MA L’AMOR MIO NON MUORE

Tra spie, infiltrati e delatori (veri o presunti), defezioni e dipartite, manipolazioni, amnesie e rivisitazioni (più o meno interessate), pentiti, dissociati (anche da se stessi), nel grande immondezzaio che – come il grande freddo – si sta portando via uno a uno tutti i miei compagni (amici, talvolta) di allora…

…ma – insisto – l’amor mio non muore!

di Gianni Sartori

L’ultima volta che ho incontrato Guido – conosciuto dai vicentini della mia generazione per aver riportato, alla fine degli anni sessanta, una presenza anarchica stabile nelle città palladiana – comprendemmo entrambi – senza bisogno di dirlo – che molto probabilmente sarebbe stata quella definitiva.
Ero in ascensore (caso raro, non lo uso mai per principio, ma mi era partito un menisco…) e scendevo dal sesto piano (geriatria, dove era stato ricoverato mio padre) dell’ospedale. Al quinto (notoriamente il piano dove si va per la chemio) è salito lui. Coincidenza. Non lo vedevo da parecchio – forse due-tre anni – e già allora, fumatore incallito, mi aveva parlato di problemi respiratori. Scambiammo qualche parola di circostanza (“ti ricordi di Carrara, del Germinal?” – “E come no?! Certo…”), un saluto, forse una stretta di mano, un improbabile “arrivederci”.
La notizia della sua scomparsa – nel 2015, dopo qualche mese – non mi colse impreparato. Dopo aver rimandato a lungo, avevo poi scritto un necrologio per Umanità Nova. Credevo fosse finita così. Pagina chiusa, un’altra.
E invece, dalla rete, mi arriva ‘sta cosa incredibile. L’ipotesi che in realtà – detto fuori dai denti, senza eufemismi ipocriti – fosse un infiltrato o qualcosa del genere.
Ammesso e non concesso che sia tutto vero, averlo saputo a suo tempo, non dico che avrebbe fatto la fine di Denis Donaldson (infiltrato nel Movimento Repubblicano irlandese – addirittura portavoce del Sinn Fein – poi eliminato dalla Real IRA), ma avrebbe rischiato ‘na caretà de bote.

Di cosa sto parlando? Delle “rivelazioni” apparse qualche tempo fa nel sito che si occupa di Storia della città del Palladio. Sito gestito da un ex sessantottino. O almeno così si definisce. Peccando di modestia in quanto, volendo, lo si potrebbe definire anche “ex settantasettino”.
Ora, in età avanzata, evidentemente preferisce rovistare negli archivi di stato.

Mi spiego, o almeno ci provo. Stando a queste tardive rivelazioni, quello che veniva considerato una delle figure storiche – diciamo così – del Movimento anarchico vicentino in realtà sarebbe stato manipolato, forse addirittura stipendiato, dalla Questura. Lo confermerebbero alcuni inediti documenti di origine controllata (il Centro di Controspionaggio di Padova) dove il fedifrago veniva citato come “Bruto”.
Un nome che per l’autore dell’inchiesta evoca già il tradimento. Volendo potrebbe evocare anche altro, l’elogio del tirannicidio per esempio.
E questo sarebbe compatibile con una scritta che troneggiava nella vecchia sede, la prima, del MAV:
“Date a Cesare quel che è di Cesare…23 pugnalate!”
Fatalmente – ho già ricordato l’Irlanda, terra di insurrezioni, lotte fratricide e tradimenti – il pensiero corre anche a un certo Alfredo (“Freddy”) Scapaticci – soprannominato Stakeknife – distintosi per cinismo, doppiezza e mancanza di scrupoli nel già brutale di suo conflitto anglo-irlandese del secolo scorso. Infiltrato nell’IRA ai massimi livelli (oltre che amico personale e vicino di casa dell’ignaro Gerry Adams) dal 1978 al 2003, quando venne smascherato. Al modico stipendio di 80mila sterline all’anno (circa 100mila euro) si rese complice di svariate operazione della “guerra sporca” condotta da Londra contro i militanti repubblicani (avrebbe fornito anche le informazioni per l’uccisione di tre membri dell’IRA – disarmati – a Gibilterra nel 1988). Dopo una lunga latitanza (presumibilmente con l’aiuto dei Servizi inglesi) era stato fermato agli inizi del 2018 per rispondere di una serie di omicidi, sequestri, torture…
Ho anche ripensato a Griska Gol’denberg, anzi alla sua proiezione letteraria in “L’impazienza” di Jurij Trifonov. Rinchiuso in una galera zarista, alla fine ebbe il buon gusto di appendersi ad un asciugamano.
Cinicamente manipolato da alti funzionari del potere zarista come Dobrzinskij e Loris Melikov (a cui nel nostro caso corrispondevano presumibilmente modesti e grigi funzionari di provincia), il Griska fu vittima del proprio egocentrismo e autolesionismo (o forse era bisognoso di un pubblico riconoscimento, di un – per quanto miserabile – “ruolo” sociale?). In qualche modo (si parva licet) paragonabile al nostro presunto infiltrato denominato “Bruto” (un proletario talvolta politicamente confuso o confusionario; forse blandito, minacciato, ricattato…chissà…). Invece l’autore dell’articolo nella sua ansia di riabilitazione sociale, evoca il Fedor Dostoevskij (che però ebbe dalla sua la giustificazione di aver subito una finta esecuzione).
Senza voler poi scomodare figure particolarmente squallide come Pitigrilli (lo scrittore Dino Segre sul libro-paga dell’O.V.R.A. fascista)) e Luigi Cavallo (quello di “Pace e Libertà”, responsabile del linciaggio antioperaio alla Fiat), ricordo che perfino il segretario particolare di Mazzini (lo rivelava recentemente Benedetta Tobagi) era un agente sotto copertura, francese.
Un inciso. Nell’articolo il personaggio – riconoscibilissimo – non viene citato con nome e cognome. Non si capisce perché a questo punto. Quando si espone qualcuno alla gogna, magari legittimamente, bisognerebbe avere comunque il coraggio di andare fino in fondo. Chi ha divulgato tale notizia, messo in rete i documenti, le prove, dovrebbe prendersi tale responsabilità. Di chi si stia parlando è evidente per qualsiasi vicentino (ma era conosciuto anche a Mestre, Milano, Genova, Trieste, Carrara…) abbia – anche solo marginalmente – frequentato, sfiorato i movimenti extraparlamentari di Vicenza e provincia tra le fine dei sessanta e i primi anni settanta. Sinceramente non capisco questo “pudore”, questa gentilezza dopo averlo infangato davanti alla Storia (magari – ripeto – legittimamente, non lo posso escludere).
Quindi resto in fiduciosa attesa che l’autore dello scoop completi l’opera fornendo i dati anagrafici del reprobo tardivamente scoperto. E magari ulteriori prove più consistenti.
Certo, la botta è stata di quelle che potrebbero stroncarti.
Anzi, no. “Avrebbe potuto”una volta, ma non ora. Forse in altri tempi. Ormai certe cose non contano più di tanto. O quasi.
Procedo in ordine sparso.
Due anni fa ricevo una telefonata da un vecchio compagno impegnato nella raccolta di foto e documenti degli anni settanta. Ritengo c’entri qualcosa. Forse – dico forse – da lì è venuta l’ispirazione per l’articolo-denuncia sull’infiltrato nel MAV. Al mio numero di telefono il compagno in questione (ex perseguitato politico del “7 Aprile”) c’era arrivato su indicazione del giornalista a cui aveva parlato del mio necrologio per Guido (dove citavo la mia “raccolta “ di volantini d’epoca).
Se vi sembra troppo complicato, rileggete con più attenzione.
Tra l’altro l’autore dell’articolo non perdeva l’occasione per deridere l’uso del termine compagno (da lui scritto virgolettato, vai a sapere perché).
Stia sereno, comunque. Per il suo di necrologio nessuno sprecherà tale parola, antica e nobile.
Avevo informato di questa brutta storia che mi ha lasciato interdetto e amareggiato (e su cui comunque sarebbe opportuno indagare ulteriormente, non mi convince del tutto…) alcuni – due-tre, anzi quattro – compagni (senza virgolette). Claudio Venza (storico, scrittore e direttore del Germinal di Trieste), Fabio Santin (autore di graphic novel – segnalo il suo “Campo 97” – e redattore di Aparte, periodico di area libertaria), Giuliano Francesconi (fotografo di fama oltre che ex esponente del MAV) e Alberto Galeotto (il meno convinto delle rivelazioni).
Purtroppo, dopo Gianni Cadorin, all’inizio del 2018 era morto anche Rino Refosco (figuta storica, sia per aver fondato Radio Vicenza negli anni settanta, sia come tipografo che stampava – spesso a gratis- materiale alternativo e antagonista in gran quantità). Forse da loro – che conoscevano bene le persone in causa – avrei avuto maggiori precisazioni.
E quindi?
Quindi un cazzo. Almeno per ora.
Ma – come diceva sempre Gasparazzo – “non finisce qui”. Forse.


Gianni Sartori