Come la pensano, politicamente parlando, gli ucraini e i russi? Una domanda a cui piacerebbe avere una risposta, dopo oltre quattro anni di guerra. Ma una risposta seria è difficile darla, probabilmente anche per chi vive nei due paesi in guerra. L’unico modo per averne una vaga idea, molto schematica e non certo affidabile al 100%, è quella di dare un’occhiata ai sondaggi, sapendo che, se già sono spesso “pilotati” (e comunque soggetti ad errori, a volte madornali) e quindi da prendere con le pinze anche in paesi “tranquilli” come l’Italia (e in genere l’Europa occidentale), figuriamoci in Ucraina e Russia. Il sistema partitico in entrambi i paesi è molto lontano dai canoni della “democrazia liberal-borghese” classica. Il nazionalismo, di grado più o meno estremo, che già rendeva la vita difficile a chi non era d’accordo col potere prima della guerra, ha portato alla messa fuorilegge di tutti i partiti che erano percepiti come “al servizio del nemico”, sia in Russia che in Ucraina. Questo rende ancor più difficile farsi un’idea, per quanto approssimativa, delle opinioni politiche dei cittadini dei due stati. Comunque ci provo, utilizzando PolitPro, una piattaforma europea (che copre anche Russia, Armenia, Georgia e Turchia) che mi sembra relativamente affidabile. Vale il solito discorso: le elezioni sono solo indicative delle tendenze politiche profonde. A maggior ragione ciò vale per i sondaggi.
In Ucraina i dati, aggiornati al 28 aprile 2026, riguardano 14 partiti, che sommano l’82,4% delle intenzioni di voto. Di questi 14 partiti 4 sono di destra nazionalista (33,1% delle intenzioni di voto), 5 di estrema destra ultranazionalista, compresi i neonazisti di Svoboda (30,2% delle intenzioni di voto) e 5 sono di centro, nazionalisti “moderati” (19,1%). Nessun partito di sinistra, per quanto moderata e “patriottica”, viene rilevato (a meno che non sia tra quel 17,6% di “altri”, ma ho dei dubbi). Il partito dell’attuale presidente, Zelensky, Sluha Narodu (Servire il Popolo), che è il più importante dei partiti nazionalisti definiti di centro, e, ahimè, è quello meno a destra dello scacchiere partitico, è stimato al l’11,7% (32 punti in meno che nelle elezioni del 2019). Da segnalare l’emergere di “partiti” personali, legati a singoli individui (di solito militari) che sono in piena ascesa, come l’attuale favorito Valery Zaluzhny (che è pure il nome del “partito”!) che era il capo dell’esercito. Si autodefinisce di centro-destra, ed è dato al 21% nell’ultimo sondaggio. Più a destra troviamo il secondo “partito”, chiamato col nome del leader, Kyrilo Budanov (15,3%), capo dell’Hur (il servizio segreto ucraino). Al terzo posto il già citato partito di Zelensky, seguito da un altro partito che si definisce di centro-destra, Yevropeiska Solidarnist, all’8,9%. Al quinto troviamo un altro “partito” personale d’estrema destra, quello del comandante del famigerato Battaglione Azov, Denys Prokopenko, dato al 6% (non era presente nel 2019). Segue il fascista Natsionalnyi Korpus, dato al 4,9% (non presente nel ’19), Rozumna Politika (centro-destra, 3,7%), i neonazisti di Svoboda (2,2%, identica performance rispetto al ’19) e gli altri minori. Come era facile prevedere, la guerra ha ulteriormente spostato a destra la società ucraina. Sette anni fa l’estrema destra arrivava a malapena al 5% dei voti, oggi è stimata 6 volte di più. Ed ogni riferimento alla parola “sinistra” (non parliamo poi di “socialismo” o “comunismo”) è scomparso dalla mappa.
In Russia la situazione è analoga, pur con le dovute differenze. Anche qui sono ammessi praticamente solo i partiti nazionalisti (con la parziale eccezione di Yabloko e dei Verdi, ultraminoritari). La differenza risiede soprattutto nel fatto che, una volta aderito al nazionalismo grande-russo, il regime ti permette di usare nomi e simboli che si richiamano alla tradizione “comunista” e “socialista” (purché la “patria” sia il punto di riferimento principale). La messa fuori legge dei partiti e gruppi che si richiamano al socialismo internazionalista (tra i quali i nostri compagni russi, tutti in galera, in esilio o in clandestinità) in seguito alla guerra fa sì che il panorama sia altrettanto sconsolante che in Ucraina. Il primo partito (e chi aveva dubbi?) è quello del presidente Putin, Russia Unita, d’estrema destra (seppur formalmente non richiamantesi al fascismo per ovvi motivi legati alla “Grande Guerra Patriottica”), è dato al 42,1% , 8 punti in meno che nel ’21. Al secondo posto troviamo il cosiddetto Partito Liberal-Democratico (in realtà un partito fascistizzante), fondato nel 1992 da Vladimir Zhirinovsky, dato al 13,3% (6 punti in più rispetto a 5 anni fa). Al terzo posto Nuova Gente (Noviye Lyudi), che si definisce “di centro e liberale”, moderatamente nazionalista, con il 13,2% (8 punti in più rispetto al ’21). Al quarto posto, finalmente, un partito che si autodefinisce “di sinistra”, il Partito Comunista della Federazione Russa, autoproclamatosi erede del PCUS, fondato nel 1993 e che aveva nel passato raggiunto buoni risultati. Oggi è dato al 12,6% (6 punti in meno che cinque anni fa). Descrivere questo partito e le sue contraddizioni sarebbe troppo lungo in un breve articolo come questo. Diamo per buona la sua autodefinizione di “sinistra” (nonostante il tetragono nazionalismo grande-russo) che probabilmente è ritenuta autentica da gran parte dei suoi elettori. Anche il quinto partito si definisce “di sinistra” (anche se ricorda un po’ troppo una specie di “rossobrunismo socialdemocratico”, visto che si definisce anche “nazional-conservatore”): è il partito Russia Giusta (dato al 6,5%, un punto in meno rispetto al ’21). Seguono i partitini minori, tra i quali i liberali di Yabloko (1,4%, stessa percentuale del ’21) unico partito d’opposizione legale al nazionalismo grande-russo di Putin. Sotto la voce “altri partiti” c’è il 7,5% di elettori. Volendo schematizzare possiamo dire che le forze d’estrema destra (neozariste o fascisteggianti) sono date al 55,4% (2 punti in meno di cinque anni fa), quelle di centro (liberali o pseudo tali) al 16% (8,5% in più) e quelle cosiddette “di sinistra” al 21,1% (7 punti in meno rispetto al ’21). Credo che l’apparente maggior “pluralismo” della vita politica russa, rispetto a quella ucraina, sia da prendere con estrema cautela, visto che l’uso dei simboli e della nomenclatura (anche odonomastica) ex sovietici non vi è proibito (diversamente che in Ucraina e in genere nell’Europa centro-orientale), ma è stato sussunto al racconto ultra-nazionalista. Trucchetto non nuovo certo (come minimo dal 1941, con la “Grande Guerra Patriottica” e i riferimenti ad Aleksandr Nevsky o a Suvorov e la benedizione del Patriarcato ortodosso), attenuatosi un po’ con Krushev e Gorbaciov e ripreso alla grande nella nuova Russia imperialista degli ultimi trent’anni.
Un quadro desolante, come c’era da aspettarsi. E che rafforza la mia sensazione, che comunicavo agli amici scherzosamente (ma un proverbio russo dice che “in ogni scherzo c’è un po’ di….scherzo”) di quando viaggiavo in Ucraina e Russia ( dal 1992 fino a circa 15 anni fa). Quando incontravo qualcuno che non era né antisemita, né antifemminista, né omofobico (e magari neppure anti-comunista, ma qui era più complicato) lo (o la) abbracciavo, dicendo “privjet, tovarisc”
Flavio Guidi
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