Sembra che il “vento del Nord” (ben più tiepido e moderato di quello di cui parlava Nenni, ahimè) che soffia sulla Scandinavia (come si ricorderà, dopo le elezioni norvegesi, la destra è all’opposizione in tutto il nord) si sia spinto anche a sud del Baltico e del Mare del Nord. Ovviamente è troppo presto per tirare conclusioni, visto che siamo ancora in presenza di proiezioni (i risultati ufficiosi non saranno noti prima di domani, e per quelli ufficiali si parla del 9 o 10 ottobre). In particolare per quelli, come il sottoscritto, che preferiscono fare i conti con i numeri assoluti, e non con le percentuali (per non parlare dei seggi, che quasi mai – anche se la Germania ha un sistema in parte proporzionale – corrispondono ai voti). Premesso questo, pare che la sinistra, intesa in senso ampio, dai socialdemocratici ai Verdi, dalla Linke (La Sinistra) agli animalisti, sia progredita di circa 6 punti, passando dal 40,8% di 4 anni fa ad oltre il 46 di oggi. E, ovviamente, la destra, compresa la sua ala estrema, perde altrettanto, scendendo da oltre il 59 a meno del 54. La grande sconfitta è l’alleanza democristiana conservatrice (CDU-CSU) che ottiene, con poco più del 24%, il peggior risultato della sua storia (quasi 9 punti in meno rispetto al 2017). Ma non è l’estrema destra (come spesso accade) a gioire di questo crollo: l’AfD perde circa 2 punti, fermandosi poco sopra il 10%. E gli stessi liberali, dati per semi-vincitori nell’ambito delle forze conservatrici, spuntano un risicato +1%, fermandosi sotto il 12. Nell’ambito dello schieramento, diciamo così, progressista, è la SPD che avanza, nonostante le strabilianti previsioni dei sondaggi che, fino a pochi mesi fa, davano i Verdi in sorpasso sulla SPD (e persino su CDU-CSU, secondo alcuni, candidandosi al primo posto tra i partiti tedeschi). Niente di tutto questo: i Verdi si devono accontentare del terzo posto. Male è andata La Linke, che per un pelo supera il 5% e riesce ad entrare al Bundestag per il rotto della cuffia. Questo nonostante 4 anni di alleanza al governo tra socialdemocratici e democristiani (la “Grosse Koalition”) che avrebbe dovuto permettere al partito della sinistra “radicale” di raccogliere i frutti dell’opposizione. Questo relativo successo della SPD sembra contraddire ciò che da tempo notano molti osservatori, e cioè un lento ma quasi inesorabile indebolimento delle forze della sinistra moderata, esposte alla concorrenza di forze più radicali (come mostra l’esperienza scandinava e, mutatis mutandis, quella iberica e francese). In realtà pensare che il fenomeno, indubbiamente percepibile anche in Germania, sia senza scossoni e controtendenze sarebbe ingenuo. In particolare per un partito molto strutturato e legato alla burocrazia sindacale come il partito che fu di Willy Brandt (per non parlare di più “illustri” antenati, da Kautsky a Bernstein). Diciamo che, con questi risultati, la SPD risale parzialmente la china di 4 anni fa, recuperando le modeste percentuali degli ultimi 15 anni. Ma siamo ben lontani dal 40/45% dei tempi di Brandt, ma anche dal 35-38% di 15 o 20 anni fa, ai tempi di Schroeder. Come già ho sottolineato varie volte, se fino agli anni Settanta dire “sinistra” in Germania (almeno elettoralmente) voleva dire SPD (oltre il 98% dei voti di sinistra, prima che l’avvento dei Verdi riducesse questa percentuale al 90, poi 80, poi 70%). Oggi, col 60% dei voti “di sinistra” intascati dai socialdemocratici, Scholz può sentirsi ragionevolmente soddisfatto, avendo scongiurato il previsto “sorpasso” dei Verdi. Ma mi sembra di poter dire che la “ripresina” appare tutto sommato fragile, soprattutto se La Linke (e in parte anche i Verdi) sapranno trovare la capacità di combattere veramente da sinistra il moderatismo della SPD, riprendendo il contraddittorio percorso che aveva permesso al partito di superare, in alcune occasioni, il 12% dei voti.

FG