di Diego Giachetti

Per la «Stampa» gli studenti e le studentesse che hanno manifestato il 4 febbraio in varie città erano all’incirca 100 mila. Comunque e quale sia la cifra, erano in molti a smentire che le manganellate della polizia di venerdì 28 gennaio non solo hanno fallito l’obiettivo di ingenerare paura ma, al contrario, hanno suscitato indignazione e disponibilità alla lotta e allargato il fronte del consenso e della solidarietà nei confronti delle giovani vittime di aggressioni che hanno richiamato alla memoria le altrettante violente reazioni della polizia di vent’anni fa a Genova in occasione del G8, culminate nell’uccisione del giovane manifestante Carlo Giuliani il 20 luglio 2001. La risposta manganellante della polizia alle manifestazioni studentesche del 28 gennaio sono l’indice di un più generale scollamento dei cittadini dalle istituzioni del potere decisionale. La fine del ruolo di intermediazione svolta dalla politica organizzata ha lasciato il posto alle forze dell’ordine, che diventano troppe volte l’unico e purtroppo diretto contatto del conflitto sociale con le istituzioni statali. 

L’alternanza scuola-lavoro

A scatenare la protesta è stata la morte dello studente Lorenzo Parelli di 18 anni, schiacciato da una putrella in una fabbrica di Udine nel suo ultimo giorno di tirocinio, la forma dell’alternanza scuola-lavoro tipica degli istituti professionali, incidente statisticamente prevedibile in un Paese dove ogni giorno ci sono in media quasi quattro morti sul lavoro. Un evento drammatico che ha messo in evidenza l’insicurezza, spesso mortale, sui luoghi di lavoro e la superficialità facilona con la quale quella che è presentata come «una attività che dovrebbe essere formativa, di apprendimento viene invece lasciata alle decisioni organizzative dell’azienda, nei contenuti e nei modi», come ha scritto la sociologa Chiara Saraceno su «La Stampa» del 5 febbraio. 

Una morte che scoperchia il processo di aziendalizzazione del sistema scolastico da lungo tempo in atto. Chi lavora nella scuola ben conosce termini linguistici come scuola-azienda, dirigenti invece che presidi, staff direzionale, didattica per competenze, curriculum formativo-professionale, stage di lavoro, formazione continua e permanete del personale. In questa scatola aziendalista l’alternanza scuola lavoro non è altro che un’opportunità per le aziende di disporre di manodopera gratuita. Istituita al tempo della mirabolante riforma della “Buona Scuola”, introdotta dal governo Renzi nel 2015 e votata da tutto il plaudente centrosinistra, essa si presentava per quello che si rivelerà essere: propaganda ideologica per far credere ai giovani che quell’esperienza sarebbe stata utilissima per trovare lavoro al termine degli studi, tutto ciò mentre il tasso di disoccupazione giovanile oscillava intorno al 30%. 

Un’illusione ben presto caduta nello sconforto della realtà, ma che ha lasciato il segno nel concepire il processo formativo finalizzato ad acquisire competenze da spendere sul mercato del lavoro, a scapito delle ore di lezione, di studio e di approfondimento, e ha offerto alle imprese prestazioni d’opera saltuarie e gratuite. L’alternanza si è configurata come preparazione-addestramento alla precarietà e alla flessibilità, potenzialmente occupabili in più lavoretti dequalificati, tipici del mercato del lavoro. Si diceva e si dice che i giovani «sono lì per fare esperienza». Certo, per fare esperienza della realtà che spetta loro in futuro, dello sfruttamento, della scarsa sicurezza e, infine, possibilità non così remota di perdere la vita. L’alternanza scuola-lavoro (ora denominata «Pcto») è l’unico aspetto della scuola del quale il governo ha continuato ad occuparsi anche in questi anni di emergenza sanitaria, invece di prestare attenzione alle problematiche sistemiche della scuola che si sono esacerbate durante la pandemia. E questo la dice lunga sui reali interessi di questo governo. Difatti, contrario all’abolizione si è detto il ministro del lavoro Andrea Orlando, mentre altri segnalano le imperfezioni dell’alternanza scuola lavoro e propongono una revisione.

Un malessere che viene da lontano

«Siamo una generazione senza sogni e aspettative, e questo ci fa essere così arrabbiati», dicono alcuni giovani del movimento. È da questa estraneazione che la scuola dovrebbe ripartire per fare dell’apprendimento un processo di acquisizione e arricchimento di competenze e capacità, di curiosità per ciò che non si sa, al fine di formare cittadini e cittadine consapevoli, dotati di spirito critico e interrogante. «La scuola deve formare persone capaci di scegliere e non soggetti funzionali al mercato del lavoro», dicono oggi studenti e studentesse in lotta.

Invece si è continuato come se nulla fosse, ignorando la dispersione scolastica, in aumento con la Dad, e quando dopo due anni di pandemia sono tornati in classe, hanno ritrovato un’edilizia fatiscente, programmi vecchi, orari assurdi e una scuola sempre più azienda, le solite classi “pollaio”, un irrigidimento della procedura burocratica che ha ridotto ancor di più l’interazione con la scuola, gli insegnanti, la didattica intesa come procedimento dialogico fra le due parti del processo educativo.

Chiedono il potenziamento degli sportelli psicologici, perché è aumentato il disagio psichico, l’ansia, la fobia tra i giovani consapevoli però che la psicologia non può risolvere tutto, perché il disagio non è individuale ma collettivo e politico, e «l’ansia è l’emozione della precarietà». Hanno iniziato una ricerca-considerazione sulle condizioni di vita degli studenti e delle studentesse fuori e dentro la scuola. Della vita scolastica lamentano la mancanza di dialogo con gli insegnanti, sostituito dalla meccanica procedura di verifiche somministrate a colpi di crocette, test, esercizi da compiere in solitudine, senza alcun confronto e, per di più, sentendosi strettamente sorvegliati nel timore che copino, vecchia fobia che tormenta innanzi tutto i docenti, che potrebbero invece far lezione su come si usano, citano e interpretano criticamente le fonti. Lamentano di sentirsi giudicati come fossero “pezzi” da una macchina impersonale, estranea e lontana da ogni dialogo educativo. Si oppongono all’affrettata misura del Ministro dell’istruzione che reintroduce gli scritti all’esame di maturità. Di per sé, dicono, gli scritti alla Maturità sono una cosa giusta, ma ingiusta quest’anno, dopo due anni di frequenza “pandemica” e di Dad che hanno destrutturato il normale processo formativo. Gli immaturi sono quelli che lo ripropongono in questa situazione, senza confrontarsi con il mondo della scuola.

Sono consapevoli che il meccanismo messo in atto dalla “buona scuola” fa a pezzi anche i prof. Chiedono per loro e per il personale ATA salari più alti e la fine del precariato. Uno sguardo di comprensione della condizione dei docenti, non sempre altrettanto corrisposto. Si sa, gli insegnanti non sono mai stati dei “cuor di leone” e, pur dotati di lauree e dottorati, hanno scarsa attitudine a riflettere sulla loro condizione lavorativa, su cosa fanno, come lo fanno e perché. Potrebbero almeno cominciare a votare mozioni dei Collegi docenti e delle Rappresentanze unitarie di Istituto contro l’alternanza scuola lavoro e a sostenere e partecipare alle varie forme di protesta in atto nelle scuole.

Composizioni movimentate

L’attuale movimento si configura come una piccola galassia di movimenti in espansione che a differenza delle ultime manifestazioni di protesta, ad esempio l’Onda, nasce tra i “più piccoli”, gli studenti medi e non nelle università. L’origine è nelle scuole medie superiori romane, dove si è realizzato un coordinamento di più realtà, dai collettivi che operavano nelle scuole, all’Osa (Opposizione studentesca alternativa), fino al Fronte della Gioventù Comunista, che ha preso il nome di Lupa. Nome adottato dall’articolo del giornalista Giuseppe Di Piazza sul «Corriere della Sera del 16 dicembre»: «la mobilitazione degli studenti romani somiglia a una Lupa» (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/21_dicembre), nel quale raccontava dell’’occupazione di circa 60 istituti superiori romani in pochi mesi. Il 17 dicembre 2021, migliaia di studenti manifestavano per le strade di Roma criticando la Dad, considerata «alienante e poco inclusiva», lo stato fatiscente degli edifici, le classi “pollaio”. Oggi la Lupa chiede che i fondi del Pnrr non vengano spesi soltanto per la digitalizzazione delle scuole in senso aziendalista, ma per sostenere un’edilizia sicura. Vuole l’abolizione dell’alternanza scuola lavoro e, per gli studenti dei tecnici e professionali che desiderano un’esperienza diretta, chiedono sia garantita la sicurezza e la possibilità di scegliere le attività, perché non siano costretti a seguire progetti inutili. 

Affianca la Lupa la Rete degli Studenti medi, un’organizzazione nata nell’ottobre 2008 allo scopo di tracciare un percorso unitario degli studenti a sinistra. La Rete si oppose ai provvedimenti del Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, tra i quali il riordino dell’istruzione secondaria e partecipò insieme all’Unione degli Universitari, alle manifestazioni dell’Onda. Si è sempre proclamata indipendente dai partiti, dice di battersi per difendere e implementare i diritti degli studenti, nelle scuole, nelle città e in tutto il Paese, svolgendo una funzione di raccordo nazionale delle istanze specifiche e rappresentando un luogo di elaborazione condivisa. Siamo un sindacato studentesco dicono: contrattazione, rappresentanza e conflitto sono le parole d’ordine che guidano l’azione della Rete (https://www.retedeglistudenti.it/rete-studenti/about/). Comune, con altre organizzazioni, la richiesta di essere presenti nei tavoli in cui si decide il loro futuro. Le decisioni riguardanti il futuro della scuola non possono essere prese da «chi non la vive direttamente e risponde spesso a interessi economici e politici». Le scelte devono essere la conseguenza di un dialogo serrato con gli studenti, mediante l’istituzione di tavoli di confronto permanenti.