CINAKAZAKISTANNUOVE VIE DELLA SETA

Le proteste scoppiate (e represse) in Kazakistan confermano l’aumento dell’instabilità lungo i confini occidentali della Repubblica Popolare Cinese. Instabilità sul fronte terrestre che, se protratta, potrebbe quantomeno disturbare il tentativo del fu Impero del Centro di concentrarsi sul complesso processo di trasformazione in potenza marittima e sulla partita con gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico.


Il Kazakistan non è solamente ricco di risorse energetiche, come uranio, petrolio e gas naturale. Agli occhi cinesi è soprattutto il perno geografico dell’Asia Centrale. L’ex repubblica sovietica confina per quasi 1.800 chilometri con la Cina. Ospita circa 200 mila uiguri, cioè la minoranza musulmana e turcofona contro cui è in corso la campagna di repressione nella regione cinese del Xinjiang. Inoltre è punto di transito di una delle rotte terrestri della Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta) diretta verso l’Europa. Non a caso fu ad Astana (oggi Nur-Sultan, capitale kazaka) che nel 2013 il presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping lanciò la Bri, il progetto geopolitico per accrescere la sfera d’influenza di Pechino all’estero.


Ora Xi battezza le proteste in corso in Kazakistan come “rivoluzioni colorate” alimentate da “forze esterne” (leggi Usa) e promette di aumentare la cooperazione securitaria con Nur-Sultan. Lasciando così trapelare l’atavico timore cinese che il caos attecchisca alle porte di casa e che, nella peggiore delle ipotesi, circostanze simili abbiano luogo nella stessa Repubblica Popolare.


[L’articolo prosegue dopo la carta di Laura Canali]Carta di Laura Canali – 2021


La rilevanza del dossier kazako è accresciuta dalla turbolenza del contesto regionale, dall’Afghanistan fino al Myanmar. Turbolenza che Pechino tenta di rovesciare a proprio favore rafforzando le relazioni securitarie con i paesi vicini.


La scorsa estate, il ritiro statunitense dal suolo afghano ha determinato l’ascesa al potere dei taliban e l’aumento degli attentati terroristici. Pechino ha stretto accordi con il nuovo governo di Kabul per evitare che jihadisti uiguri tornino nel Xinjiang dalla cosiddetta “tomba degli imperi”. Contestualmente il governo cinese ha promesso ai taliban il coinvolgimento del paese nel corridoio economico che collega la Repubblica Popolare al Pakistan nell’ambito delle nuove vie della seta.


Eppure nel “paese dei puri” non mancano le resistenze nei confronti della Bri. Lo scorso anno nel Balucistan pakistano si sono registrati alcuni attentati a danno di lavoratori cinesi. Ragion per cui Pechino ha deciso di potenziare le attività nel porto di Karachi oltre a quelle già avviate nello scalo marittimo di Gwadar. Quest’ultimo, in pieno territorio baluci, era stato scelto originariamente come terminale privilegiato per accedere all’Oceano Indiano aggirando lo Stretto di Malacca, controllato dagli Usa. Non è escluso che in futuro la Cina approfitti dell’instabilità interna ad Afghanistan e Pakistan per installarvi avamposti militarisimili a quelli già presenti in Tagikistan.


Più a sud la situazione è altrettanto tesa.


Pessimi sono i rapporti tra Repubblica Popolare e India, che teme l’accerchiamento cinese sul piano marittimo e terrestre. Il sanguinoso scontro avvenuto lungo la catena dell’Himalaya nel 2020 ha persuaso Delhi a rafforzare i rapporti con Washington nell’ambito del dialogo quadrilaterale di sicurezza, comprendente anche Australia e Giappone. Nel frattempo, Pechino ha rafforzato la propria presenza lungo la Linea di controllo effettiva che divide i due paesi e a ridosso del confine con il Bhutan, pedina nello scontro con Delhi.


La Cina non può sottovalutare neanche gli sviluppi interni al Myanmar. Il colpo di Stato avvenuto qui lo scorso anno ha costretto Pechino a dialogare con le Forze armate birmane per non compromettere lo sviluppo della rotta infrastrutturale tra Kunming (Yunnan) e il porto di Kyaukphyu. Il progetto aveva iniziato a prendere forma quando Aung San Suu Kyi guidava di fatto il governo di Naypyidaw. Recentemente la celebre politica birmana è stata condannata a sei anni di carcere.


La consegna di un sottomarino cinese (piuttosto datato) al Myanmar avvenuta a fine dicembre potrebbe indicare che Pechino vuole preservare l’influenza sulla giunta militare. Ed evitare che quest’ultima si avvicini troppo all’India, da cui lo scorso anno aveva acquistato un mezzo dello stesso tipo ma di fabbricazione russa.


Ora la Cina è costretta a tenere i riflettori puntati anche su quanto accade in Kazakistan. Tuttavia, tre ragioni rendono assai improbabile che la cooperazione securitaria con Nur-Sultan si traduca nell’invio di un contingente dell’Esercito popolare di liberazione sul posto.


Primo, di norma Pechino evita l’intervento militare massiccio in altri paesi se non sotto il cappello Onu. Non tanto per attenersi formalmente al cosmetico principio diplomatico della non interferenza, ma per evitare di restare invischiata in dispendiosi e lunghi conflitti fuori dai confini nazionali, come accaduto agli Usa in Afghanistan.


Secondo, a sostegno di Nur-Sultan è già intervenuta la Federazione Russa, che ha guidato l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto, comprendente anche Kazakistan, Armenia, Tagikistan, Kirghizistan e Bielorussia). Un completo ritiro dei soldati pare improbabile. Mosca ha rivendicato la propria sfera d’influenza e dimostrato che può servirsi anche del Csto per operare militarmente laddove giudica minacciati i suoi interessi in Asia Centrale.


Terzo, Pechino giudica cruciale preservare i rapporti con Mosca per respingere la tattica di contenimento americano nell’Indo-Pacifico. Di qui l’allineamento sul dossier kazako tra Xi e il presidente russo Vladimir Putin, che si incontreranno di persona in occasione delle olimpiadi invernali che si svolgeranno nella Repubblica Popolare a febbraio.


Insomma, nel breve periodo il governo cinese alzerà ulteriormente la soglia di monitoraggio lungo la frontiera in Xinjiang e probabilmente consoliderà lo scambio informativo con Nur-Sultan.


Al netto di questi sviluppi, non è escluso che nel lungo periodo vecchie e nuove crisi in Asia Centrale e Meridionale minaccino in maniera più consistente la sicurezza della Repubblica Popolare. E che quindi la costringano a interventi più robusti al di là dei propri confini terrestri. Tale scenario sarebbe ideale per Washington, poiché distrarrebbe Pechino dalla assai complessa conquista di Taiwan e dalla competizione marittima nell’Indo-Pacifico con gli Usa e i loro soci regionali.

Carta di Laura Canali – 2021

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