di Gianni Sartori

Inquietante. Non solo per il disastro culturale, sociale o semplicemente umano che si va profilando. Ma, ancor più, per la mancanza di fantasia, la protervia nell’adottare i soliti sistemi concentrazionari da parte di chi detiene il potere economico-politico. Quasi una coazione a ripetere, peraltro ben documentata, analizzata e denunciata.

Ieri in Irlanda, oggi in Kurdistan.

Questo è quanto avviene nel distretto di Sûr, centro storico della città curda di Diyarbakir: la costruzione di immobili sottoposti a considerazioni fondamentalmente securitarie, nonostante questo implichi la distruzione dei rapporti di vicinato, delle relazioni sociali e culturali. Senza alcuna considerazione per la storia, le tradizioni, la struttura preesistente nel centro storico della città, l’area su cui erano intervenute le ruspe della società pubblica TOKI (Amministrazione di sviluppo dell’edilizia sociale, quella preposta alla realizzazione di alloggi popolari ad alta intensità abitativa).

Andando a cozzare contro qualsiasi principio di buon senso urbanistico.

Come ha denunciato Selma Aslan (copresidente dell’Ordine degli architetti di Diyarbakir): “le larghe strade sono state ormai completate in modo da consentire la realizzazione di edifici pubblici (dall’inquietante aspetto di caserme o di prigioni nda) e ben sei posti di polizia”. Larghe strade che tra l’altro consentono ai mezzi militari – e all’artiglieria in particolare –  di spostarsi agevolmente. Come avvenne a Derry nel secolo scorso e prima ancora nella Parigi ottocentesca (vedi Napoleone III) con i boulevards che sostituirono la rete di vicoli, viuzze e stradine adatti per le barricate.

In precedenza il quartiere, etichettato dall’amministrazione turca come “bidonville” (del tutto a sproposito), era stato forzatamente evacuato. Secondo l’architetto le violente demolizioni e le successive ristrutturazioni non rimarranno senza conseguenze, ma saranno fonte di traumi futuri per i cittadini sottoposti.

In qualche modo questa è l’inevitabile conclusione di un processo di sistematica distruzione della città vecchia (compresi alcuni illustri palazzi storici in basalto nero completamente rasi al suolo) avviato nel corso dell’assedio a cui venne sottoposta nel 2015 e 2016.

Già nel marzo del 2016 iniziava l’opera demolitrice e successivamente la TOKI venne incaricata della – quasi altrettanto devastante – ricostruzione.

Con la realizzazione di edifici talmente incongrui rispetto alla struttura storica e alla tradizione locale da suscitare calde proteste da parte di architetti e urbanisti.

Nonostante le demolizioni, poteva almeno essere preservata – secondo Aslan –  la planimetria delle antiche vie. In realtà sembra che si sia voluto modificare in maniera irreversibile anche la demografia locale, lo stile di vita. Per esempio trasformandole in attrattiva turistica a fini esclusivamente commerciali.

Erodendo, cancellando le relazioni di vicinato.

Fermo restando che presumibilmente gran parte dei vecchi abitanti di Sûr non rientreranno nel loro quartiere di origine, ma finiranno disseminati in altre zone della città.

Oltretutto, come si diceva, l’aspetto delle nuove costruzioni ricorda quello di prigioni o di caserme. Insieme alle larghe strade realizzate sembrano proprio progettate per l’eventualità di una occupazione militare d’emergenza. Così come per rastrellamenti e perquisizioni. Senza escludere l’insediamento di collaborazionisti, militari o membri dei servizi sotto copertura (in Irlanda del Nord, alcuni appartamenti di Divis Flats e Rossville Flats abitavano addirittura membri delle SAS).

Inoltre – come denunciano gli architetti – i materiali utilizzati sono di pessima qualità e in futuro non mancheranno problemi.

E allora come non riandare – per analogia – con la memoria a quanto avveniva nei primi anni ottanta a Derry (vedi Rossville Flats dove vennero ammassati gli abitanti sfrattati del Bogside e di Creggan) o a Belfast (con la “caricatura imperialista del falansterio” denominata Divis Flats)?

Gianni Sartori