di Gianni Sartori

Nel Bashur (Kurdistan del Sud, nord dell’Iraq) da circa una settimana si assiste all’intensificarsi delle attività dell’esercito iracheno. In particolare nella regione autonoma yazida di Shengal (Sinjar). E questo fatalmente rimescola l’animosità e alimenta le tensioni.
Il 18 gennaio Rukun Djabar, comandante delle truppe di Ninive occidentale, ha richiesto alle unità Ezidxan Asayish di abbandonare le loro postazioni nel distretto di Sinune. In caso contrario, ha minacciato, i militari iracheni agiranno con la forza.
Non è da oggi che il governo iracheno in combutta con il PDK di Barzani (e presumibilmente in accordo con la Turchia che interviene anche direttamente bombardando) tenta di esautorare l’auto-amministrazione della regione di Shengal.
Infatti la richiesta di questi giorni si giustifica e deriva direttamente dagli accordi del 9 ottobre 2020 tra il PDK e il governo iracheno.
Obiettivo principale, le forze di autodifesa Ezidxan Asayish. Appare evidente che sia il PDK che la Turchia e il governo iracheno vorrebbero vedere smobilitate.
Immediata la risposta dell’amministrazione autonoma all’ultimatum iracheno: la popolazione è stata chiamata alla vigilanza e alla mobilitazione.
Come già detto nel contenzioso su Shengal la Turchia è intervenuta militarmente anche in tempi recenti.
Il 17 agosto 2021 bombardando perfino un ospedale – per quattro volte di seguito – e provocando il decesso di otto persone e il ferimento di altre. Un ospedale scampato miracolosamente alle distruzioni operate dall’Isis nel 2014 e dove, va detto, vengono ricoverati non solo yazidi, ma anche arabi e cristiani. Tra cui molte donne con i loro bambini. Ufficialmente si voleva colpire i combattenti feriti delle Unità di resistenza di Shengal (YBS) che qui venivano curati.
Solo 24 ore prima i droni di Ankara avevano già colpito nei pressi del vecchio mercato di Shengal uccidendo il comandante Seid Hesen e un altro combattente delle YBS, Isa Xwededa. Se pur seriamente feriti, erano invece scampati alla morte altri tre yazidi: Medya Qasim Simo, Şamir Abbas Berces e Mirza Ali.
Non può lasciare indifferenti che mentre tratta amabilmente (anche a spese degli altri curdi e della comunità yazida in particolare) sia con il governo centrale che con quello di Ankara, il PDK non riesca a gestire adeguatamente la crisi economica. Al punto di non poter nemmeno corrispondere adeguati stipendi (al momento come minimo sarebbero stati dimezzati) a funzionari e peshmerga. Per non parlare della disoccupazione in crescita esponenziale. Ultimamente alle manifestazioni organizzate da poliziotti e insegnanti si sono uniti molti studenti che protestavano, oltre che per le mancate borse di studio, per la carenza di servizi pubblici e la scarsità di gas e carburante.
In compenso affaristi e imprenditori filogovernativi (soprattutto, ovviamente, le società per azioni in mano alla famiglia Barzani) vedono i loro già consistenti patrimoni aumentare vertiginosamente. Un rapporto dell’anno scorso pubblicato da Bwar News aveva ben documentato il grado di corruzione raggiunto da alcuni esponenti di tale clan. Al momento della nomina a Primo ministro del KRG (Governo regionale del Kurdistan) di Masour Barzani, molti terreni intorno a Hewlêr (Erbil) venivano acquistati dall’impresa commerciale Lalav Group per realizzarvi vasti progetti abitativi. Un’ampia opera di speculazione gestita da Hecî Çolî di Duhok e su cui pare venisse imposto il silenzio stampa.
Godendo del favore del PDK, il gruppo Lalav avrebbe proseguito nell’opera di appropriazione – non sempre in maniera del tutto limpida e trasparente – di progetti rimasti incompiuti e di altri semplicemente abusivi. Costruendo e cementificando senza alcun criterio urbanistico e rispetto per l’ambiente.
Tra i progetti in via di realizzazione e su cui aleggia il sospetto di abusivismo, corruzione e speculazione, vanno ricordati quello di Dika Viyo (20mila metri quadrati “donati” all’impresa commerciale dal ministero dell’Urbanistica); il progetto di Var Park (circa tremila appartamenti) che dipenderebbe direttamente dall’ufficio politico del PDK; l’aeroporto di Lavav; il progetto denominato Lavav Babylon, concepito come la “più grande area commerciale del Medio-Oriente”su oltre 600 ettari di terreno; Vinos Tawer (oltre 1200 appartamenti); Lavav Star, un quartiere in prossimità dell’area ministeriale a cinque chilometri dall’aeroporto di Hewlêr e dal parco Samî Evdirehman (prezzo al metro quadro sui 1500 dollari).
Sempre l’anno scorso (grazie al giornalista investigativo Zack kopplin) era emerso un altro fatto scandaloso. L’acquisto (non del tutto limpido) da parte del solito clan Barzani di proprietà immobiliari a Miami e Beverly Hills. Uno sfregio per le crescenti ristrettezze in cui versano un sempre maggior numero di curdi in Bashur.
Altra questione vergognosa che si è trascinata per mesi, quella della mancata restituzione alle famiglie dei corpi di alcuni combattenti curdi del PKK uccisi in un’imboscata operata dai peshmerga del PDK. In particolare di Tolhildan Raman e Serdem Cudi, originari del Rojava. Nell’agosto dell’anno scorso cinque guerriglieri erano stati uccisi (e diversi altri feriti) nella regione di Khalifan (Bashur, nord dell’Iraq). Una vile aggressione che con tutta evidenza avveniva in sintonia con gli attacchi di Ankara contro le postazioni del PKK.
In questo senso era stato estremamente esplicito un comunicato di TEV-DEM (Movimento per una società democratica). Commentando il fatto aveva denunciato come “lo Stato turco vada commettendo numerosi crimini contro la popolazione del Sud-Kurdistan in cooperazione con il PDK”.


Gianni Sartori