Ci risiamo. Ennesime elezioni, ennesimo ritornello “centrosinistro”. Ieri l’ineffabile Letta, noto esponente di quello che i pennivendoli definiscono “il principale partito del campo progressista”, ha detto “O noi o la Meloni”. Sono quasi 30 anni (trenta, non tre) che puntualmente gli affossatori di ciò che resta della sinistra in Italia richiamano all’ordine gli elettori. Non è una pratica nuova, o sconosciuta fuori d’Italia: il richiamo al cosiddetto “voto utile” è moneta corrente da parte dei partiti più “grossi” rispetto a quelli “minori” ritenuti, a torto o a ragione, più vicini (o perlomeno meno lontani) politicamente. Questo soprattutto nei paesi con sistema elettorale antidemocratico (cioè non proporzionale) come gli USA, la Gran Bretagna e, in modo diverso (doppio turno), la Francia. L’Italia, nonostante il balletto dei sistemi elettorali fantasiosi degli ultimi 28 anni, ha purtroppo introiettato la logica del maggioritario (cioè dei due “blocchi” presuntamente contrapposti) imposta a colpi di referendum teleguidato 29 anni fa. Anche prima la tendenza, soprattutto a sinistra, esisteva: quanti elettori di sinistra, poco convinti della politica moderata di Berlinguer, decidevano comunque di votare PCI (invece di DP, per esempio) per “fare argine” allo strapotere democristiano? Un riflesso comprensibile, anche se, dal mio punto di vista, non condivisibile. Almeno finché il “partito più grosso” in questione mantiene un minimo di coerenza nella contrapposizione “all’orco di turno” (ieri la DC, poi Berlusconi, poi Salvini, ora la Meloni). Ora, sulla coerenza dell’opposizione del PCI berlingueriano rispetto alla DC ci sarebbe molto da dire (e ancor di più da parte del PDS occhettian-dalemiano rispetto al Berluska e alla sua corte). Ma con quale faccia i piddini (e cespugli vari) vengono oggi ad evocare il nuovo spauracchio, cioè la postfascista Giorgia? Ci hanno inondato di insulti, 24 anni fa (e, pensandoci bene, già 27 anni fa, col malefico governo “tecnico” di Dini), perché con la nostra opposizione (o meglio, mancato appoggio – parlo del PRC di Bertinotti -) “facevamo il gioco di Berlusconi”. Ricatto ripetuto, nei confronti di Turigliatto e Sinistra Critica, 10 anni dopo, nella nuova edizione disastrosa del governo Prodi. Salvo poi, da Monti-Fornero in avanti, governarci insieme (come negli ultimi due anni) o quanto meno condividere appoggi e complicità nei cosiddetti “governi tecnici”. Quindi lo scettro di “orco n.1” è passato a Salvini, mentre il Berluska veniva recuperato e “sdoganato”. Salvo poi governare insieme anche al terribile Salvino. Nuovo passaggio di testimone, quindi, alla Meloni, che, pur avendo condiviso il grosso delle politiche draghiane degli ultimi due anni, ha avuto l’accortezza di fingersi “opposizione”, puntando a raccogliere l’inevitabile delusione, rabbia, frustrazione di vasti settori popolari con coscienza politica inesistente e caratterizzati dalla più stolida ignoranza non tanto della storia, pur recentissima, del nostro paese, ma persino dei propri interessi immediati. Comunque sia, al di là delle facce di bronzo di Letta, Salvini, Berlusconi o Meloni (e stendiamo un velo pietoso sul campione mondiale delle facce di bronzo, mr. Renzi), lo spauracchio della destra “pura e dura” probabilmente funzionerà, ahimè, anche il 25 settembre. Ma è davvero una novità, in questa sciagurata “seconda” repubblica, questa ondata reazionaria? Ripercorriamo velocemente i dati elettorali degli ultimi decenni.

1994: la destra (guidata dalla neonata Forza Italia, l’ectoplasma inventato all’uopo da Berlusconi) vince le elezioni, con poco meno di 19 milioni di voti (quota proporzionale), pari al 47% dei voti espressi. Alleanza Nazionale, l’erede del MSI di Almirante, ottiene 5,2 milioni di voti (13,5%)

1996: la destra perde le elezioni (in seguito alla rottura con la Lega Nord) ma ottiene oltre 20 milioni di voti, pari al 53% dei voti espressi. AN raggiunge il suo massimo storico, col 15,7% e 5,9 milioni di voti (a cui vanno aggiunti i quasi 400 mila voti e 1% raccolti da partitini ancora più estremisti). In totale oltre 6,2 milioni di voti e 16,7% per fascisti e “post-fascisti”.

2001: la destra vince le elezioni con 18,3 milioni di voti, pari al 49,3%. AN scende al 12% (4,5 milioni di voti). L’intera estrema destra (con i partitini apertamente neofascisti) ottiene 4,7 milioni di voti (12,7%).

2006: la destra perde le elezioni, ottenendo 19 milioni di voti (49,7%). AN ne ottiene 4,7 milioni (12,3%), gli altri partitini neofascisti 0,5 milioni. In totale 5,2 milioni, pari al 13,6% (come nel 1994).

2008: la destra vince le elezioni con 17 milioni di voti (46,8%). A questi andrebbero aggiunti almeno il milione e passa di voti (2,7%) raccolti dai neofascisti di Fiamma Tricolore e di Forza Nuova. Un totale di oltre 18 milioni di voti e 49,5%. AN in questo caso è all’interno del “Popolo delle Libertà”, che ottiene il 37,4% dei voti (13,6 milioni). Probabilmente l’ex partito di Fini ha portato nel nuovo partito quasi tutti i suoi 5 milioni di elettori più o meno fedeli. Questo spiega il risultato non del tutto insignificante dell’estrema destra neofascista esterna ad AN.

2013: la destra perde le elezioni con 10 milioni di voti (29,2%). Per la prima volta si può parlare di un vero e proprio crollo, dovuto in gran parte all’irruzione dei “grillini” (8,7 milioni di voti, 25,6%) che hanno pescato in entrambi i “poli”. Inoltre è presente una coalizione di centro intorno alla figura di Monti, che ha “scippato” ai berlusconiani sia il partito di Casini che il nuovo partitino dell’ex neofascista Fini (un totale di quasi 800 mila voti e 2,3%). Se a questi aggiungiamo i vari partitini d’estrema destra, più o meno neofascista (230 mila voti, pari allo 0,7%), possiamo stimare la destra intorno ad un terzo dell’elettorato (poco più di 11 milioni di voti). Le varie formazioni neo o post-fasciste (tra le quali la neonata Fratelli d’Italia, erede diretta di AN e quindi, mutatis mutandis, del MSI) ottengono il loro peggior risultato in vent’anni: 1,3 milioni di voti (3,7%).

2018: la destra ottiene 12,7 milioni di voti (39%). Non siamo ancora ai numeri del quindicennio tra il 1994 e il 2008, ma è chiaro il recupero (nonostante la schiacciante vittoria grillina) rispetto al tonfo del 2013. L’insieme dell’estrema destra (in cui FdI è ormai maggioritaria) supera i 2 milioni di voti (6,4%), ben lontana dai risultati a due cifre dei tempi d’oro di Fini, ma simile al voto missino storico tra gli anni ’50 e gli anni ’80.

Riassumendo rapidamente. La destra in Italia, durante la seconda repubblica, è sempre stata intorno al 50% dei voti (dal minimo del 47 nel 1994, quando “vince” al massimo del 53 due anni dopo, quando “perde” – il che la dice lunga sulla “democraticità” del sistema elettorale). Solo il terremoto “grillino” riesce a farla scendere intorno al 35/40% nell’ultimo decennio. Dal canto suo l’estrema destra d’ascendenza missina si è sempre aggirata tra i 5 e i 6 milioni di voti, intorno al 15% in media, fino a prima dell’ascesa dei grillini. La crisi dovuta alla scelta di Fini di entrare nel PdL con Berlusconi e successive evoluzioni ha cominciato ad essere superata già da alcuni anni, nonostante il fenomeno grillino abbia inciso anche tra gli elettori nostalgici di Almirante. Ora, la doppia crisi di un partito contiguo, come la Lega di Salvini, e del movimento 5 stelle, fornisce alla Meloni l’occasione di puntare ad una destra a trazione post (?) fascista. I sondaggi oscillano, per l’insieme della destra, tra il 45 e il 50% (cioè le cifre cui eravamo abituati prima del “grillismo”), con l’estrema destra meloniana tra il 20 e il 23%. Ovviamente non possiamo non preoccuparci di questi cambi all’interno del campo reazionario. Avere una destra a guida, diciamo così, conservator-democristianoide alla Berluska, o una a guida post o semi fascista non è esattamente la stessa cosa (anche se dubito che i lavoratori si accorgerebbero della differenza tra le politiche economico-sociali dell’uno o dell’altro “polo”). Semmai sarebbe il caso di chiedersi, da parte dei milioni di lavoratori (e di cittadini tout court) che non hanno ancora consegnato il cervello all’ammasso, che cosa sia servito, i questi quasi 30 anni, turarsi naso, orecchie e bocca per chiudersi nell’urna e votare i principali responsabili dello sfacelo della sinistra nel nostro paese. A quanto pare, né a migliorare le proprie condizioni di vita, ma neppure a scongiurare il “pericolo di destra”. E, ovviamente, di socialismo neppure nei sogni più rosei.

Flavio Guidi