di Gianni Sartori


Stando alle dichiarazioni di İbrahim Şêxo, portavoce dell’Organizzazione dei Diritti umani di Afrin (ODHA) “dall’inizio dell’anno 2022 (ossia in nemmeno tre settimane nda) le truppe di occupazione turche hanno già sequestrato almeno 25 civili” nel cantone del Nord della Siria occupato militarmente da Ankara nel 2018.
Per non parlare di un migliaio di piante di ulivo abbattute e dei due siti archeologici danneggiati.
Molte delle “brillanti” operazioni sarebbero opera della brigata Sultan Suleiman Shah (conosciuta anche come al-Amshat) sotto la supervisione del MIT (i servizi turchi di intelligence).
Dall’inizio dell’occupazione del Nord della Siria le persone sequestrate dalla Turchia si contano ormai a migliaia. Nella sostanziale indifferenza, nel complice silenzio, dell’opinione pubblica internazionale.
Un regime di terrore costellato di esecuzioni extragiudiziali, saccheggi, torture e appunto sequestri di persona che costringono un sempre maggior numero di abitanti a lasciare la regione.
Sempre in base ai dati forniti da ODHA, in questi ultimi quattro anni – e soltanto nel cantone di Afrin – l’esercito di Ankara e i suoi ascari avrebbero ucciso oltre 700 civili. Sequestrandone almeno 8.500 (e della metà di questi, non si conosce ancora la sorte). Inoltre circa 70 donne sono state violentate e più di 300mila persone scacciate dalle loro abitazioni. Ovviamente i dati sono solo approssimativi , ma per difetto.
E questo – appare scontato – non accade solo in Afrin.
In un rastrellamento notturno del 16 gennaio, circa 150 persone (quasi tutti civili) sono state prelevate dai soldati turchi (supportati, come quasi sempre, dai mercenari jihadisti di al-Amshat) a Girê Spî (Tall Abyad, sempre nel Nord della Siria) occupata dall’ottobre del 2019.
Al momento i civili rastrellati sono ancora rinchiusi nei centri per gli interrogatori allestiti dalle forze di occupazione e si teme per i trattamenti a cui potrebbero essere sottoposti. In particolare quest’ultimo raid era rivolto contro il villaggio di Doxaniyê e avrebbe coinvolto anche un piccolo gruppo di ex mercenari filoturchi. Costoro, dopo essere stati disarmati, sarebbero già stati portati oltre confine, in Turchia. La loro colpa? Aver protestato per i mancati pagamenti del loro operato a favore di Ankara.

Quasi una “chiamata in correità” che conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – come provengano dalla Turchia i finanziamenti per le gang jihadiste che stanno devastando il Nord della Siria.

Gianni Sartori