di Andrea Ferrario* 

L’attivismo sfrenato dimostrato dal Pcc nel corso dell’estate, di cui abbiamo parlato nella prima parte di questa inchiesta, va letto anche alla luce dell’eccezionale contesto economico che ha contraddistinto il paese nello stesso periodo. Non solo si è esaurita nel terzo trimestre la spinta propulsiva del rimbalzo successivo all’epidemia generalizzata di Covid-19 di inizio 2020, con la produzione industriale che il mese scorso è entrata addirittura in contrazione e i consumi che rimangono depressi, ma a settembre, dopo che a luglio e agosto si era già fatta chiara la sua probabile imminenza, è esploso il crack Evergrande, di cui hanno parlato i media di tutto il mondo. Evergrande è il terzo gruppo immobiliare cinese, e uno dei maggiori del mondo. Dopo mesi di crisi e incertezze, è emerso che non è più in grado di fare fronte ai propri impegni. Il gruppo ha un’esposizione totale di oltre 300 miliardi di dollari, tra obbligazioni e debiti nei confronti di appaltatori o fornitori, e ha un totale di 160.000 dipendenti, cifra che va moltiplicata di molto se si considera anche il suo vasto indotto. L’esposizione di Evergrande è da sola pari al 2-3% del Pil cinese, secondo le stime. Nel momento in cui scrivo, il gruppo immobiliare è ancora in bilico sull’orlo del default ufficiale grazie a qualche piccolo intervento tappabuchi e a un periodo di grazia su una tranche di debito, sebbene sia ormai chiaramente incapace di fare fronte da solo ai propri impegni e abbia sospeso gran parte delle proprie attività.

Particolarmente preoccupante per Pechino è il fatto che a ruota del crack Evergrande si sia subito evidenziata la difficoltà di altre aziende del settore e ciò fa temere un diffuso contagio: è entrato in default il gruppo Fantasia (con un’esposizione di 13 miliardi di $), Sinic e China Fortune Land sono in forti difficoltà e non sono riuscite a fare fronte a tutti i propri impegni, e chiari segni di grossi problemi sono emersi anche per Sunac. Intanto secondo i dati ufficiali nel mese di settembre, normalmente il mese top per gli acquisti di case, le vendite di nuove abitazioni sono crollate del 30%, e questo per le aziende vuol dire un drastico calo delle entrate che metterà ancora più in crisi chi ha già difficoltà, mentre già ad agosto, ultimo dato disponibile, le vendite di terreni, fondamentale fonte di finanziamento per i governi locali, risultavano in forte flessione a -17,5% anno su anno. La Banca Centrale cinese, temendo un credit crunch ha a fine settembre iniettato nel sistema ben 170 miliardi di dollari. Nel momento in cui scrivo sia il governo sia i media di regime cinesi tacciono sul futuro di Evergrande, ma tutto lascia intendere che per il gruppo immobiliare ci sarà qualche forma di salvataggio organizzato dallo stato per tentare di prevenire o almeno limitare un crack sistemico, ma probabilmente tale intervento verrà messo in atto in forma indiretta e spezzettata, coinvolgendo aziende private e amministrazioni locali, questo per evitare a livello politico di impegnare direttamente lo stato, che aveva appena un anno fa promesso di dare un taglio alla bolla immobiliare e aveva poi varato misure di limitazione dell’indebitamento delle società immobiliari che probabilmente hanno contribuito ad esasperare la crisi del credito nel settore. A rendere, se ce ne era bisogno, ancora più preoccupante il caso Evergrande è il concomitante emergere delle reali dimensioni della bancarotta di un altro gruppo con interessi in vari settori, HNA (che in passato era arrivato a detenere attivi di primissimo piano anche all’estero, come per esempio una quota della Deutsche Bank). Dopo essere entrata in fallimento a gennaio, HNA ha comunicato ufficialmente il 1° ottobre di avere 170 miliardi di dollari di debiti, molto più di quello che si pensava. Tra l’altro, i suoi creditori hanno avanzato rivendicazioni per un totale di 310 miliardi di dollari, ma il gruppo ha riconosciuto solo la summenzionata cifra. Allo stesso tempo sta procedendo l’operazione di salvataggio statale miliardario di un’altra grande holding, Huarong, le cui esatte dimensioni sono tuttavia per ora ignote.

Quello di Evergrande è il più grande crack di fatto della storia cinese moderna, e a livello globale uno dei più notevoli di questo nuovo millennio iniziato all’insegna della crisi economica, un crack che colpisce al cuore un settore come quello immobiliare cinese che è uno dei principali assi portanti dell’economia nazionale e che dal 2009 è un fondamentale fattore di traino di quella mondiale, in particolare nel campo delle materie prime. L’immobiliare cinese, insieme ai settori da esso direttamente collegati (dai mobili fino ai servizi di manutenzione dell’edilizia abitativa) è responsabile del 29% del Pil nazionale, un livello mai raggiunto in altre economie sviluppate contemporanee. Per farsi un’idea, in paesi come gli Usa, la Germania, la Francia, il Regno Unito o il Giappone, questa quota è compresa tra il 15% e un massimo del 20%. Solo la Spagna, nell’immediata vigilia della crisi del 2008, aveva raggiunto un livello di poco inferiore a quello della Cina, ma ha poi dovuto pagare un prezzo sociale ed economico altissimo per lo scoppio della bolla, e ora il suo settore immobiliare con relativo indotto è responsabile di circa il 18% del Pil. Il rapporto prezzo degli alloggi/reddito della popolazione di città cinesi come Pechino, Shanghai e Shenzhen è doppio o, a seconda dei casi, addirittura triplo o quadruplo rispetto a quello di alcune delle più costose città mondiali come Londra, Parigi, Tokyo e New York. A Shenzhen, per esempio, i prezzi medi delle abitazioni in condominio sono pari a 57 volte il reddito annuale medio. Per un raffronto, a Tokyo, al picco della bolla immobiliare giapponese nel 1990, si era arrivati a prezzi 18 volte superiori a quelli del reddito annuale medio. Ma questi prezzi vertiginosi non sono frutto di una domanda di appartamenti superiore all’offerta e la situazione è invece opposta: secondo dati citati dal Financial Times, in Cina ci sono appartamenti vuoti non venduti che nel complesso potrebbero ospitare 90 milioni di persone, più della popolazione dell’intera Germania. Inoltre, secondo altri dati riportati dallo stesso quotidiano, quasi il 90% per cento degli acquisti di nuove abitazioni viene effettuato da persone che sono già proprietarie di una o addirittura due case. Questo vuol dire che si tratta di pura speculazione. Non sorprende quindi il dato secondo cui gli immobili abitativi costituiscono nel loro complesso il 78% di tutti gli attivi della Cina, rispetto al 35% negli Usa.

Il settore immobiliare ha ramificazioni fondamentali nell’intera economia cinese, e non solo cinese. Per comprendere quelli che potrebbero essere gli effetti in Cina di un drastico sgonfiarsi della sua bolla, bisogna tenere presente che è strettamente collegato al sistema bancario e a quello dello shadow banking (la finanza ombra), ai bilanci delle amministrazioni locali e ai risparmi dei nuclei familiari. A fine 2020, il 41% degli attivi delle banche era collegato al settore immobiliare e il sistema bancario ha prestiti in corso verso costruttori e acquirenti di case per un totale di 7,9 trilioni di dollari. Un grande ruolo nel settore edilizio lo svolge tuttavia anche il settore della finanza ombra, che fornisce prestiti chiedendo meno garanzie, ma applicando tassi più alti. Dal 2018 le autorità di Pechino sono riuscite ad arginare la crescita della finanza ombra, ma gli attivi complessivi di quest’ultima sono pari, comunque, al 50% del Pil nazionale. I governi locali, da parte loro, dipendono dal settore immobiliare perché si finanziano principalmente tramite la vendita di terreni agli speculatori edilizi. È un’eredità del grande piano di stimolo dell’economia varato nel 2009 di fronte alla crisi mondiale che rischiava di mandare a picco anche la Cina. Il pacchetto di stimolo del 2009 ammontava a 586 miliardi di dollari, ed era incentrato per tre quarti su progetti infrastrutturali, ma il governo centrale copriva solo il 30% del costo di tali progetti, il resto doveva essere investito dai governi locali, che avendo una bassa raccolta fiscale e drastici limiti all’indebitamento diretto, hanno cominciato a finanziarsi vendendo terreni e speculando attraverso apposite società veicolo fittizie. Il risultato è che i governi locali sono diventati pienamente parte della gigantesca bolla finanziaria. Oggi sono responsabili dell’89% della spesa pubblica totale e finanziano il 40% dei propri bilanci vendendo terreni. E’ evidente che una brusca frenata del settore immobiliare, e un eventuale calo dei prezzi dei terreni, trascinerebbe con sé anche le finanze dei governi locali e l’economia nazionale nel suo complesso. Anche il risparmio dei nuclei familiari è strettamente legato all’immobiliare, visto che secondo le statistiche, gli immobili rappresentano il 40% del loro patrimonio. Inoltre, il debito totale dei nuclei familiari, che a fine 2020 ha raggiunto il 150% del loro reddito disponibile, è costituito in larga misura da mutui per la casa ed è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni.  Anche nel loro caso gli effetti della crisi immobiliare sono potenzialmente devastanti e le loro difficoltà si tradurrebbero automaticamente in un calo dei consumi, già in rallentamento. Infine, il settore immobiliare cinese ha importanti riflessi anche a livello internazionale. Infatti è responsabile direttamente del 20% dei consumi mondiali di acciaio, del 20% di quelli di rame, del 9% di quelli di alluminio e di altre percentuali di tutto rispetto dei consumi internazionali di materie prime come nickel, zinco e altre ancora. La sua crisi potrebbe avere quindi riflessi molto importanti sulle economie di paesi grandi fornitori di materie prime che vanno dall’Australia fino al Brasile. Si tratta di paesi in molti casi dal forte indebitamento estero e dalle fragili valute nazionali, le cui eventuali forti difficoltà si trasmetterebbero immediatamente al sistema bancario e finanziario mondiale, che ne ha fatto l’oggetto di ingenti investimenti alla ricerca di rendite più alte che sui mercati occidentali a fronte del maggiore rischio che tali paesi comportano.

Se la crisi di Evergrande va messa nel contesto del settore immobiliare complessivo per coglierne pienamente le dimensioni, quella potenziale di quest’ultimo va messa nel contesto della più ampia bolla generale del debito in Cina. Il debito totale cinese (imprese + nuclei familiari + debito pubblico) ha raggiunto a inizio 2021 un livello del 335% del Pil, confermando così la propria crescita inarrestabile, la cui rapidità non trova uguali nella storia mondiale recente. A crescere è soprattutto il debito privato di imprese e nuclei familiari, che dalla crisi del 2008 è balzato in totale dal circa il 160% del Pil al 260% di oggi, ed è stato responsabile dei due terzi dell’aumento dello stesso indicatore a livello mondiale. Per fare un raffronto, a fine 2020 in Cina il debito delle imprese era pari al 160% del Pil, mentre negli Usa era esattamente la metà, all’80%. Il debito contratto dalle aziende cinesi è sempre più improduttivo e per contenere il rallentare della crescita le aziende e le amministrazioni locali con i loro veicoli di investimento devono continuare a indebitarsi.

Nonostante da un paio di decenni Pechino punti a un’economia nazionale meno trainata dagli investimenti, che generano debito, e più dai consumi, la situazione non solo non cambia, ma peggiora. Tra il 2010 e il 2019 gli investimenti in attività fisse sono stati pari al 43% del Pil, un livello che non ha analoghi nelle economie concorrenti di quella cinese e che è cresciuto di 5 punti percentuali rispetto al decennio precedente. I consumi rimangono invece da circa un decennio depressi di poco sotto il 40% del Pil e dopo il breve rimbalzo post-crisi del Covid 2020 sono di nuovo in sensibile rallentamento. Anche in questo caso, il dato non trova analoghi nelle altre grandi economie, tutte con livelli dei consumi di gran lunga superiori. I vertici cinesi non riescono a uscire da questa situazione: ogni concreto tentativo di correggerla, per quanto lieve, come dimostra il caso della recente adozione nel gennaio 2021 di limiti all’indebitamento delle società immobiliari, genera situazioni di crisi e in alcuni casi spinge addirittura sull’orlo del baratro. E ogni volta si assiste a un’inversione di marcia, sostanziale o totale. Qualcuno potrebbe osservare che in Cina non ci sono solo immobili, infrastrutture sottoutilizzate o industrie poco produttive e super indebitate, ma anche un importante settore tecnologico innovativo e in crescita. È vero, il settore tecnologico inteso in senso ampio è responsabile oggi del 40% del Pil cinese, ma è un settore che vive da sempre di sussidi e non riesce a reggersi autonomamente. I recenti default e successivi salvataggi di attori di punta come Tsinghua, così come gli insuccessi nel settore fondamentale dei circuiti integrati e i miliardi spesi in progetti andati a vuoto sono a tale proposito eloquenti. A questa situazione economica generale si aggiunge, in seguito al rallentamento economico, un altro spettro, quello del deficit statale. Una proiezione di un importante think tank governativo cinese ha calcolato che, considerata la frenata delle entrate fiscali e l’aumento della spesa statale, il deficit balzerà dal 4,2% di quest’anno al 7% nel 2025. Debito e deficit, va sottolineato, non sono in alcun modo attribuibili alle spese sociali, che in Cina rimangono molto più basse che altrove. La Cina non casualmente rimane uno dei paesi industrializzati con la più alta diseguaglianza sociale.

Altri due fattori di natura diversa contribuiscono a rendere ancora più complesso il momento freneticamente critico che la Cina sta vivendo da quest’estate a oggi. A settembre sono ripresi i blackout elettrici che già avevano colpito il paese a giugno. Solo che questa volta sono stati più intensi e diffusi, fermando industrie di grande importanza e colpendo per la prima volta anche le abitazioni: interi quartieri di città, ivi comprese svariate di primaria rilevanza come Pechino e Shanghai, si sono visti razionare l’erogazione di elettricità. Le interruzioni saltuarie dell’elettricità nell’industria sono un problema di lunga data della Cina, ma per la prima volta hanno assunto una dimensione sistemica e protratta nel tempo. Il problema è generato dai prezzi degli erogatori di energia regolati dallo stato, troppo bassi rispetto agli aumenti dei prezzi del carbone (in Cina è ancora la fonte energetica più importante), che vista la crisi energetica mondiale e la conseguente corsa agli acquisti si va inoltre facendo anche di difficile reperibilità. I vertici di Pechino hanno avviato una difficile campagna per fare incetta di carbone, di fronte alla quale i gestori privati e le amministrazioni locali già in difficoltà finanziaria stanno però recalcitrando. Contemporaneamente, la Cina, così come i paesi asiatici in generale, sta facendo incetta di gas liquido in considerazione della crisi mondiale del gas attualmente in corso. Il timore è quello di assistere durante la stagione invernale a un ulteriore intensificarsi dei blackout, con tutti i relativi contraccolpi sui nuclei familiari e sull’industria, nonché di riflesso sulle catene di fornitura mondiali. Il governo di Pechino non può deregolamentare i prezzi, perché ciò comporterebbe un balzo dell’inflazione. Pertanto, deve ricorrere a tappabuchi dirigisti, che tuttavia saranno un ulteriore fattore di aumento del debito. Inutile dire che i recenti blackout sistemici, anche se verranno in qualche modo risolti in via transitoria, sono comunque un altro indice della preoccupante fragilità del sistema economico nazionale.

Il secondo fattore aggiuntivo è quello della cosiddetta politica “zero Covid”. Dall’estate 2020 le autorità sono riuscite a porre argini ai ripetuti focolai adottando una politica di campagne massicce di tamponi accompagnate da lockdown più mirati che in passato, ma pur sempre di grosse dimensioni. Finora ha avuto successo anche contro i vari focolai di variante Delta emersi, ma i lockdown per quanto mirati hanno comportato l’arresto della vita economica di intere città, o la chiusura di porti di importanza internazionale, con pesanti riflessi sulle catene di fornitura. Quest’estate si sono evidenziati malumori riguardo alla politica “zero Covid”. Uno dei più alti funzionari della sanità cinese ha ipotizzato un abbandono di tale politica. Nel giro di poche settimane è stato “fatto fuori” con l’accusa di avere commesso un plagio in passato con suo lavoro accademico e i vertici del Pcc hanno confermato senza ambiguità la politica “zero Covid”. Tuttavia, poco dopo il già menzionato Hu Xijin, notissima voce della propaganda del regime con agganci ai massimi vertici del Partito Comunista, ha pubblicato un commento in controtendenza in cui si esortano le autorità locali a non adottare provvedimenti troppo drastici di fronte ai nuovi focolai, chiedendo loro di essere più flessibili in considerazione delle necessità economiche. Anche in questo caso, come in quello delle controversie sul concetto di “prosperità comune”, queste divergenze sono il probabile segno di malumori all’interno del regime. Da una parte, il Partito non può permettersi un’inversione di rotta riguardo a una politica sulla quale ha basato buona parte della propria propaganda improntata a una superiorità del modello cinese rispetto al resto del mondo, e i disastri causati nel vicino Vietnam dalla rinuncia alla politica “zero Covid” costituiscono un ulteriore pesante ammonimento sui rischi che un suo abbandono comporta. Dall’altra però, mentre fino alla primavera scorsa la politica “zero Covid” aveva dato una marcia in più al regime di Pechino rispetto al resto del mondo, ora si sta trasformando da un punto di vista economico in una evidente marcia in meno, visto che Pechino non è mai riuscita a mettere in atto una politica di numeri estremamente bassi di contagi accompagnata dal proseguimento più o meno normale della vita economica e sociale per tutti, come hanno fatto invece Corea del Sud e ancora di più la rivale Taiwan.

Prima di giungere alle conclusioni finali, va dato uno sguardo anche al contesto internazionale. In generale, si assiste a una generale tendenza alla distensione con gli Usa, dall’andamento tuttavia incerto e sotto alcuni aspetti contraddittorio. Già quest’estate lo stesso Xi Jinping aveva esortato a un atteggiamento diplomatico più conciliante nei confronti del resto del mondo e l’effetto era stato l’improvviso silenziamento dei cosiddetti “wolf warriors”, i “lupi guerrieri” della diplomazia cinese che per un anno sono stati sistematicamente all’attacco, con punte di forte aggressività, contro la maggior parte dei paesi mondiali, dagli Usa fino a piccoli paesi come la Svezia o la Cechia, dall’India fino all’Australia e altri paesi ancora. A ulteriore conferma del cambiamento di linea, a settembre è stato rimosso dal suo incarico senza spiegazioni uno dei “wolf warrior” più aggressivi, l’ambasciatore cinese in Svezia, che aveva perfino ventilato l’uso del fucile contro i nemici, tra i quali in prima fila vi era, a causa di problematiche relative a Hong Kong, lo stesso paese scandinavo che lo ospitava.

La campagna dei “wolf warrior” e più in generale la prepotenza dimostrata da Pechino nella sua proiezione estera ha avuto forti effetti di consolidamento interno in chiave nazionalista, ma ha provocato un altrettanto forte isolamento della Cina sul piano internazionale, non solo a livello di cancellerie, ma anche popolare, come testimoniano le azioni anti-Pechino di movimenti di massa in Thailandia e Myanmar, o da parte di lavoratori in Africa, e la crescente diffidenza verso la Cina da parte delle opinioni pubbliche un po’ in tutto il mondo, sicuramente non attribuibile per intero all’altrettanto aggressiva, e a spesso perfino razzista, propaganda anticinese dell’establishment occidentale. Xi Jinping evidentemente, visti gli intricati e gravi problemi interni, necessita ora di un contesto internazionale più disteso, almeno sul fronte economico e diplomatico. Non a caso il 9 settembre si è svolto un inatteso incontro telefonico tra Biden e Xi, sul quale comunque è trapelato poco. Ma nel giro di non molti giorni è seguita una svolta importante. Meng Wanzhou, chief financial officer della cinese Huawei, agli arresti domiciliari in Canada dal 2018 per accuse di frode mosse dagli Usa, è stata liberata ed è tornata in Cina, mentre contemporaneamente Pechino ha liberato due cittadini canadesi incarcerati da tempo. Si è trattato quindi di un vero e proprio scambio di prigionieri, forse sancito dalla telefonata tra Biden e Xi. Per quest’ultimo il ritorno a Casa di Meng è stata una vera manna propagandistica, perché l’evento è stato presentato internamente non come uno scambio di prigionieri frutto di un compromesso, ma come un’ennesima dimostrazione della forza invincibile della Cina, con un coro mediatico che ha visto in prima fila gli ultranazionalisti e ha permesso per un po’ di fare passare in secondo piano il crack Evergrande e i blackout elettrici. I segnali di dialogo tra Usa e Cina sono successivamente aumentati. Il 28 e 29 settembre c’è stato un incontro in video tra alti responsabili militari statunitensi e cinesi, importante perché, secondo quanto riferito da Asialyst, pare sia stato improntato all’apertura di un canale di comunicazione per evitare eventuali incidenti tra le forze armate dei due paesi in un momento teso e confuso. Nella prima settimana di ottobre c’è stato poi l’incontro in Svizzera tra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale Usa, e Yang Jiechi, il più alto responsabile della diplomazia cinese. I colloqui sono durati ben sei ore in un’atmosfera inusualmente distesa e qualche giorno dopo è stato annunciato che entro fine anno si terrà un summit Biden-Xi in videoconferenza (Xi non esce dalla Cina da quasi due anni, evidentemente per timori di contagi e/o di sgambetti politici di fazioni concorrenti interne al Pcc durante la sua assenza). Contemporaneamente, Katherine Tai, responsabile del commercio Usa presso la Casa Bianca, ha annunciato che è terminata la revisione delle politiche sui dazi dell’amministrazione Trump, lamentando che la Cina non ha rispettato gli impegni presi, ma adottando su tutto il resto un linguaggio distensivo e, soprattutto, annunciando che molto presto si incontrerà con Liu He, il massimo responsabile economico cinese, per un dialogo su questi temi. Tai è giunta addirittura a pronunciare la parola “recoupling”, sebbene senza metterla al centro delle proprie considerazioni, dopo che da anni si parla solo di “decoupling” tra Usa e Cina.

Di segno diverso però sono altri sviluppi recenti. Gli Usa hanno creato una nuova alleanza militare con Regno Unito e Australia in funzione anti-Cina, tra l’altro scatenando così una grave crisi diplomatica con la Francia, messa da parte senza cerimonie. Inoltre, Washington continua a promuovere, ancora una volta in chiave anticinese, l’iniziativa Quad che riunisce attorno a un tavolo Usa, Giappone, India e Australia, sebbene per ora fatichi a conferirle un’identità fattiva. Pechino ha da parte sua “celebrato” la festa nazionale del 1° ottobre penetrando nello spazio di identificazione aerea di Taiwan per quattro giorni consecutivi con flotte di aerei di un’ampiezza senza precedenti (ivi inclusi in un’occasione due mega bombardieri in grado di trasportare testate nucleari), che nella giornata dell’azione più consistente hanno toccato la punta massima di 52 velivoli da guerra, quando il record precedente era stato di 28. La Cina ha quest’anno quasi raddoppiato questo tipo di azioni rispetto al 2020. Più che singole incursioni provocatorie come in passato, sono diventate con la loro frequenza e le loro dimensioni vere e proprie esercitazioni militari che consentono a Pechino da una parte di logorare le forze aeree piuttosto arretrate di Taipei, costrette così ad alzarsi in volo innumerevoli volte, tra l’altro con i relativi ingenti costi, e dall’altra di raccogliere intelligence per un’eventuale futura invasione. Va notato che la Casa Bianca ha in queste settimane inaspettatamente dichiarato che Washington continua ad aderire alla sua politica decennale secondo la quale esiste una sola Cina, richiamandosi così indirettamente alla politica avviata negli anni Settanta ai tempi di Richard Nixon, che aveva ufficialmente riconosciuto la Cina Popolare disconoscendo Taiwan, pur senza abbandonarla a sé. Immediatamente dopo queste dichiarazioni hanno generato scalpore le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal in un articolo in cui si parla di piccoli contingenti delle forze armate statunitensi impegnati da un anno sul terreno a Taiwan nell’addestramento dei colleghi taiwanesi. In apparenza si tratta di un clamoroso scoop, peccato però che, come ha ricordato Bill Bishop di “Sinocism”, questa presenza fosse ampiamente nota da oltre un anno ed era stata documentata in passato anche da foto e filmati, senza mai essere esplicitamente smentita. Questo strano finto-scoop è probabilmente il segno che anche a Washington ci sono intrighi di corte e lotte di fazioni: probabilmente qualcuno è rimasto molto contrariato dalle aperture dell’amministrazione Biden nei confronti di Pechino.

I tanti punti di domanda generali: dove sta andando la Cina?

Il complesso groviglio di tensioni interne ed esterne e di gravi fattori di crisi economica descritto qui sopra è di difficile interpretazione, ma l’impressione è che la Cina si trovi di fronte a un momento cruciale che pone una lunga serie di domande fondamentali. Perché Xi Jinping, che dopo le purghe e le repressioni degli ultimi anni dovrebbe dormire sonni tranquilli in vista della sua scontata rielezione al Congresso del Pcc dell’anno prossimo, è così nervoso? Dove vuole davvero andare a parare con il varo della campagna per la “prosperità comune”? Cosa c’è dietro lo stranissimo caso del testo del neomaoista Li Guangman? Che decisioni prenderanno i vertici di Pechino in relazione al default Evergrande e più in generale riguardo all’escalation della bolla del debito dopo un decennio e più di inutili tentativi di domarla? Come riuscirà lo stato a risolvere la crisi energetica senza aumentare l’inflazione e senza fare totale retromarcia sugli impegni ecologici pronunciati? Proseguirà la propria politica “zero Covid” anche quando il suo costo economico si farà sentire forte? Come farà il Pcc, ridotto dalle purghe a una rigida accolita di fedeli personali di Xi lontani mille miglia dalle realtà di una società complessa, a trovare la flessibilità per affrontare i gravi problemi che pesano sulla Cina? Gli evidenti malumori all’interno del ceto burocratico sono solo passeggeri, o invece costituiscono l’embrione di una futura crisi politica? Che effetti interni potrà avere un’eventuale, e ancora del tutto ipotetica, distensione con gli Usa dopo che da anni Xi e i suoi hanno legittimato nel paese l’ultranazionalismo e lo sciovinismo? E se invece distensione non ci sarà, come farà la Cina a tenere testa a una situazione economicamente grave nei suoi confini, e contemporaneamente a tensioni commerciali, militari e politiche con il resto del mondo industrializzato, per non parlare poi del contesto di un’economia globale dalla quale continua a dipendere e che è in eterna crisi? Fino a quando potrà continuare l’escalation priva di vie di uscita contro Taiwan, senza dovere fare i conti con l’impegno solenne di annetterla, come ha già fatto in pratica con Hong Kong? Come si vede, i punti di domanda sono davvero tanti e pressoché tutti di portata sistemica. La loro somma, a mio parere, si traduce in una situazione di vicolo cieco. È impossibile intravvedere vie di uscita prive di gravi scosse, di fronte a questo groviglio.

Il discorso sulla “prosperità comune”, pur nella sua vaghezza e contraddittorietà, testimonia se non altro che ai vertici del Pcc ci si rende conto che l’ineguaglianza e gli altri problemi sociali sono potenzialmente esplosivi. Ma per sua natura il capitalismo cinese non è in grado di risolverli se non sacrificando sé stesso. Non è un caso quindi se poi nelle misure concrete adottate in contemporanea al discorso di Xi si intravede nell’essenza solo la volontà di ricorrere allo strumento della stretta reazionaria, accompagnata al massimo da qualche misura fiscale di facciata. Per quanto riguarda il crack Evergrande, si può essere senz’altra d’accordo con la constatazione dei commentatori più seri secondo cui non ci troviamo di fronte a un nuovo caso Lehman Brothers. Questo perché, a differenza delle banche americane nel 2008, le grandi banche cinesi non si finanziano con operazioni overnight sui mercati finanziari o simili, ma si basano invece su un solido cumulo di risparmi dei nuclei familiari, e anche perché il mercato finanziario cinese, per quanto apertosi notevolmente all’estero negli ultimi anni, è infinitamente meno connesso a quello mondiale di quanto non lo siano quelli di Usa, Ue altri paesi della “sfera occidentale” (tra l’altro, degli oltre 300 miliardi di debiti di Evergrande, solo 20 riguardano i mercati esteri). A ciò va aggiunto che il sistema politico dirigistico e autoritario appare in grado di contenere entro certi limiti i fenomeni di panico a catena. Ma default, crack e bolle del debito, per quanto possano essere contenuti a livello di panico e contagio immediato, rimangono default, crack e bolle del debito destinati a tradursi prima o poi inevitabilmente in effetti concreti, che possono andare da un’accelerazione della spirale del debito, a un’escalation dell’inefficienza industriale, a un calo della produzione, a una flessione dell’occupazione e dei redditi di lavoratori e a molto altro ancora. Abbiamo già descritto sopra i potenziali enormi effetti mondiali di una contrazione dell’immobiliare cinese, e in particolare come una crisi del settore delle materie prime originata da una frenata dei costruttori cinesi si possa tradurre indirettamente in una crisi finanziaria internazionale. Altri canali di contagio progressivo potrebbero essere più in generale le catene di fornitura, che hanno sempre nella Cina il loro perno. Oppure gli effetti inflazionistici conseguenti alla bolla cinese, per non parlare dei potenziali disastri climatici derivanti dalla costante recalcitranza dei vertici cinesi nei fatti, al di là delle dichiarazioni, a invertire la propria condizione di principale inquinatore mondiale, dando invece la precedenza a misure palliative a breve termine per tenere a galla l’economia nazionale.

In ultimo, nonostante le notevoli peculiarità del proprio sistema politico-economico e nonostante la propria situazione più critica che altrove in questa fase, la Cina appare nell’essenza uguale agli altri grandi paesi industrializzati per l’incapacità di trovare risposte alla lunga crisi del capitalismo mondiale scoppiata nel 2008, se non con un colpo al cerchio e l’altro alla botte per cercare di tirare avanti in qualche modo. I colpi cerchiobottisti del regime capitalista cinese li abbiamo esaminati sopra, quelli dei regimi occidentali sono spesso di natura diversa, per esempio l’adozione di politiche monetarie e di quantitative easing che a ogni tentativo di un loro abbandono per tornare alla normalità scatenano sintomi di crisi sistemiche, oppure  le politiche di austerità seguite da iniezioni mega miliardarie per “recovery fund” o simili e così via, ma riconducono nell’essenza a problematiche di fondo analoghe a quelle della Cina. E sia i capitalisti cinesi che i capitalisti occidentali sono accomunati dal ricorso incrementato a politiche di “rubare ai poveri per dare ai ricchi” al fine di far fronte alla crisi. L’unico potenziale fattore di contagio mondiale positivo di una crisi sistemica del capitalismo cinese sarebbe l’eventuale conseguente riattivazione, in una forma o nell’altra, delle mobilitazioni dal basso di lavoratori, donne e giovani del paese, che fino a qualche anno fa sembravano indirizzate ad assumere presto dimensioni più generalizzate. Xi Jinping e i suoi hanno risposto allora solo con una macchina repressiva senza pari. Ma le repressioni non risolvono i problemi concreti, li nascondono solo più o meno a lungo sotto il tappeto. La posizione di perno fondamentale del sistema capitalista mondiale che la Cina continua a occupare fa della potenziale mobilitazione in massa dei suoi lavoratori e oppressi uno dei più grandi spauracchi, ne sono certo, non solo per i burocrati di Pechino, ma anche per gli altri regimi capitalisti. E’ chiaro infatti che un eventuale saldarsi di movimenti cinesi con il risveglio dell’attivismo negli Usa, con eventuali nuove ondate di mobilitazioni in paesi vicini irrequieti come la Thailandia, Myanmar o la Corea del Sud, o più ampiamente addirittura con le enormi mobilitazioni verificatesi nell’ultimo decennio ovunque, dall’America Latina, all’Africa, al Medio Oriente e all’Europa Orientale, sarebbe un terremoto senza precedenti per l’intero sistema capitalista mondiale. In Europa non esiste praticamente più una sinistra: tra i numerosi compiti di quella che verrà, così come altrove, ci sarà senz’altro in primo piano quello della solidarietà ai lavoratori e agli altri oppressi cinesi

*articolo apparso sul sito crisiglobale.wordpress.com. il 12 ottobre 2021. Un precedente articolo, dedicato alle questioni più prettamente interne, è stato pubblicato sul nostro sito negli scorsi giorni