(Gianni Sartori)

Chiamiamolo Rojava (come a mio avviso sarebbe corretto, così come per Euskal Herria che NON è semplicemente il nord-est della Spagna) o magari chiamatelo Nord della Siria, ma la sostanza non cambia. Qui è in atto un’atroce operazione di pulizia etnica. Nemmeno di “semplice” assimilazione, ma di sostituzione tout court. Possiamo anche definirla “decurdificazione”.
In questi giorni Ankara ha praticamente reso obbligatoria la lingua turca e bandito il curdo nelle scuole di Afrin occupata dal 2018.
Nella sostanziale indifferenza (complicità, meglio) di ONU e Unione Europea che di fatto sostengono e finanziano la Turchia stessa. In Siria (ma per certi aspetti anche in Iraq) Ankara procede nell’opera di un radicale cambio demografico sostituendo ai curdi (e agli armeni e siriaci qui sopravvissuti) altre popolazioni (arabi, afgani, uiguri, turcomanni…perfino palestinesi). Talvolta si tratta delle famiglie dei suoi ascari jihadisti, talaltra addirittura di altri diseredati, espropriati ed esclusi come appunto i profughi palestinesi.
Una vera e propria pulizia etnica (crimine di guerra secondo il diritto internazionale) che impunemente (grazie alla sostanziale non ingerenza onusiana) Ankara sta mettendo in atto anche in Bakur e Bashur. Mentre al Rojhilat – ovviamente – ci pensa Teheran.
Come ha spiegato recentemente Salih Muslin “la Turchia vuole creare qui uno spazio senza curdi, un Kurdistan senza i curdi”. E se dovesse rimanervi qualche curdo refrattario sarebbe sotto il totale controllo, dominio turco. Ossia una piccola variante dello slogan “L’unico curdo buono è il curdo morto”. Ora si può anche pensare che “L’unico curdo buono è quello completamente sottomesso, arreso, addomesticato”.
Oltre a quella canonica (con le armi, come in Bakur e Bashur) la Turchia – sempre secondo Salih Muslin – starebbe conducendo contro la Resistenza e la popolazione curde del Rojava una sistematica guerra psicologica. Mentre l’artiglieria, i droni, i lanciagranate colpiscono quotidianamente Shehba, Afrin, Girê Spî, Serêkaniyê, Til Temir…complotta per mettere le diverse popolazioni le une contro le altre.
Sia riesumando cellule jihadiste dormienti, sia attraverso i mezzi della comunicazione e propaganda virtuale, sia utilizzando – ed è la nota più dolente – anche curdi collaborazionisti. 
Un progetto che parte da lontano, almeno dal 2011 quando diversi campi di rifugiati (siriani e non, anche uiguri) vennero installati in Turchia. Oggi parte di costoro si trova in Rojava dove la Turchia starebbe ora “ospitando” anche profughi afgani. Ma va anche segnalato che talvolta, nonostante i bombardamenti ricorrenti, la popolazione (curdi, siriaci, arabi, armeni…) non si è lasciata intimidire organizzandosi per rientrare nei villaggi (come sta già avvenendo a Til Temir e Zirgan).


Gianni Sartori