di Diego Giachetti*

Prendi la strada che porta lontano
Scegli la via che ti prende la mano
(Vasco Rossi, Prendi la strada, 2011)

Vasco Rossi il 7 febbraio compie settant’anni. Non vede l’ora, covid permettendo, di ripartire in tour a maggio col Vasco Live 2022 con concerti previsti a Trento, Milano, Firenze, Roma, Imola, Napoli, Bari, Ancona, Torino, Messina. Se non faccio concerti, ha detto, lo scopo della mia vita viene a mancare. Nell’attesa del tour ha pubblicato nel novembre scorso il suo diciottesimo album, Siamo qui, che giunge dopo Sono innocente del 2014, e conclude un percorso di riflessione condotto tra il 2018 e il 2019 coi brani La Verità, quella imboscata tra le nuvole ma capace di rimescolare le regole, e Se ti potessi dire, delle «malinconie, nostalgie, dei rimpianti / Per le cose che / …rifare i/ stessi errori / stesse passioni / stesse delusioni» perché è obbligatorio «vivere per amare / per sognare / per rischiare / per errore / continuamente / senza ricordo / senza rimpianto».

L’escalation

Vivere o sopravvivere? Il dilemma posto nella canzone Vivere è stato risolto da Vasco Rossi quando ha precisato di non essere un sopravvissuto, se mai un super-vissuto che ne ha passate tante, intersecando vita privata col personaggio pubblico di successo. Ha iniziato vincendo contro la noia di un paese sull’Appennino, quando ha partecipato a una delle prime radio libere, Punto Radio, per poi spostarsi a Bologna nei “famosi” e non ancora risolti anni Settanta, provato dalla “storia” impegnativa con una compagna femminista, in un rapporto di coppia fondato sulla “sincerità” e sul dialogo che s’infranse appena quei principi furono applicati. Ha attraversato gli anni Ottanta, «quelli più stupidi, ma anche i più belli e divertenti, quelli del sogno realizzato del rock in italiano», ha detto, delle canzoni sberleffo e delle provocazioni contro i perbenisti, i moralisti che «offrono buoni consigli» non potendo più «dare cattivo esempio», secondo la bella frase di De Andrè tratta da Bocca di rosa. Gli anni degli eccessi, della vita stravissuta e straviziata, per poi “mettere su” famiglia con Laura Schmidt, anche questa una scelta trasgressiva per un rocker.

È stato osservato che nella sua carriera un punto di svolta è dato dalla pubblicazione di Liberi… Liberi nel 1989, album della consapevolezza e della malinconica disillusione e insoddisfazione. Nonostante i suoi 37 anni, mentre la propaganda, a seguito della caduta del muro di Belino, prospettava un mondo di libertà, felicità e fine della storia, Vasco Rossi scopriva di non essere più il giovane irriverentemente libero dalla vita spericolata percorsa andando al massimo. Quindi si chiedeva, con tristezza dubbiosa: «Liberi … liberi, siamo noi / però liberi … da che cosa? / Chissà cos’è! / Finché eravamo giovani / era tutta un’altra cosa / … Chissà perché! / Forse eravamo stupidi / però adesso siamo … cosa?». Il tour intitolato all’album fu un successo di pubblico e di vendite: più di 900.000 copie. Da qui l’idea, poi realizzata, di passare dai palazzetti dello sport agli stadi, cioè da luoghi che ospitano in media 15.000 spettatori ad altri capaci di accoglierne 80.000. Una mossa che sul momento parve azzardata: sarebbe riuscito a riempire gli stadi? Detto, fatto e verificato in due concerti a Milano e a Roma tenutisi nel luglio del 1990. Sorprendentemente, un artista rocker italiano superava per pubblico e biglietti venduti le icone della musica estera, registrando un tutto esaurito rispetto la capienza degli stadi, riuscendo là dove perfino Madonna e Rolling Stone avevano fallito in quella stessa stagione.

Un successo che finalmente arrivava, inseguito con determinazione negli anni Ottanta, per crescere con progressione geometrica negli anni Novanta e seguenti, interrotto momentaneamente dall’imprevista malattia che lo colse sul palco nel corso della tournée dell’estate 2011 obbligandolo a interrompere tutti i concerti previsti. Guarito, la ripresa venne con Modena Park nel giugno 2017, un concerto con più di 220 mila persone per celebrare i quarant’anni dal debutto del 1977, quando incise il primo disco con due testi Jenny e Silvia, seguito l’anno dopo dal primo album Ma cosa vuoi che sia una canzone. Il luogo del concerto, Modena Park, richiamava un passo della canzone Colpa d’Alfredo, quello dove la ragazza si rivolge al protagonista chiedendogli se può accompagnarla a casa: «Abito fuori Modena, Modena park»; e lui risponde: «Ti porterei anche in America / Ho comperato la macchina apposta!». È stato calcolato che nell’organizzazione dei suoi megaconcerti lavorano circa 1.800 persone. Nel 2019 altri sei concerti all’insegna del gigantismo e della tecnologia di ultima generazione hanno attratto migliaia di spettatori. Un bel traguardo per chi era partito dall’ultimo posto al Festival di Sanremo del 1982 con Vado al massimo.

Nel frattempo, nel 2005 ha ricevuto la laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione, conferitagli dal Rettore dell’Università IULM di Milano per i meriti acquisiti da un artista che, secondo il discorso di lode del prof. Marco Santagata, ordinario di Letteratura italiana presso l’Università degli studi di Pisa, «non è immobile, fissato per sempre nell’immagine che ha dato di sé negli anni ’80, ma non sono cambiati né il tono, pessimista e doloroso, né la sostanza, creaturale, delle cose che dice. Il successo e la maturità non lo hanno intaccato. L’io debole della giovinezza, quello imprigionato nei suoi amori fallimentari, nella sua ribellione senza oggetto, nell’insoddisfazione per la vita, è rimasto debole anche dopo l’arrivo della maturità e del successo» che lo ha condotto a vivere tra Zocca e Los Angeles. Poco amante dei salotti mediatici non piace a certi “intelligenti sofisticati e radical chic”, neppure alla critica critica, ma ha avuto e ha un successo enorme, duraturo nel tempo, conficcato ormai in più generazioni, un popolo di fasce d’età diverse che affolla i suoi concerti mettendo assieme nonne e nonni, coi loro figli e nipoti.

Siamo quindi esistiamo

L’ultimo album, Siamo qui, raccoglie dieci storie diverse aventi per tema l’odierna condizione umana che non pensa all’essere ma all’avere inserita nelle contraddizioni che agitano la società e il vivere. Difatti l’apertura è perentoria: «Siamo qui, pieni di guai … soli e delusi», costretti a vivere nella società dell’apparenza, a nascondere quello che siamo dietro quello che abbiamo. Presi dal vortice dell’incomunicabilità di fronte al quale tanto vale arrendersi perché non si può né serve discutere (XI Comandamento), coi nuovi populisti, con i “credenti” nelle fake news, coi toni divisivi e pericolosi di certi politici. Vede attorno a sé malessere e rabbia, guerre fra poveri, disperazione e qualcuno che cavalca la paura della gente, la alimenta.

Per fortuna ancora resiste e regge l’amore, quell’impulso che consente l’instaurarsi di una relazione con l’altr* rispetto al sé, superando la distanza tra due soggetti distinti. Le relazioni sociali e tra queste quelle personali e intime sono vita che scorre condensandosi in forme specifiche: «Si fa con le mani / si fa con il cuore / si fa come si vuole» (L’Amore L’Amore). È ciò che rimane nella relazione con l’altr* dopo aver constato di non aver fatto pace con se stessi, di non aver cambiato e rimesso a nuovo il mondo (Ho ritrovato te). Un “siamo” che identifica strati generazionali diversi per età, condizione sociale, che compongono il grande pubblico di Vasco. C’è un “tanto” di Vasco in tre generazioni, a cominciare da quella allora giovane degli anni Settanta del Novecento, della ribellione e delle lotte per la libertà, dell’illusione di cambiare il mondo. La storia di una generazione che, d’improvviso, si trovò senza più santi né eroi, disincantata, ma ancora tutta tesa a vivere senza tempi morti, andando al massimo, euforici come le bollicine della coca-cola, nella vita spericolata.

Vasco ha cantato la solitudine, prima quella generazionale di Siamo solo noi, poi la solitudine del cittadino globale, immerso nella società fluida, ridotto a individuo (Siamo soli), costretto a vivere una vita dovuta al caso, non donata né eterodiretta da alcuno. Ciononostante, ancora ci riconosciamo e questo ci consola e ci fa sentire meno soli, per cui col suo essenziale messaggio “siamo qui” vuole incitarci a non arrenderci a partire dalla constatazione primaria che esistiamo e tutto può succedere.

Le canzoni sono una sorta di autobiografia esemplare e rappresentativa della sua esperienza di vita, condivisibile con miglia e migliaia di fans. «Volete sapere tutto di me? ascoltate le mie canzoni», questo il consiglio che sempre ha elargito a chi voleva intromettersi nella sua vita privata. Il suo è sempre un raccontare che parte dall’“esistenza” più che dalla “coscienza”. Scelte, amori, ripensamenti, grandi domande circa il senso del vivere, insomma, tutto ciò che è esistenza, intesa come esperienza obbligatoria, che viene prima della coscienza. La coscienza porta consapevolezza, ma anche disillusione, incertezza, difficoltà e solitudine. Siamo prigionieri di una vita capitataci addosso, che procede impetuosa, secondo le sue leggi naturali, che si rinnova ogni giorno, e non puoi far altro che accettarla e viverla secondo un principio di responsabilità che è tutto e solo del soggetto. Una vita spoglia di potenze superiori, siano esse divinità, metafisici spiriti assoluti o forti ideologie, di fronte alla quale l’alternativa è semplice e secca: Vivere o niente (2011).

La vita come costruzione casuale di percorsi che, nel suo caso, hanno coinciso fortunatamente con quello che desiderava fare. Non il ragionier Rossi dietro lo sportello bancario, come sembrava destinato visto il diploma in ragioneria, ma il rockettaro dalla vita spericolata, intesa come partecipazione piena, accelerata a un’esperienza che ha sempre avuto toni e modalità esistenziali. Personaggio polivalente, capace di mantenere i contatti con più “generazioni di sconvolti”, egli ci sorprende sempre e ancora per la freschezza delle sue dichiarazioni, spesso contro corrente, contro il senso comune e le banalità “filosofiche” del momento, nel tentativo di andare oltre, di dare espressione e descrizione a un procedere della vita che avanza con la forza della natura e che, solo dopo, cerca disperatamente di trovare un senso, per approdare spesso alla consapevolezza che un senso la vita non ce l’ha.

Alla ricerca del senso perduto

La fine delle ideologie, di cui si parla sovente a sproposito, è un problema che ci riguarda perché ha a che fare con la domanda, sempre ricorrente, sul senso della nostra vita, delle cose che facciamo e per le quali ci piacerebbe che avessero un fine, uno scopo, un significato, che travalichi l’atto del fare, capace di dare senso alle azioni. Che questo sia un tema centrale in Vasco Rossi è dimostrato da molteplici sue affermazioni che richiamano il crudo realismo leopardiano e l’incessante ricerca foscoliana di una motivazione dell’esistenza. Se, da un lato, la vita gli appare un’esigenza della natura, un fatto che accade e non c’è niente da capire o da fare, dall’altro insiste, nel vuoto di prospettiva, a voler caparbiamente dare un senso a questa «vita, storia, voglia, situazione, condizione, cose».

La vita intesa come esperienza del vivere è una condizione sufficiente all’esistenza dell’uomo e della donna? Oppure l’esperienza da sola non basta e l’animo tende a vivere l’esistenza dando un senso all’esistere? Questo è il grande dilemma che Vasco Rossi affronta nell’apposita canzone intitolata Un senso del suo cd Buoni o cattivi del 2004. Fedele al suo ruolo e al suo credo, egli non ha una risposta messianica, chiara e definitiva perché non è «un profeta, sono un uomo con tanti dubbi e fragilità» (La Stampa, 31 marzo 2004). Dubbi e fragilità che scatenano una ricerca e un bisogno di sapere che va direttamente all’essenza ultima della vita, cioè il suo significato perché la volontà dettata da una forza naturale istintuale vuole assolutamente trovare un senso a tutto quello che accade e si fa, fin nei più piccoli dettagli. Ma la ragione, disillusa e stanca, resa un po’ cinica e disperata dal susseguirsi degli eventi novecenteschi e dal pessimo esordio del nuovo secolo, spinge a una risposta disincantata e triste: «Voglio trovare un senso a tante cose / anche se tante cose un senso non ce l’ha».

È un attento osservatore, descrittore e interprete di quelle che sono le sottostrutture primordiali del vivere, i sentimenti, le relazioni, le emozioni, le speranze e le delusioni, che condizionano l’agire umano nella sua quotidianità e affannano la vita delle persone a prescindere dalla collocazione politica o ideale. Non si tiene fuori dalla mischia politica, la osserva con disincanto e vi partecipa con il suo impegno nelle battaglie civili e di civiltà. Fin dagli esordi ha rifiutato di essere il cantautore della denuncia sociale, della protesta politica, quello che indica la via e crea coscienza, per descrivere e raccontare le storie delle persone, orfane delle ideologie, delle grandi narrazioni, scagliate, loro malgrado, nella vita. Scelte, amori, ripensamenti, grandi domande circa il senso del vivere, insomma, tutto ciò che è esistenza o “resistenza”, intesa come esperienza obbligatoria, trova espressione nel suo essere più un provocautore che un cantautore.

Scrive canzoni per divertimento, per gioco, dice, ma è un gioco d’analisi, non si dimentichi che voleva diventare psicanalista, si era iscritto all’Università di Bologna negli anni dei movimenti giovanili di protesta. Studi interrotti per intraprendere la carriera di cantante, nella ferma convinzione che il rock fosse declinabile anche nella zuccherosa lingua italiana. Più anarchico e più indiano metropolitano, dell’ala creativa del movimento, che militante politico tutto d’un pezzo, si iscriverà difatti al Partito radicale di Marco Pannella. Il suo dirsi anarchico fu la reazione al troppo ideologismo politico e militante che gli si paventò davanti nella forma delle organizzazioni extraparlamentari di sinistra. Scopre allora e ancora oggi rivendica il suo voler essere libero, privo di costrizione esterne, imposte dalla morale o dal proprio ruolo, sottoposto solo alle regole che lui stesso si dà.

Dietro il suo lungo percorso espressivo stanno letture impegnative, come lui stesso ha dichiarato, di filosofi e letterati; poi, per capacità tutta sua, riduce e ricuce i pensieri complessi in forme linguistiche essenziali: sa rendere digeribili Lacan e Heidegger, ha scritto Mirella Venegoni su La Stampa del 14 ottobre 2021. Già Vita spericolata richiamava il vivere pericolosamente, senza paura e lottare per realizzare i propri desideri secondo Nietzsche, come ha messo in luce il giovane Nicholas Parolini, nella sua tesina di maturità ripresa sul sito ufficiale di Vasco Rossi. Una lunga e non conclusa ricerca, mossa dal bisogno di rimandare e sfuggire all’amara verità della vita come frutto di fattori casuali, che scorre per moto proprio: «niente dura, niente dura / questo lo sai / però non ti ci abitui mai … chissà perché». Non sono domande da poco, hanno tormentato pagine e pagine di scritti filosofici e non solo, Spinosa, Schopenhauer, Jung, ma cantate da Vasco scorrono leggere, dritte all’inconscio prima di giungere al pieno della nostra coscienza, perché sa trovare la frase giusta, quella che arriva all’improvviso, prima ancora della spiegazione logica che richiede un lungo giro di parole. Concetti e metafisiche che nei suoi testi si “asciugano” all’essenzialità. Favorisce questo processo interpretativo e comunicativo la musica rock, perché «è un linguaggio estremo, estremamente violento e provocatorio … è uno stile di vita», ha lasciato detto a La stampa il 6 giugno 2004.

*articolo apparso sul sito volerelaluna.it. Diego Giachetti storico e militante rivoluzionario vive a Torino