Definizione da wikipedia: “Lumpenproletariat, letteralmente “proletariato cencioso”), nelle società industriali strutturatesi in età moderna, è la classe sociale più economicamente e culturalmente degradata, priva di coscienza di classe e non organizzata sindacalmente, i cui componenti traggono il loro reddito da occupazioni vicine a quelle del proletariato ma occasionali o talvolta perfino sfocianti nell’illegalità. Il termine sorge, soprattutto nell’analisi marxista, per definire una classe sociale economicamente più debole rispetto al proletariato, che, invece, può fare affidamento su un reddito relativamente più stabile e sicuro, benché basso, e può vantare una maggiore coscienza di classe nonché superiori livelli di consapevolezza e organizzazione, dovuti all’inquadramento sindacale. Spesso si fa riferimento al sottoproletariato “urbano“, proprio per sottolinearne i caratteri di tipicità nei contesti cittadini e metropolitani“
Il caro, vecchio Karl, già nel 1848 definiva questa “sotto-classe” col disprezzo che meritava da parte di chi voleva l’emancipazione del proletariato (e quindi, in prospettiva, dell’intera umanità), chiarendo come, in generale, questo strato sociale assumesse posizioni reazionarie e al servizio delle classi dominanti. E ciò ben prima che le squadracce fasciste o naziste esemplificassero abbondantemente la correttezza di quell’analisi.
Oggi, ancor più che negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, è di moda la lumpen-borghesia. I Trump, i Musk, i Berlusconi, i Salvini, Meloni, Milei, Bolsonaro, ecc. (un lunghissimo eccetera!) sembrano essere l’ultima risorsa di un sistema, quello capitalistico, in preda alle convulsioni, in piena putrefazione. Ma se 90 o 100 anni fa l’emergere del plebeismo borghese delle camicie nere, brune, azzurre fu favorito dalla “Grande Paura”, quella innescata dalla Rivoluzione russa e dall’ondata “rossa” che ne seguì, oggi, con un movimento operaio che, per usare un eufemismo, si dibatte in grosse difficoltà, la spinta all’emergere di questi personaggi ha radici diverse. Non voglio qui entrare nel terreno delle analisi psicologiche (la psicolabilità dell’uno o dell’altro, il culto dell’ignoranza della stessa cultura borghese, o il cosiddetto “fascismo quotidiano” che si nasconderebbe in ognuno). Mi limito a constatare che, quando la borghesia cosiddetta “per bene”, quella colta, educata, liberale, persino “antifascista”, quella che incarna il “sistema” agli occhi delle grandi masse, perde colpi un po’ ovunque, persino nell’Europa occidentale (la zona del mondo dove è nato il socialismo, dove più avanzate sono state le conquiste del movimento dei lavoratori), in assenza di un progetto credibile di creare un mondo di liberi ed eguali, senza sfruttamento ed oppressione, il fecondo ventre del capitale, come diceva Brecht, secerne un mostro dopo l’altro. Qualcuno di questi mostri è particolarmente tragicomico, come i clown assassini di certi film dell’orrore made in USA (penso a Trump, o a Salvini, o a Milei), altri preferiscono un look un po’ più sobrio (e qui sono forse troppo generoso), ma hanno in comune questa tendenza ad usare la pancia (o meglio l’intestino) invece del cervello. O meglio, mostrano al pubblico ammaestrato e disciplinato da decenni di rincoglionimento telediretto che è quella la parte del corpo che gli suggerisce le idee. Il plebeismo dell’individuo atomizzato, isolato nel suo miope egoismo, ridotto ad un tubo digerente del produci-consuma-crepa, con un cervello atrofizzato ed i gomiti ipersviluppati è l’ideologia che va per la maggiore in tempi come questi. E sembra avere il vento in poppa nel confronto con l’altra faccia ideologica del dominio del capitale, vista la quasi sparizione del Terzo Incomodo. A meno che…….
Flavio Guidi
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