Tipico dell’età che avanza inesorabile, condivido con i miei coetanei uno sport da bar molto diffuso: la “deprecatio temporum“, che accompagna da millenni le vecchie generazioni sulla via del tramonto. Ma oggi voglio dedicarmi ad una variante, diffusa meno ma non sconosciuta ai più, che vuol essere la “deprecatio locorum“. Non tanto i tempi, quanto i luoghi in cui ci è toccato nascere e passare buona parte della nostra vita. In realtà sono sempre stato uno specialista in questo sport, in privato (attirandomi le ire di molti concittadini, a cominciare dalla mia prima moglie che, non sopportando oltre i miei mugugni, mi diceva “Ma allora perché non te ne vai?”). Saggio suggerimento, visto che, non potendo abbandonare il proprio tempo, c’è sempre la possibilità di cambiare luogo sul pianeta. Cosa che ho fatto, per oltre un quarto della mia vita. Ma gli affetti, il lavoro, gli innumerevoli legami politici, culturali, umani, ecc. mi hanno sempre riportato, dopo anni di “ricreazione”, sotto il Cidneo.

Ora, i risultati delle recentissime, infauste elezioni-truffa mi “autorizzano” a dare libero sfogo, pubblico (per i famosi 25 lettori) al mio amore-odio (più il secondo che il primo) verso le terre che si stendono tra l’Adamello e l’Oglio e tra il Sebino e il Benaco.

Già, perché quando è troppo è troppo. Va bene consegnare al razzismo (prima anti-“terrone”, poi xenofobo) leghista il controllo del 90% della provincia bresciana; va bene respirare l’aria di una intramontabile Democrazia Cristiana che per circa mezzo secolo ha fatto il bello e il cattivo tempo qui da noi, con percentuali che raramente scendevano sotto il 50% dei voti (ed allora votavano TUTTI, o quasi). Vanno bene persino le rivolte più o meno sanfediste della Val Sabbia, della Val Trompia e della Riviera di Salò contro i francesi e i giacobini di oltre due secoli fa, al grido di “Viva S. Marco” e inalberando la croce. Ma i fascisti no, vi prego. Ci siamo sempre consolati, noi comunisti, noi socialisti, noi anarchici, noi repubblicani, noi liberali, noi giacobini, del fatto che, pur vivendo tra gente “con l’orizzonte che si ferma al tetto”, abituata a stare in ginocchio e ad alzare raramente la testa, con il refrain “i bresciani sono conservatori, ma non fascisti”. E la Storia sembrava darci ragione: nel 1919-21 votavate Don Sturzo e i liberal-conservatori, ma non Mussolini. Durante il ventennio non vi siete mai ribellati, certo, ma non avete mai nemmeno aderito con entusiasmo alle pagliacciate in camicia nera, e le squadracce non erano certo diffuse come nella bassa valle del Po. E siete riusciti persino a dar vita, quando si è presentata l’occasione, ad uno dei rari movimenti partigiani “bianchi”, come le Fiamme Verdi (beh, certo, 2800 su 750 mila abitanti, ma l’onore è salvo, in particolare per un popolo che ha fatto tesoro della frase di Brecht sull’essere beati perché non ha bisogno d’eroi). Volendo guardar bene, avete all’attivo persino una specie di “rivoluzione” (ancor oggi ai miei occhi inspiegabile), durata dieci giornate. Andata male, si sa. Forse questo spiega le altre 55mila giornate passate nella ginnastica d’obbedienza. Comunque, tirate le somme, brontolando contro la vostra adesione “moderata” alla triade “Dio, Patria, Famiglia”, alla vostra religione del lavoro e del guadagno, alla vostra ristrettezza di vedute, mi trattenevo dall’imprecare contro di voi, maggioranza più o meno silenziosa di miei conterranei, perché, almeno, “non eravate fascisti”. Da domenica scorsa questa misera consolazione è andata in pezzi. Avete scelto, se non il fascio littorio o la fiamma tricolore che sorge dalla bara del duce, la fiammetta in sedicesimo della nuova leader della “vostra” patria. Anche in questo, nessuno slancio, rischio, generosità: avete aspettato fino in fondo, fedeli al grigiore piccolo-borghese che vi contraddistingue, prima di azzardarvi a fare il salto, dalla “conservazione” alla “reazione”. Addio, cari bresciani. Non mi mancherete.

Flavio Guidi

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