersi fuori dagli scontri interni di tutti gli Stati arabi (proprio come questi, a loro volta, si tenevano fuori dalla lotta politica interna nel movimento palestinese). In termini politici, Fatah era un’organizzazione di liberazione nazionalista-borghese, ma fin dall’inizio includeva tutte le possibili correnti ideologiche (comprese quelle che si definivano marxiste). Si focalizzò più rapidamente di altri gruppi sull’organizzazione della guerriglia contro lo Stato sionista, guadagnando così un enorme prestigio tra la gioventù palestinese, un massiccio afflusso di combattenti e un certo sostegno politico. L’eroismo dei combattenti di Fatah nella battaglia di Karame del 21 marzo 1968 portò all’affermazione del gruppo come forza più popolare e potente della resistenza, consentendogli di assumere la guida dell’OLP nel 1968.

La sconfitta degli Stati arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 segnò un’altra svolta politica. Israele occupò le alture del Golan, la Cisgiordania e la penisola del Sinai. Ciò rappresentò una sconfitta devastante per il panarabismo e il nasserismo, non soltanto militare ma soprattutto politicamente parlando. Sebbene l’alleanza tra Egitto, Siria e altri Stati arabi fosse riuscita a ottenere i suoi primi successi nella Guerra del Kippur del 1973, l’esercito israeliano respinse nuovamente le forze siriane e riuscì a bloccare l’avanzata delle truppe egiziane. A differenza del 1967, ciò permise un “onorevole” inizio dei negoziati per il cessate il fuoco e, in definitiva, aprì la strada a un trattato di pace tra Israele ed Egitto e la restituzione del Sinai.

La sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni comportò un notevole arretramento politico dell’MNA rispetto a Fatah tra i palestinesi. La fondazione del FPLP nel 1968 (anche grazie a un settore dell’MNA) fu una reazione sia ai fallimenti di Egitto e Siria sia al predominio politico di Fatah.

In ogni caso, prima di esaminare nel dettaglio la loro strategia, proseguiamo con il nostro abbozzo sulla lotta di liberazione palestinese.

La guerriglia come forma principale di lotta

La fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta sono stati caratterizzato dal predominio della guerriglia. Sebbene singoli gruppi come il Partito Comunista Palestinese (ora Partito Popolare Palestinese), emerso dal Partito Comunista Giordano nel 1982, abbiano sempre respinto la lotta armata, uscirono dagli spazi e dalle concezioni riformiste perché, sotto l’occupazione e il regime militare israeliano, tutte le organizzazioni palestinesi furono bandite dalle estreme restrizioni degli spazi di attività legali, compresi i sindacati, nei territori occupati.

Tuttavia, l’attenzione rivolta alla guerriglia ebbe conseguenze di vasta portata per il movimento di liberazione e per la sinistra. In primo luogo, solo la popolazione dei campi profughi al di fuori delle aree controllate da Israele – e dopo la sconfitta della Guerra dei Sei Giorni, ciò significava anche al di fuori della Cisgiordania e di Gaza – costituì l’effettivo terreno di reclutamento per la resistenza, la base attiva della lotta. La strategia della guerriglia inoltre portò tutti – Fatah e la sinistra – a un’ulteriore riduzione delle effettive forze combattenti, ovvero di coloro che potevano essere reclutati per la guerriglia, che significava l’impegno assiduo in una lotta armata professionale.

La popolazione “restante”, cioè la stragrande maggioranza degli operai e dei contadini sfollati e di coloro che vivevano sotto occupazione, in ultima analisi doveva fungere da sostegno passivo alla lotta, potendo solo fornire supporto materiale, morale e politico. Anche se i leninisti non escludono alcuna forma di lotta in sé, come lo stesso Lenin spiega ne “La guerra partigiana” [4], in ultima analisi essa deve sempre essere subordinata rispetto all’interazione con altre forme di lotta di classe.

Tuttavia, la dirigenza borghese raccolta attorno ad Arafat, così come la sinistra palestinese, dichiararono la guerriglia la forma principale di lotta per la liberazione, anche a causa di una comprensibile demarcazione dal legalismo e dal meccanicismo della maggior parte dei partiti comunisti stalinisti dei territori arabi. La superiorità del partito “marxista-leninista” sarebbe stata quindi dimostrata da una guida più decisa e risoluta della guerra di guerriglia rispetto alle forze borghesi o piccolo-borghesi ed era perciò chiamato alla guida della rivoluzione.

Ciò portò anche al fatto che, accanto alla guerriglia, ovvero alle azioni armate dirette dagli Stati confinanti contro le unità israeliane (soprattutto da Libano, Siria e, fino al Settembre Nero, Giordania), nella sinistra palestinese emerse anche il terrorismo individuale come forma di lotta, soprattutto all’inizio degli anni Settanta, con tutte le conseguenze che questo metodo comporta, già criticate categoricamente da Lenin e Trotsky. Una di queste fu che, fino agli anni Ottanta, l’organizzazione all’interno dei territori occupati fu trascurata, sebbene vi si svolgessero ripetutamente proteste di massa contro le politiche di insediamento, l’aumento delle tasse e il furto della terra e delle risorse (in particolare dell’acqua). Chiaramente, questo richiedeva metodi di lotta diversi rispetto al concentrarsi sul reclutamento di piccole unità di guerriglia clandestine.

Analisi e strategia del FPLP

Il problema fondamentale della sinistra palestinese era che, ironicamente, era d’accordo con Fatah sulla natura della rivoluzione, ovvero che sarebbe stata nazional-democratica. Pertanto, il suo obiettivo non poteva che essere la creazione di uno Stato di Palestina unito e democratico. Obiettivo da raggiungersi attraverso l’alleanza tra classe operaia, contadini e piccola borghesia, la cui rappresentanza politica era considerata la leadership dell’OLP.

Nel suo documento fondamentale, “Strategia per la liberazione della Palestina” (1969), il FPLP afferma giustamente che i rivoluzionari hanno bisogno di una chiara comprensione della natura della rivoluzione, delle diverse classi, dei loro obiettivi, dei nemici e degli alleati, e che ciò è possibile solamente sulla base del socialismo scientifico, di una teoria rivoluzionaria.

Questa affermazione rappresenta indubbiamente un punto di partenza corretto, che distingue favorevolmente il FPLP (così come altre tradizionali organizzazioni della sinistra palestinese) dalle correnti politiche contemporanee, di ispirazione “post-marxista” o postmoderna, in ultima analisi piccolo-borghesi. Fondamentalmente, condividiamo la posizione secondo cui ogni rivoluzione, per avere successo, richiede una direzione politica rivoluzionaria, un partito che agisca su questa base (e che, naturalmente, sottoponga costantemente questa concezione a un esame approfondito alla luce dell’esperienza della lotta di classe stessa).

Tuttavia, il marxismo del FPLP – e quindi anche la sua strategia, il suo programma e la sua idea di partito rivoluzionario – è, come quello della maggior parte della sinistra palestinese, influenzato dallo stalinismo e soprattutto dal maoismo.

LA Teoria delle fasi

Da questi modelli adotta la teoria delle fasi, secondo cui la rivoluzione palestinese si trova nella fase nazional-democratica. Sebbene il FPLP polemizzi contro l’errata concezione secondo cui la lotta di liberazione nazionale non sia una lotta di classe, sostiene che la fase attuale non sia socialista.

«Quanto all’affermazione secondo cui stiamo attraversando una fase di liberazione nazionale e non di rivoluzione socialista, ciò riguarda la questione di quali classi sono impegnate nella lotta, quali di esse sono a favore e quali contro la rivoluzione in ciascuna delle sue fasi, ma non elimina la questione di classe o la questione della lotta di classe.»

«Le lotte di liberazione nazionale sono anche lotte di classe. Sono conflitti tra il colonialismo e la classe feudale e capitalista, i cui interessi sono legati a quelli del colonialismo da un lato, e le altre classi del popolo che rappresentano la maggior parte della nazione dall’altro.» [5]

Continua: “per riassumere, la nostra visione di classe delle forze della rivoluzione palestinese deve tenere conto della natura speciale della situazione di classe nelle comunità sottosviluppate e del fatto che la nostra lotta è una lotta di liberazione nazionale, così come deve tenere conto della natura particolare del pericolo sionista.».[6]

Il compito delle forze rivoluzionarie sarebbe quindi quello di porre la lotta di liberazione nazionale al centro dello scontro. Questa fase deve essere superata prima di poter proseguire verso la rivoluzione socialista.

Per il FPLP, tuttavia, questo non significa affatto che tutte le classi lottano per la rivoluzione nello stesso modo o che tutte ne costituiscano la spina dorsale. Per loro, la classe operaia è in definitiva la classe rivoluzionaria. Ma nella fase della rivoluzione nazionale, i suoi interessi sono congruenti con quelli dei contadini. Pertanto, nel loro orientamento strategico, operai e contadini, i salariati e i piccoli proprietari terrieri o i proprietari senza terra dei mezzi di produzione, emergono sempre come la forza centrale della rivoluzione. Nelle parole del FPLP:

«Il materiale della rivoluzione palestinese, il suo pilastro e le sue forze fondamentali sono gli operai e i contadini. Queste classi costituiscono la maggioranza del popolo palestinese e riempiono fisicamente tutti i campi, i villaggi e i quartieri urbani poveri. Qui giacciono le forze della rivoluzione… le forze del cambiamento.» [7]

Il FPLP è quindi ben consapevole che operai, contadini e agricoltori sono due classi diverse con interessi di classe diversi. E questi non emergono soltanto nella fase democratica della rivoluzione. Di conseguenza, la forza rivoluzionaria di liberazione che il FPLP sfoggia non è un’organizzazione o un partito della classe operaia, ma un partito rivoluzionario degli operai e dei contadini.

Questa veduta è ancora oggi difesa dai sostenitori della teoria degli stadi, sostenendo una differenza qualitativa nel carattere e nei compiti della rivoluzione nei paesi capitalisti sviluppati (imperialisti) e nel mondo semicoloniale o colonizzato. Così, Samar Al-Saleh, nella sua difesa della strategia del FPLP dal titolo «La sinistra palestinese non sarà dirottata. Critica della Palestina. Un’introduzione socialista” [8]: «Lo scomparso filosofo marxista-leninista Domenico Losurdo qualifica la strategia frontista adottata nelle lotte di liberazione nazionale, scrivendo: ‘mentre il proletariato è l’agente del processo di emancipazione che spezza le catene del dominio capitalista, l’alleanza necessaria per spezzare le catene dell’oppressione nazionale è più ampia’.» [9]

Questa e altre speculazioni simili non vogliono affatto dire che la classe operaia debba cercare di conquistare gli strati più ampi possibili della piccola borghesia rurale e urbana nel ruolo di forza rivoluzionaria guida. Si tratta, piuttosto, di un’alleanza strategica delle “classi rivoluzionarie” con tutte le forze che si oppongono al colonialismo e all’imperialismo. Ciò include soprattutto la piccola borghesia urbana e i ceti medi, ma sono sottintesi anche quei settori della classe capitalista i cui interessi non sono allineati con quelli dei colonialisti/imperialisti.

Ciò diventa ancora più chiaro quando ci chiediamo quale modo di produzione, quale classe governerebbe sotto un regime che portasse al potere una simile rivoluzione nazionale. Non può che essere un modo di produzione capitalista. Anche se la direzione di un tale regime provenisse in gran parte dalla piccola borghesia, dalle classi medie, rappresenterebbe comunque una forma di governo gestita dal capitale, non dai lavoratori. Per questo, dovrebbe andare oltre a una mera rivoluzione democratica, espropriare il capitale, instaurare un’economia pianificata democraticamente per i settori chiave dell’economia, ecc.

Non è raro nella storia delle rivoluzioni borghesi che i loro sostenitori più determinati provenissero solo da una minoranza della classe borghese e che fossero spesso reclutati nella piccola borghesia (soprattutto tra la sua l’intellighenzia). Una volta al potere, tuttavia, hanno dovuto inevitabilmente instaurare un regime borghese – in qualsiasi forma politica (bonapartismo, democrazia, teocrazia, ecc.) – perché un modo di produzione piccolo-borghese non potrà mai essere quello dominante.

In ogni caso, la questione del carattere di classe del regime che porterà alla rivoluzione o rimane vaga nel FPLP o riceve risposte in linea con la teoria degli stadi, in modo tale che la lotta per un’insurrezione socialista possa emergere solo dopo una rivoluzione anticoloniale o nazionale vittoriosa.

Pertanto, non c’è bisogno di un partito operaio separato, ma il fronte popolare può avere fondamento su due classi con interessi diversi. Il partito rivoluzionario che si è così venuto a formare è esso stesso un partito interclassista, poiché i diversi interessi della classe operaia e dei contadini non hanno giocato un ruolo decisivo nella rivoluzione democratica.

Anche se l’ideologia del FPLP è in una qualche misura legata alla malintesa concezione del carattere della Rivoluzione russa del 1905, intesa come rivoluzione democratica, ed è ben lontano dal bolscevismo delle origini. Quest’ultimo si era sempre opposto risolutamente a qualsiasi tentativo di creare un partito comune di operai, contadini e agricoltori, criticandolo come un abbandono della posizione di classe nella rivoluzione democratica. Un simile partito interclassista sarebbe stato possibile soltanto se la classe operaia avesse rinunciato alle proprie priorità e al perseguimento dei propri specifici interessi di classe – sia quelli economici immediati che, soprattutto, i suoi obiettivi storici e a lungo termine. E poiché i rappresentanti della borghesia, ma pure della piccola borghesia, per quanto ristretti e dalla vista corta possano essere, hanno un certo istinto di classe per ciò che riguarda la questione della proprietà, esigeranno non solo parole rassicuranti dai rappresentanti del proletariato, ma anche fatti che dimostrino di non perseguire una politica radicalmente operaia.

Un partito comune per operai, contadini e agricoltori rappresenta quindi necessariamente un ostacolo per il proletariato – ma non appare tale se si intende la rivoluzione contro il sionismo e l’imperialismo alla luce della teoria delle fasi. In realtà, tuttavia, come la teoria delle fasi nella sua totalità, esso deve portare alla subordinazione politica del proletariato e a impedirgli di diventare la forza egemone della lotta di liberazione.

Alleanze strategiche e tattiche

In linea con la teoria degli stadi, il FPLP è a favore di un’alleanza strategica con la piccola borghesia. La “Strategia per la liberazione della Palestina” analizza non solo la classe operaia e i contadini, ma anche le altre classi della società palestinese:

“La borghesia non solo rappresenta una parte molto piccola della nazione palestinese (lo 0,5-1% della comunità), ma vive anche in condizioni completamente diverse. Anche se alcuni di loro sostenessero la lotta armata, la borghesia, che vive principalmente in esilio e non nei campi profughi, ha in larga parte fatto la sua pace con il sionismo, l’imperialismo e i regimi reazionari.”

Per esempio, la borghesia palestinese in Giordania, come il FPLP sottolinea oculatamente nelle analisi successive, è diventata un settore subordinato della classe capitalista locale.

Infatti, secondo il FPLP, la borghesia palestinese poteva essere liquidata con la rivoluzione. La piccola borghesia era diversa. Come in altre semi-colonie, rappresentava una classe piuttosto diversificata ed eterogenea: piccoli imprenditori, artigiani, studenti, insegnanti, avvocati, ingegneri, medici e molti altri rappresentanti delle “classi istruite”.

Anche se vive in condizioni completamente diverse e privilegiate se confrontate agli operai, ai contadini e agli agricoltori, rappresenta un alleato strategico nella rivoluzione, nonostante le sue fluttuazioni.

Fino agli Accordi di Oslo, Fatah rappresentava questa piccola borghesia combattiva, seppur vacillante, mentre l’OLP rappresentava il fronte o l’organizzazione di liberazione unitaria. Tuttavia, anche prima degli Accordi di Oslo, il rapporto del FPLP con la leadership dell’OLP è stato spesso conflittuale, al punto da costringerlo a formare delle proprie alleanze “di sinistra” per esercitare pressione su di essa (ad esempio, il Fronte di Salvezza Nazionale negli anni Ottanta). Ma la lotta per l’unità dell’OLP è sempre stata costante nelle asserzioni del FPLP, volta a impedire all’esitante Fatah di cedere al campo avversario o di indulgere in eccessive concessioni. In un’intervista del 1985, George Habash chiarì che l’obiettivo era quello di mantenere le forze di Destra all’interno dell’OLP sulla strada corretta:

«n breve, facciamo affidamento sulle alleanze storiche e strategiche della rivoluzione.» [10] E nella stessa intervista: «A questo proposito, partiamo dalla ferma convinzione della necessità del ritorno dell’OLP alla sua linea nazionale, affinché possa rimanere una struttura che unisca il popolo palestinese e agisca come suo unico rappresentante legittimo.» [11]

Ma questa unità, anche se realizzata, corrisponde soltanto a un’unità fondata sul programma dell’OLP e della sua organizzazione dirigente. Per Fatah, unità significa palesemente sempre unità di tutte le classi della nazione palestinese. Talvolta, questa è stata persino ideologizzata secondo l’idea che la Nakba e l’occupazione israeliana avessero livellato tutte le differenze di classe. Questa visione, in ultima analisi, costituisce il cemento ideologico del fatto che Fatah – e quindi l’OLP da essa dominata – ha sempre immaginato una Palestina borghese, capitalista e democratica, ovvero una Palestina in cui la borghesia palestinese avrebbe governato.

Quando il FPLP parla di operai, contadini e agricoltori come forze trainanti della rivoluzione, intende solo dire che guideranno costantemente la lotta di liberazione nazionale, combattendo con la massima risolutezza, mentre la borghesia tradisce in anticipo e le forze piccolo-borghesi sono vacillanti. In altre parole, la questione di quale classe debba guidare la rivoluzione si limita a determinare quella che guida con più risolutezza la lotta per una Palestina democratico-borghese. In campo socio-economico, particolarmente in ciò che riguarda l’ordine sociale, il FPLP riconosce anticipatamente l’inevitabilità di una fase di sviluppo capitalista in Palestina dopo la rivoluzione. Tuttavia, ciò significa considerare inevitabile che la rivoluzione porti al potere le classi capitaliste e assegni agli operai, ai contadini e agli agricoltori una posizione secondaria, quella di classe sfruttata.

Questo è il risultato inevitabile di qualsiasi teoria degli stadi, soprattutto se la si segue pedissequamente, come fa il FPLP.

Strategia della guerriglia, nazionalismo e politica internazionale

Per il FPLP, fino alla prima Intifada, la lotta armata, o più precisamente la guerriglia, fu lo strumento strategico decisivo contro il sionismo e l’imperialismo. Fino alla fine degli anni Ottanta, fu fondamentalmente d’accordo con la Carta dell’OLP e con Fatah, pur partendo da una differente impostazione teorica.

Per il FPLP, tuttavia, a differenza di Fatah, erano gli operai e i contadini a costituire la forza centrale della lotta armata, soprattutto i fedayyin nei campi profughi in Giordania (fino all’inizio degli anni Settanta), Siria e Libano.

Gli operai e i contadini in Israele e nei territori occupati non costituirono una forza centrale della rivoluzione fino alla prima Intifada. Il regime militare israeliano (e l’esercito giordano dopo il Settembre Nero del 1970) resero di fatto impossibile la guerriglia in quelle aree, quindi l’attenzione si concentrò sul reclutamento in Libano e Siria, dove il FPLP riuscì a costruire una vera e propria base. Essendo la seconda fazione più numerosa dell’OLP, ebbe sempre una certa influenza ideologica e politica tra i palestinesi, sia nei territori occupati che nella diaspora.

Poiché il FPLP (e buona parte delle altre correnti della sinistra palestinese) perseguivano lo stesso obiettivo di Fatah nella fase nazional-democratica della rivoluzione palestinese, solo sul campo della lotta armata esso poté dimostrare di essere la forza chiamata a guidare il popolo. 

Tuttavia, questo si rivelò impossibile fin dall’inizio. Fatah aveva avviato la guerra di guerriglia prima del MNA e del FPLP. Disponeva di maggiori risorse finanziarie per addestrare e armare i guerriglieri e, dopo la battaglia di Karame, di un prestigio enorme. Il FPLP – e altre organizzazioni – tentarono di compensare questo squilibrio ricorrendo al terrorismo individuale (che la stessa OLP perpetuò con mezzi più professionali), agli attentati e ai rapimenti. Sebbene questa svolta, durata fino al 1972 circa, che presentava tutti gli svantaggi del terrorismo individuale, non aiutò il FPLP (come le altre organizzazioni che fecero propria questa tattica per molto più tempo e che lo feticizzarono) nella sua competizione con Fatah.

Di fatto, negli anni Settanta e Ottanta, la strategia della guerriglia si rivelò sempre più un vicolo cieco. Divenne sempre più chiaro che la liberazione della Palestina attraverso la guerriglia, senza badare al proprio sacrificio, basata sulle reclute provenienti dai campi, avrebbe potuto danneggiare Israele, ma non avrebbe in alcun modo rovesciato il sionismo. Inoltre, i regimi arabi subirono una catastrofe militare dopo il 1967 e, dopo il 1973, iniziarono a stringere accordi di pace con Israele.

Ma, soprattutto, la strategia della guerriglia mostrò fin dall’inizio i suoi limiti per quanto riguarda la base attiva della rivoluzione. In definitiva, solo coloro che scelgono di condurre una vita da combattenti armati professionisti, o che vengono reclutati come tali, possono avere parte attiva nelle forze guerrigliere. Le masse operaie, la piccola borghesia urbana e rurale e i ceti medi non sono coinvolti nella proclamata forma principale (o de facto) di lotta, ma sono al contrario costretti a un ruolo di sostenitori passivi.

Questa è anche la differenza fondamentale rispetto alla posizione leninista sulla lotta partigiana o sulla guerriglia. Come dimostra Lenin, in determinate condizioni, il marxismo non può escludere la guerriglia come forma di lotta, nemmeno come segnale di un’impennata nell’azione di massa (per esempio da parte dei contadini). Ma il suo ruolo deve essere posto sullo sfondo del movimento della lotta di classe nel suo complesso, come un momento in ultima analisi a essa subordinato.

L’innalzamento della guerriglia a principale strumento strategico, d’altra parte, riflette fondamentalmente il carattere di classe delle forze trainanti della lotta di liberazione palestinese tra gli anni Sessanta e Ottanta: il nazionalismo rivoluzionario piccolo-borghese o borghese. Fatah rappresenta la borghesia, il FPLP l’ala piccolo-borghese radicale del movimento.

Nazionalismo e marxismo

Ciò viene espresso anche dal rapporto del FPLP con il nazionalismo. Per esso, non c’è contraddizione tra marxismo e nazionalismo. O nelle parole di George Habash: «Non vedo alcuna contraddizione tra essere un nazionalista arabo ed essere un vero socialista». [12]

Questa non è una differenza accidentale rispetto alle posizioni marxiste, come sottolinea per esempio Lenin nelle “Osservazioni critiche sulla questione nazionale”:

«Il marxismo non può essere conciliato con il nazionalismo, fosse anche quello “più giusto”, “più puro”, più raffinato e più civile. Al posto di ogni forma di nazionalismo, il marxismo promuove l’internazionalismo» [13]

Proprio perché il nazionalismo è indissolubilmente legato alla società borghese, il marxismo deve comprenderlo e coglierlo nel suo essere un fenomeno fondamentale. Ciò include anche la comprensione del diritto delle nazioni all’autodeterminazione e il sostegno alle giustificate lotte contro l’oppressione nazionale. Solo sostenendo con coerenza questa rivendicazione democratico-borghese il programma della rivoluzione socialista – la fusione delle nazioni in una superiore forma di unità – potrà un giorno diventare realtà. Per sgombrare la strada a questo obiettivo, la classe operaia deve riconoscere incondizionatamente il diritto all’autodeterminazione delle nazioni oppresse. Pertanto la classe operaia deve includere questa rivendicazione nel proprio programma, anzi, a determinate condizioni, deve lottare per la sua leadership, tentare di diventare essa stessa una forza egemonica. Ma è proprio per questo che i rivoluzionari della nazione oppressa non devono mai cedere alla posizione del nazionalismo, come sottolinea Lenin: «Combattere ogni oppressione nazionale? Sì, certo! Lottare per qualsiasi tipo di sviluppo nazionale, per la “cultura nazionale” in generale? – Certo che no.» [14]

In sostanza, l’errata concezione della nazione da parte di Habash e del FPLP riflette la loro visione della natura democratica della rivoluzione e dell’alleanza strategica con Fatah nella forma dell’OLP.

Strategia internazionale?

Ma non è tutto. Il FPLP ha anche perseguito fin dall’inizio una strategia internazionale problematica. Critica giustamente il rifiuto di Fatah di riconoscere il legame indissolubile tra la lotta di liberazione palestinese e la rivoluzione antimperialista negli stati arabi. Ciò ha portato la leadership di Arafat a cercare insistentemente gli alleati sbagliati nel mondo imperialista e a perseguire una politica opportunista di “non interferenza” nei confronti dei regimi arabi reazionari, come l’Arabia Saudita o l’Egitto di Anwar Sadat.

Il FPLP la contrasta con un’alleanza di “forze rivoluzionarie” su scala globale. Ma chi sono queste forze? La classe operaia, i contadini poveri, di tutto il mondo? No. Invece, “Strategia per la Liberazione della Palestina” parla della Repubblica Popolare Cinese, dell’URSS, di Cuba e degli altri “stati socialisti”, ovvero stati operai burocraticamente degenerati. Anche se il FPLP è ovviamente consapevole che l’URSS ha riconosciuto Israele prima degli stati occidentali e non ha sempre agito coerentemente, in definitiva viene descritto non solo come un alleato, ma come la forza trainante della lotta e delle «forze rivoluzionarie» [15]

Oltre agli “stati socialisti”, erano inclusi anche i cosiddetti regimi arabi progressisti, antimperialisti o patriottici – soprattutto l’Egitto di Nasser, lo Yemen settentrionale e la Siria. Con il collasso dello stalinismo, la defezione della Repubblica Popolare dello Yemen e dell’Egitto al campo filo-statunitense, l’unico alleato stretto rimasto nel corso degli anni fu la Siria, a cui il FPLP rimase fedele anche durante la rivoluzione siriana. Oggi, anche l’Iran è stato aggiunto alla lista.

Nell’intero pensiero geostrategico del FPLP, nella lotta su scala globale, non ci sono in definitiva due classi, la borghesia e il proletariato, ma due “campi”. Anche se il FPLP parla spesso di internazionalismo, le sue posizioni politiche sono fondamentalmente diverse dall’internazionalismo proletario. Quest’ultimo si basa sulla lotta di classe a livello internazionale – e quindi sull’unità della classe operaia. Naturalmente, questa non nasce mai spontaneamente, ma deve piuttosto essere raggiunta attraverso l’azione consapevole, l’intervento cosciente, teoricamente e programmaticamente, guidato dai rivoluzionari, trasformando le tendenze spontanee in un movimento consapevole. La sua espressione più alta e indispensabile per la rivoluzione internazionale è l’Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori – non un insieme di movimenti nazionali rivoluzionari e di regimi bonapartisti e di capitalismo di stato!

Ciò rappresenta l’esatto opposto di un’Internazionale dei lavoratori, posizionamento che diventa particolarmente tragico quando la classe operaia e i contadini di questi paesi si ribellano ai loro regimi apparentemente “progressisti”. Il FPLP si trova quindi di fronte al dilemma se opporsi ai regimi all’apparenza antimperialisti o se sostenerli, e quindi partecipare all’oppressione controrivoluzionaria di operai, contadini e agricoltori.

La sua concezione strategica punta proprio in questa direzione. L’adattamento ai regimi bonapartisti e capitalisti si snoda quindi come un filo rosso attraverso la storia del FPLP. Logicamente deriva da un’analisi e una strategia sbagliate: la teoria degli stadi.

La prima Intifada

Più di ogni altra cosa, il culmine della lotta della popolazione palestinese nei territori occupati e in Israele ha messo alla prova le posizioni politiche del FPLP e di tutte le organizzazioni palestinesi.

La prima Intifada scoppiò alla fine del 1987, dopo l’assassinio di quattro giovani nel campo profughi di Jabalya a Gaza, compiuto dalle forze armate israeliane. Come tutte le rivolte di massa, indubbiamente ebbe le caratteristiche di una rivolta spontanea, di una rivoluzione popolare che colse di sorpresa tutti i soggetti coinvolti. Tuttavia, sarebbe errato interpretare l’Intifada come espressione della “pura spontaneità”.

In primo luogo, massicce rivolte e scioperi di lavoratori e commercianti hanno ripetutamente scosso la Cisgiordania e Gaza dal 1967. In secondo luogo, anche prima dell’Intifada, il movimento di liberazione si stava rivolgendo maggiormente alla popolazione di queste aree, in parte perché la strategia della guerriglia aveva di fatto raggiunto i suoi limiti. È stato l’inizio di una crescente attività illegale e semi-legale tra le masse. Tuttavia, le organizzazioni dell’OLP (Fatah, FPLP, FDPL) si erano rivolte con maggiore forza a questo tipo di attività prima dell’Intifada. [16]

«Entro il 1987, al più tardi, esisteva un’intera rete di organizzazioni locali dislocate ovunque nei territori occupati, che insieme formavano un’infrastruttura completa: sindacati, movimenti studenteschi, comitati femminili, comitati per l’assistenza medica, ecc. Tutte le organizzazioni dell’OLP erano coinvolte. Nei movimenti femminili e sindacali, FDLP e FPLP si trovavano alla guida, mentre Fatah si era chiaramente concentrata sul movimento Shabiba (un movimento giovanile). Ovviamente, nel 1987, non c’era quasi un villaggio, un campo o un quartiere in cui Shabiba non fosse rappresentata.» [17]

Fatah, così come il FPLP e il FDLP, godevano di un enorme sostegno tra la popolazione insorta. I loro quadri furono riconosciuti come leader fin dall’inizio. Nel gennaio 1988, queste quattro organizzazioni formarono la “Leadership Nazionale Unita dell’Intifada”, che assunse il ruolo di coordinamento e guida negli anni successivi.

Tuttavia, le forze del FPLP operanti nei territori occupati (così come il FDLP e, in alcuni casi, Fatah) avevano un margine di manovra molto maggiore rispetto ai loro leader in esilio. Anche la Leadership Nazionale Unita dell’Intifada non dovrebbe essere affatto considerata completamente controllata “dall’esterno”, ovvero dalla leadership dell’OLP. La prima Intifada e il lavoro organizzativo preparatorio produssero non solo organizzazioni di massa, ma anche una leadership del movimento che guardava con grande rispetto alla leadership in esilio, ma che godeva anche di un certo grado di indipendenza.

Inoltre, durante la prima Intifada, in diverse aree furono formati comitati non soltanto per coordinare l’azione, ma anche per garantire l’approvvigionamento della popolazione durante gli scioperi generali e i picchetti, formando così embrionali strutture statali alternative. La messa al bando di tutte queste strutture da parte dell’occupazione israeliana nell’agosto del 1988 fu senza dubbio un duro colpo per loro.

L’Intifada aveva praticamente tutti i tratti distintivi di una situazione rivoluzionaria: era una rivolta popolare rivoluzionaria. Tuttavia, rivelò anche le debolezze politiche della sinistra palestinese.

Sebbene il FPLP (e il FDLP) avessero svolto un importante lavoro organizzativo nei territori occupati, l’Intifada ne contraddiceva il progetto rivoluzionario, visto che avevano dichiarato la guerriglia come principale forma di lotta. Al contrario, l’Intifada era un movimento che univa nella lotta tutti gli strati della popolazione, compresi i lavoratori palestinesi in Israele. Col senno di poi, anche la stessa dirigenza del FPLP riconobbe questo fatto.

«Per quanto riguarda la lotta armata, il FPLP l’ha sostenuta fino all’Intifada. Nella lotta armata, sono i fedayyin a combattere, ma durante l’Intifada, è tutto il popolo palestinese a farlo: bambini, donne, artisti, tutti. Con l’Intifada, ho sentito per la prima volta che era possibile raggiungere la libertà e l’indipendenza in una parte della Palestina.» [18]

Habash riassume qui uno dei veri limiti della strategia di guerriglia: il restringimento della base dei combattenti. Ma lui e il FPLP si limitano a dichiarare i fatti e a dichiarare la cessazione della guerra di guerriglia. Non sottopongono tuttavia la strategia complessiva dell’organizzazione ad alcuna revisione critica e, pertanto, si sono astenuti fino a oggi da una reale ridefinizione della loro linea politica.

Questo problema è aggravato dall’adesione alla teoria delle fasi da parte di tutte le correnti della sinistra palestinese influenzate dallo stalinismo, indipendentemente dal fatto che abbiano guidato o meno la lotta armata. Nell’Intifada, le sue conseguenze politicamente disarmanti sono particolarmente evidenti. Il movimento è unito da un unico obiettivo: la fine dell’occupazione israeliana di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Tuttavia, questo non solo solleva la questione di come ciò si pone rispetto alla liberazione dell’intera Palestina, ma anche di quale classe prenderà il potere in questi territori liberati qualora il ritiro dell’occupazione sionista dovesse essere raggiunto. Per Fatah, la questione è sempre stata chiara: si tratterebbe di un regime borghese, e Fatah è riuscita a conquistare la piccola borghesia abbiente e la piccola borghesia dei territori occupati fin dall’inizio degli anni Ottanta.

Per quanto riguarda il carattere di classe del regime della futura Palestina, tuttavia, il FPLP, il FDLP e Fatah non avevano nulla su cui contrastarsi, poiché essi stessi dichiaravano che la rivoluzione avrebbe dovuto concentrarsi innanzitutto sulla soluzione della questione nazionale, alla quale tutti gli altri erano subordinati.

Per questo motivo la sinistra palestinese, pur godendo di un sostegno di massa e di un movimento ben organizzato, durante l’Intifada non è riuscita a perseguire una politica di classe indipendente. Affinché il proletariato diventasse la classe dirigente, avrebbe dovuto perseguire apertamente i suoi specifici interessi di classe e, soprattutto, essere pronto a risolvere la questione del potere a proprio favore istituendo un governo rivoluzionario degli operai e dei contadini. Se ciò sia possibile in tutta la Palestina o, inizialmente, solo in sue singole parti è una questione di equilibri di potere, per quanto precaria tale forma potesse essere stata alla luce dell’occupazione.

La sinistra palestinese, tuttavia, rifiutò consapevolmente il legame diretto tra la lotta per la liberazione nazionale e la lotta per una Palestina socialista, aggrappandosi alla teoria delle fasi invece di adottare un programma di rivoluzione permanente.

Ciò significava anche che non era preparata allo storico tradimento della leadership dell’OLP sotto la direzione di Arafat. Quest’ultimo sostenne gli Accordi di Oslo, mentre il FDLP si divise su questo tema. Il FPLP correttamente li respinse fin dall’inizio. Ma non perseguì alcun obiettivo politico alternativo.

L’accordo di Oslo e le sue conseguenze

La prima Intifada si concluse così con una svendita politica. I primi Accordi di Oslo furono ratificati nel 1993 dall’allora Ministro degli Esteri dell’OLP Abbas (non dall’OLP stessa). Prevedevano l’accordo generale ma vago secondo cui ai palestinesi sarebbero stati assegnati la Cisgiordania e Gaza come Stato in cambio del riconoscimento di Israele. Lo status di Gerusalemme rimase irrisolto e la questione del ritorno degli sfollati e degli insediamenti in Cisgiordania sarebbe stata chiarita nei negoziati futuri.

Nel 1995 seguirono i secondi Accordi di Oslo, in base ai quali la Cisgiordania venne divisa in diversi livelli di “autonomia”, la cosiddetta area A sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’area B sotto controllo condiviso e l’area C, che continua a essere controllata direttamente dall’occupante israeliano.

L’accordo si rivelò un disastro politico. Con l’assassinio di Rabin, la Destra sionista dichiarò chiaramente che non avrebbe accettato nemmeno un residuale Stato di Palestina, dipendente da Israele e incapace di sopravvivere con le sue forze. Il governo sionista continuò a nascondere la costruzione di insediamenti e il furto di terre. Solo nel 2000, circa 200.000 ulteriori insediamenti erano stati costruiti in Cisgiordania.

Dal 2000 al 2005, la seconda Intifada scoppiò come reazione a questo sviluppo e alle provocazioni di Ariel Sharon, ma si concluse senza alcun risultato tangibile per i palestinesi. Il FPLP, il FDLP, l’ala sinistra di Fatah (le Brigate dei Martiri di al-Aqsa), Hamas e la Jihad Islamica presero parte alla rivolta, mentre la maggioranza di Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese non vi parteciparono. Di fatto, divennero un’emanazione dell’occupazione e dell’imperialismo.

Dall’alleanza strategica con Fatah all’alleanza con Hamas

Tuttavia, gli anni hanno portato con sé anche un radicale cambiamento negli equilibri di potere tra i palestinesi, come hanno reso evidente le elezioni del 2006. Il partito islamista Hamas ha ottenuto la maggioranza con 74 su 132 seggi, solo Fatah 45. Anche la sinistra palestinese ha subito una sconfitta, con il FPLP che ha ottenuto 3 seggi (4,2% dei voti) e l’alleanza tra FDLP, PPP (Partito Popolare Palestinese; precedentemente: PCP) e FIDA (Unione Democratica Palestinese) 2 seggi.

La sinistra è stata di fatto marginalizzata nella polarizzazione tra Fatah e Hamas – e questo non è cambiato nemmeno dopo il 2006, con la divisione di fatto tra Cisgiordania e Gaza. Ciononostante, Hamas è diventata la forza trainante della resistenza nazionale.

Il FPLP (e sostanzialmente anche il FDLP) reagì a questo sviluppo riadattando la teoria delle fasi e stringendo un’alleanza strategica con la “piccola borghesia”. Mentre Fatah è in gran parte assente dalla lotta di liberazione (anche se il FPLP rimane nell’OLP guidata da Fatah), Hamas si è ora posta alla ribalta come partner strategico. Per oltre un decennio, il FPLP ha stretto quella che definisce una “alleanza strategica” con Hamas.

La sinistra palestinese (FPLP e FDLP) si sta di fatto subordinando politicamente alla leadership di Hamas, proprio come si era subordinata a Fatah ai tempi dell’OLP. Il “Fronte del Rifiuto” contro gli Accordi di Oslo, formato dalla sinistra palestinese con Hamas, Jihad Islamica e altri gruppi, non è solo un accordo militare temporaneo, ma fondamentalmente un’alleanza strategica che equivale alla subordinazione della classe operaia palestinese.

Il Fronte del Rifiuto non si limita affatto alle organizzazioni in Palestina. Da anni si è esteso anche a un’alleanza con i regimi “antimperialisti” di Damasco e Teheran. Il regime islamista viene glorificato come un alleato attendibile nella lotta di liberazione, per esempio in un incontro tra il FPLP e Hamas con rappresentanti dell’Iran nel 2017:

«Mentre molti paesi della regione cercano di normalizzare le loro relazioni con il regime sionista, l’Iran è il portabandiera della lotta contro Israele e della causa della liberazione della Palestina.» [19]

Il FPLP e il FDLP hanno formato per anni il cosiddetto “asse della Resistenza” con Iran, Siria, Hamas ed Hezbollah libanese. All’inizio della rivoluzione siriana, si è sgretolato quando Hamas si è schierata con gli insorti contro Assad. Non così la sinistra palestinese, rimasta fedele ai suoi alleati e impegnata nel denunciare la rivoluzione siriana come una cospirazione sionista.

«Le correnti di sinistra e nazionaliste dell’élite politica palestinese hanno mantenuto il loro sostegno a Damasco – come il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP) e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) – dichiarando che la rivoluzione siriana era un complotto sionista.» [20]

Di conseguenza, anche il FPLP ha accolto con favore la conquista di Aleppo da parte delle truppe del regime di Assad come una “vittoria significativa”. Kayed al-Ghoul, un membro del Politburo del FPLP, ha spiegato la posizione della sua organizzazione a The New Arab come segue: «sostenere la Siria e considerare gli eventi di Aleppo e di altre città parte di un complotto per frammentare lo Stato siriano». [21]

Questa posizione rappresenta senza dubbio uno dei (se non il) punti più bassi della linea politica del FPLP. In ogni caso, l’accondiscendente sostegno alla controrivoluzione siriana non veniva solo da un’oscura teoria del complotto, ma anche dalla logica reazionaria dell’intendere il conflitto globale come una lotta tra “campi” e non come una lotta di classe internazionale.

Per quanto importante e necessario sia mostrare solidarietà ai combattenti del FPLP e all’intero movimento di liberazione contro lo Stato sionista (e lottare contro la loro criminalizzazione), è altrettanto indispensabile porre una critica marxista e rivoluzionaria della loro analisi politica, del loro programma, della loro strategia e tattica. Solo una rottura con la teoria delle fasi e una politica basata sulla teoria e sul programma della rivoluzione permanente possono indicare una via d’uscita dalla crisi della leadership della classe operaia palestinese.

Martin Suchanek

Note

[1] FPLP, The Strategy for the Liberation of Palestine [La strategia per la liberazione della Palestina], Foreign Language Press, 1971, Utrecht, ISBN 9781545142660

[2] Ivi, p. 7

[3] Ivi, p. 10

[4] Lenin, The Partisan War [La guerra partigiana], in: LW 11, pp. 202 – 213

[5] Strategy, p. 44

[6] Ivi, p. 45

[7] Ivi, p. 47

[8] https://viewpointmag.com/2021/12/11/the-palestinian-left-will-not-be-hijacked-a-critique-of-palestine-a-socialist-introduction/

[9] Ivi

[10] George Habash: ”The future of the Palestinian National Movement” [Il futuro del movimento nazionale palestinese], in: Journal of Palestine Studies, 14 maggio 1985, p. 6

[11] Ivi, p. 8

[12] Taking Stock, intervista con George Habash, in Journal of Palestine Studies XXVIII, n. 1 (autunno 1998), p. 92

[13] Lenin, “Critical Remarks on the National Question” [“Osservazioni critiche sulla questione nazionale”], https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1913/crnq/4.htm

[14] Ivi

[15] George Habash: “The Future of the Palestinian National Movement” [Il futuro del movimento nazionale palestinese], in: Journal of Palestine Studies, 14 maggio 1985, p. 5

[16] Vedi anche Helga Baumgarten, Befreiung in den Staat. The Palestinian National Movement since 1948 [Liberazione nello Stato: il movimento nazionale palestinese dal 1948], Francoforte sul Meno 1991, pp. 270–310

[17] Ivi, p. 289

[18] Taking Stock, intervista con George Habash, in Journal of Palestine Studies XXVIII, n. 1 (autunno 1998), p. 93

[19] https://en.irna.ir/news/82617068/Hamas-PFLP-thank-Iran-for-supporting-Palestinian-cause

[20] https://www.aljazeera.com/opinions/2018/10/20/how-do-palestinians-see-the-syrian-war

[21] https://www.newarab.com/opinion/divisions-exposed-pro-hizballah-leftist-palestinians-hail-assads-victory


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.