Mentre il rullare di tamburi di guerra si fa sempre più minaccioso (sempre sperando che, come i bulli di periferia, i “nostri” eroi di paccottiglia si limitino a fare la voce grossa per risalire nei sondaggi di popolarità) diamo qualche piccolo ragguaglio “etnico” sul problema russo-ucraino, senza voler fare in poche righe la complicata storia dei rapporti tra i due “popoli fratelli”. Innanzitutto una fotografia (è vero, un po’ ingiallita, visto che da 20 anni in Ucraina non ci sono censimenti) della situazione sul territorio. Il russo è la lingua nativa del 29,6% dei cittadini ucraini (censimento 2001), mentre l’ucraino lo è per il 67,5%. La lingua russa è ampiamente maggioritaria in Crimea e negli oblast di Donetsk e Lugansk (cioè nella Repubblica autonoma annessa alla Russia nel 2014 e nelle due autoproclamate “repubbliche popolari”), ed è più o meno alla pari con l’ucraino negli oblast di Zhaporizhije e di Odessa (tra il 42 e il 44% dei locutori). Bisogna aggiungere che in quasi tutte le città dell’Ucraina meridionale ed orientale il russo supera l’ucraino come numero di parlanti madrelingua, relegando la lingua ufficiale a lingua “della campagna” (vedi cartina in alto). Ciò non vuol dire che i russo-parlanti siano automaticamente pro Russia (tanto meno pro Putin), anche se è piuttosto verosimile che lo siano diventati negli ultimi anni, vista la politica linguistica delle autorità centrali a Kiev. La questione linguistica (che nell’Ucraina occidentale, ex polacca ed ex asburgica, si complica con quella religiosa*) è un problema che si è andato complicando col passare del tempo. L’ucraino era totalmente ignorato (quando non perseguitato) nella Russia zarista, la cui lingua ufficiale era il “grande russo” (o russo tout court). Per gli zar gli ucraini erano i “piccoli russi”, che non godevano di alcuna autonomia (di cui invece godevano i finlandesi e persino, in qualche misura, i polacchi), organizzati nei vari “governatorati” della “Russia meridionale”. Solo dopo la Rivoluzione di Febbraio (1917) e ancor più dopo quella d’Ottobre, la lingua ucraina viene riconosciuta come lingua ufficiale, prima della Repubblica Nazionale dell’Ucraina Occidentale (distrutta dall’invasione polacca nel 1919) e della Repubblica Popolare Ucraina, poi della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (che nel 1922 aderirà all’URSS). Negli anni seguenti la politica linguistica fu spesso contraddittoria, con tentativi di “ucrainizzazione” (come negli anni Venti o tra il 1956 e il 1964) seguiti a ondate di ufficiosa “russificazione” (come negli anni ’30 e ’40 e di nuovo, seppure in forma più soft, dalla seconda metà degli anni ’60 fino alla metà degli anni ’80). In ogni caso, la lingua ucraina rimase lingua ufficiale dell’Ucraina “sovietica” dal 1917 in poi, anche se il russo mantenne sempre il ruolo di lingua urbana, parlato dagli strati “più avanzati” (concetto opinabile, è chiaro) della popolazione. Dopo l’indipendenza della nuova Ucraina, nel 1991, l’ucraino è stato proclamato unica “lingua ufficiale” della repubblica, pur con politiche più o meno forzate di ucrainizzazione a seconda della successione dei presidenti a Kiev. In seguito agli avvenimenti del 2014 (Maidan, Crimea, Donbass, ecc.) lo scontro tra il nazionalismo ucraino, radicalmente anti-russo, e la minoranza russofona è andato radicalizzandosi, portando all’attuale situazione di estrema tensione. Dal mio punto di vista, volendo semplificare al massimo, è come se gli ucraini volessero riparare ad un torto inflitto loro per secoli (prima dagli zar e poi da Stalin) infliggendo a loro volta un torto alle incolpevoli popolazioni russofone, che reagiscono rispolverando le aquile zariste in versione putiniana (o, in misura minore e più contraddittoria, rimettendo in auge i simboli dell’epoca sovietica, quando la “strana agromnaya” – il grande paese – andava dal Baltico al Mar del Giappone senza apparenti dissensi). Con buona pace della “fratellanza dei popoli slavi”, per non parlare di un internazionalismo proletario sepolto nei gulag degli anni Trenta.

*Nel 1596 la Confederazione Polacco-Lituana, cattolica, che dominava sulle popolazioni ortodosse ucraine e bielorusse, impose “l’unione” (da qui il nome di chiesa “uniate”) con la Chiesa di Roma agli ortodossi suoi sudditi, che vengono anche chiamati “Greco-cattolici” o cattolici di rito bizantino. In definitiva si trattava, pur mantenendo i riti slavi orientali, di riconoscere la supremazia del Papa di Roma.

Flavio Guidi