di Fabrizio Burattini

La convergenza e l’unità del sindacalismo conflittuale sono fin dall’inizio la principale preoccupazione del nostro collettivo e del nostro sito. Abbiamo guardato con estremo favore alla spinta unitaria che ha portato alla proclamazione unitaria dello sciopero generale dell’11 ottobre e con preoccupazione al rallentamento e poi all’esaurimento di quella unità.

L’unità era stata stimolata dalla comune constatazione della durezza dell’offensiva padronale e governativa che era culminata nell’assassinio di Adil Belakhdim nel giugno scorso. Si trattava di un atto estremamente grave che imponeva a tutte e tutti di agire insieme.

La guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina costituisce un contesto ancora più grave del barbaro omicidio del coordinatore del SiCobas di Novara. Questa guerra, come tutte le guerre, giova solo ai potenti, ai trafficanti di armi, ai capitalisti. Le lavoratrici e i lavoratori, il popolo tutto soffriranno la morte, la privazione della libertà, lo stupro e il saccheggio, la distruzione. E le conseguenze militari, economiche, sociali e politiche stanno già andando oltre i confini dell’Ucraina.

La guerra viene storicamente utilizzata dalle classi dominanti per imporre ulteriori sacrifici alle classi subalterne, per restringere ulteriormente la democrazia, per rilanciare il nazionalismo e il razzismo, per imporre l’unità interclassista sotto il controllo dei governi. Per cancellare tutti gli elementi di conflitto sociale e per chiamare tutti a “stringersi a coorte”.

Ci avevano detto che la fine della guerra fredda del 1989 e del “conflitto Est-Ovest” avrebbero aperto un’epoca di pace e di prosperità, mentre da allora ad oggi le guerre si sono moltiplicate (nell’Iraq nel 1991, nei Balcani nella seconda metà degli anni 90, in Cecenia nel 1994-2009, nel Congo nel 1996-2003, nel Kosovo nel 1998-99, nel Sudan e nel Darfur nel 2000, nell’Afghanistan nel 2001-2021, ancora nell’Iraq nel 2003, nell’Ossezia e nell’Abkhazia nel 2008, in LIbia e poi in Siria nel 2011, nella Crimea nel 2014). Naturalmente abbiamo elencato solo quelle che più facilmente vengono alla mente, riservando una menzione speciale alla occupazione della Palestina che, a seconda delle diverse interpretazioni, può essere fatta decorrere dal 1948 oppure dal 1967 e che dura tuttora dopo settant’anni con un devastante deterioramento delle condizioni di vita e dei diritti dei palestinesi.

E ora quella dell’Ucraina, che dopo i numerosi sintomi che potevano farla prevedere, è iniziata nelle prime ore del mattino del 24 febbraio scorso.

E le conseguenze cominciamo a vederle anche qui da noi, dove allo “stato d’emergenza” sanitario in vigore da due anni si è ora sovrapposto il nuovo “stato d’emergenza” decretato dal governo per la situazione bellica.

I sindacati confederali, di fronte a questa situazione stanno confermando il loro collateralismo nei confronti del governo Draghi, già più che riscontrabile nel comportamento tenuto negli ultimi anni, dall’accettazione dello sblocco dei licenziamenti, alla firma di pessimi accordi contrattuali per le categorie pubbliche, alla sottoscrizione del “patto della fabbrica”, e non certo contraddetto dallo sciopero Cgil-Uil del 17 dicembre scorso.

Tutto ciò imporrebbe ai sindacati di base e alle aree più combattive e classiste di trovare nuovi momenti di espressione e di mobilitazione comune. Al contrario, sembra che neanche la gravità della situazione sia sufficiente a mettere in moto la necessaria ricerca della convergenza.

Quando la parola passa ai cannoni, ai carri armati, ai missili, quando uno stato superarmato aggredisce e invade un altro paese, tentando di distruggerlo, di piegarlo e di sottometterlo è dovere di tutte e tutti coloro che hanno a cuore gli interessi delle classi subalterne di far prevalere la volontà di preservare la pace, indicando nelle classi dominanti mondiali i responsabili di questa orrenda carneficina e dell’orrore che fa gravare su tutto il pianeta.

Nessuna giustificazione, nessuna attenuante va avanzata verso l’imperialismo nazionalista russo diretto da Vladimir Putin che è arrivato a negare legittimità all’esistenza dell’Ucraina come stato indipendente. Certo, oggi i responsabili diretti dell’attuale guerra sono Putin e la sua oligarchia militarista, affarista e ultranazionalista, ma non vanno dimenticate le responsabilità storiche degli imperialismi occidentali e della “loro” alleanza atlantica, il cui espansionismo si è spinto fino ai confini russi integrando nella NATO via via i paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Cechia e la Slovacchia, la Slovenia, la Croazia, l’Albania e la Bulgaria.

L’Ucraina è forse il paese europeo che ha pagato di più il terribile degrado delle condizioni di vita popolari negli ultimi trent’anni. Nel 1990, il reddito pro capite ucraino era di oltre 16.000 dollari, superiore del 70% alla media mondiale; nel 2020 si è ridotto a soli 12.000 dollari, decurtato di un quarto e collocandosi il 31% al di sotto della media mondiale. La dinamica del PIL nel periodo 1990-2017 colloca l’Ucraina tra i cinque peggiori risultati. A parità di potere d’acquisto, il PIL ucraino si è ridotto del 40% in questi trent’anni. E non va dimenticato che l’Ucraina è diventata uno dei paesi più devastati dall’emigrazione, perdendo tra il 1990 e il 2020 quasi 8 milioni di abitanti.

Questo ovviamente non toglie che va difeso il diritto all’autodeterminazione della minoranza russa presente in alcune province ucraine (Donetsk e Lugansk), autodeterminazione che però non si può “esportare” con i carri armati né imporre con i missili.

E’ fondamentale la più ampia e unitaria mobilitazione dal basso, su parole d’ordine semplici e chiare, senza giri di parole (del tipo “siamo contro la guerra, ma…”).

Occorre essere contro la guerra e per la pace, come si diceva un tempo “senza se e senza ma”. Occorre solidarizzare con i coraggiosi manifestanti russi che in decine di città (Mosca, San Pietroburgo, ecc.) scendono in piazza a migliaia sfidando la feroce repressione della milizia putiniana. Essere contro Putin non significa essere contro il popolo russo. Anzi, il popolo russo, dopo quello ucraino, è la seconda vittima di questa guerra.

L’invasione russa dell’Ucraina, oltre alle sanguinose conseguenze sul campo, porta con sé ulteriori e devastanti conseguenze politiche.

Contribuisce a dare credito alla favola delle “democrazie occidentali” contrapposte alla presunta “autocrazia asiatica” di Putin. In realtà la democrazia è in crisi ovunque e in giro per il mondo molte “democrazie occidentali” si stanno rimodellando in modo non dissimile dall’esempio russo (l’India con Narendra Modi, il Brasile con Jair Bolsonaro, l’Ungheria con Orban, gli USA con Trump, ecc.), accentrando i poteri in una sola persona, sostituendo il consenso con la demagogia, restringendo i diritti democratici e quelli civili, utilizzando a piene mani razzismo e nazionalismo. E, al di là delle formali prese di distanza di questi giorni, anche in Italia non sono pochi ad aver guardato all’esempio putiniano come ad un punto di riferimento (dal governo Salvini, dall’opposizione Meloni, e non solo).

L’invasione russa rilegittima agli occhi di larghe parti dell’opinione pubblica la NATO, profondamente screditata dopo le batoste afghane e mediorientali, una NATO che altrimenti da trent’anni non avrebbe più nessun pretesto per sopravvivere. Rilegittima la corsa agli armamenti, ricreando la sindrome del “cattivo” da cui difendersi in ogni modo, proprio quando la pandemia avrebbe consentito di spingere per definanziare le spese militari a tutto profitto delle spese sociali (sanità, istruzione, ambiente…). Rende “ineluttabile” la crescita dei prezzi, a partire dalle materie prime e da quelle energetiche, il tutto a danno dei bilanci delle famiglie popolari.

L’aggressione di Putin rilancia la paura dei “russi”, strumentalmente, anche se in modo totalmente abusivo, presentati come gli “eredi del comunismo”.

E consente l’indecente sceneggiata dei rifugiati buoni (gli ucraini) da accogliere e quelli “finti” da respingere, presentando come aperti, solidali e “umanitari” dei miserabili razzisti come l’ungherese Orban e il polacco Morawiecki.

Tutti coloro che, nella sinistra o nel sindacalismo conflittuale, cercano di trovare attenuanti alle responsabilità del governo russo nella crisi attuale rendono un ulteriore pessimo servizio, sia alla pace che alla sinistra, utilizzando una politica giustificazionista che era già sbagliata nei confronti dell’URSS, ma che diventa inaccettabile e grottesca nei confronti delle avventure imperialiste della Russia di Putin.

Questa situazione internazionale mostra un mondo (e un’umanità) che, a causa della terribile controrivoluzione borghese, va perdendo rapidamente le poche coordinate politiche e sociali residue. Un mondo nel quale gli scarsi valori che continuano ad esistere diventano sempre più generici e trasversali.

Il sindacalismo conflittuale (e la sinistra antagonista), dopo la brevissima stagione unitaria dell’11 ottobre, è di nuovo in una situazione preoccupante. Già con il Covid, e ora con la guerra, non si prova neanche più a confrontarsi mantenendo l’obiettivo dell’unità. Rischiamo di passare dalle opposte tifoserie sui vaccini a quelle sulla guerra.