di Gianni Sartori


Sempre più spesso ci tocca dover leggere interpretazioni e ricostruzioni artefatte, mistificanti (quantomeno superficiali, in qualche caso semplicemente false) sugli anni 60-70-80….
Vabbè, abbiamo perso e la Storia la riscrivono i vincitori, ma almeno siate plausibili.
O forse mistificare, stravolgere, infamare…serve ancora per esorcizzare la “grande paura” delle classi dominanti nei confronti di un possibile ritorno delle rivolte popolari? Il guaio è che a furia di insistere su alcune falsità queste diventano moneta corrente, luoghi comuni e le ritrovi anche dove non te lo aspetteresti. Qualche esempio alla rinfusa (ma volendo l’elenco sarebbe lunghissimo). Tempo fa, rievocando su La Repubblica i funerali di Pino Rauti, Alessandra Longo (in genere osservatrice intelligente e preparata) definiva il fondatore di Ordine Nuovo un esponente del “fascismo di sinistra, anticapitalista e antimperialista”. Delirante direi. In che cosa sarebbe stato “antimperialista” questo ammiratore dell’OAS? Antimperialisti i neofascisti che si arruolarono nell’esercito sudafricano per combattere la resistenza indipendentista della SWAPO in Namibia? O quelli che in Libano collaboravano con la Falange maronita?
“Antimperialista” anche Concutelli che in Angola divenne il vice del collaborazionista Jonas Savimbi, uomo della CIA (o almeno questo è quanto raccontava lui, mentre per il Caccola non ci sarebbe mai arrivato fisicamente), dopo aver fornito manovalanza alle squadre della morte antibasche in Spagna (con Rognoni, Delle Chiaie e Guerin Serac, come ha ricordato il giudice Salvini nella sentenza per la strage di piazza Fontana)? E poi, perché avvallare, sempre su La Repubblica, la favola di un Ordine Nuovo “anticapitalista”? Forse per il coinvolgimento per gli attentati nelle banche? Ma per favore!
Incomprensibile poi che Rauti venga definito “il Gramsci di destra” (!?!). Forse per aver denominato la sua organizzazione “Ordine Nuovo” come il giornale del comunista sardo-torinese vittima del fascismo?
Ma Gramsci pensava ad una nuova forma di organizzazione sociale che doveva sorgere dai consigli operai (“soviettista”, consiliare) mentre per Rauti era la versione italica dell’Ordre Nouveau francese che si ispirava all’Ordine Nero delle SS (nel senso di confraternita, gruppo chiuso dell’aristocrazia guerriera dominante, come i cavalieri teutonici).
Gli unici tentativi (comunque taroccati) di “gramscismo di destra”, che io sappia, sono quelli del francese De Benoist e forse del Tarchi che fu redattore della “Voce della Fogna” e tra gli ideatori dei campi Hobbit.
In termini di “grande confusione sotto il cielo” (ma la situazione in questi frangenti è pessima) vorrei citare – si parva licet – anche una vecchia intervista (apparsa sul settimanale diocesano vicentino) ad Achille Serra da cui si ricava che l’inizio degli “anni di piombo” (termine abusato preso in prestito dalla Germania e inizialmente utilizzato per definire il biennio 1977-1978 e comunque più il clima irrespirabile, cupo che il piombo delle armi)) risalirebbe addirittura al novembre del 1969 e alla morte dell’agente Annarumma “morto in uno scontro tra la polizia e gli anarchici” davanti al Lirico di Milano. A parte che Annarumma (è una delle ipotesi)  potrebbe essere rimasto vittima di uno scontro tra gipponi impegnati nei famosi “caroselli” (come sembrerebbe da un video visto in Francia, ma censurato dalla Rai, un metodo che costò la vita negli anni sessanta all’Ardizzone e nel 1975 a Giannino Zibecchi, per citarne un paio) resta il fatto che in quel momento sul luogo si trovavano gli operai metalmeccanici dei tre sindacati confederali che uscivano dal Lirico (il comizio era appena  terminato)  e un piccolo corteo di maoisti in transito (tanto per la precisione). Non c’erano né scontri, né altro, solo un certo intasamento che si cercò di forzare con le cariche e i “caroselli”. Inopportunamente con il senno di poi. Certo, far iniziare gli “anni di piombo” venti giorni prima della strage di Stato a Piazza Fontana (e almeno sei o sette anni prima di quelli realmente e storicamente definibili come tali) permette di annacquare il tutto, stendere un velo sulla strategia della tensione e sul ruolo di manovalanza svolto dai fascisti, alzare una cortina fumogena indistinta sulla “violenza” e nascondere le responsabilità di apparati più o meno occulti in quelli che caso mai si dovrebbero chiamare “anni del tritolo” (vedi, oltre al 12 dicembre, le stragi di Brescia e dell’Italicus nel 1974). Fermo restando che all’epoca un piombo di ben altra provenienza aveva già fatto le sue vittime tra i manifestanti (Avola e Battipaglia, fine 1968-inizi 1969) nel solco di una tradizione ben consolidata.
Ricordo che all’epoca, giovanissimo, avevo anche distribuito il dossier ciclostilato della FGCI vicentina che enumerava l’uccisione di oltre un centinaio di manifestanti dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta. Se non ricordo male, perfino i sindacati confederali chiedevano il disarmo della polizia!
Altro esempio di blando “revisionismo” (stavolta ritengo del tutto inconsapevole) dove non me lo sarei mai aspettato, su “A, Rivista anarchica”. Parlando della autobiografia, uscita pochi mesi prima, del fondatore di Avanguardia Nazionale (dove questo collaboratore storico dei regimi fascisti di mezzo mondo si sforzava di paludarsi con un’immagine da “rivoluzionario tercerista”, quasi un montonero) l’autore della recensione lamentava che Stefano Delle Chiaie non avesse ben chiarito quali fossero le sue attività nei periodi trascorsi in Spagna e in Bolivia. Beata ingenuità! Mai sentito parlare della consistente presenza di neofascisti italiani nelle squadre della morte contro i rifugiati baschi? E della mitraglietta Ingram già in dotazione alla Guardia Civil (”sottratta” a Delle Chiaie, nella versione di Concutelli) e poi utilizzata per assassinare il giudice Occorsio? O delle foto che ritraggono il “caccola” con altri neofascisti italiani al raduno di Monte Jurra (Jurramendi in euskara) dove vennero assassinati alcuni esponenti della componente democratica dei Carlisti? Quanto alla Bolivia, è noto che Delle Chiaie fornì le sue competenze al regime golpista e torturatore.
Nel libro (con il titolo “L’aquila e il condor” preso letteralmente in prestito da un noto testo iniziatico di sciamanesimo; forse era più indicato “L’avvoltoio e la iena” con tutto il rispetto per i due simpatici necrofagi) viene pubblicato un esempio da manuale di “intossicazione e propaganda”. Un volantino per il Primo maggio dove si strumentalizzano perfino i Martiri di Chicago (anarchici, condannati a morte del tutto innocenti) per dare un’immagine “sociale” e antimperialista della giunta militare.
Forse, oltre al classico “La strage di Stato” (per quanto da aggiornare in base alle nuove informazioni che il compianto Edgardo Pellegrini all’epoca non poteva certo scovare) andrebbero riletti almeno “La destra radicale” (a cura di Franco Ferraresi, Feltrinelli ed.) e il libro di Stuart Christie “Stefano Delle Chiaie, portrait of a black terrorist”, black papers n.1, Anarchy magazine/refract publitions, London 1984. Non c’è tutto, ma quanto basta per farsi un’opinione. Una boccata di aria fresca dopo le ambigue rivalutazioni del neofascismo operate dai giovani epigoni di Giampaolo Pansa.
Gianni Sartori