Candidati indipendenti e dell’opposizione hanno vinto i due terzi dei seggi dell’assemblea che scriverà la nuova costituzione del paese latino-americano. Una richiesta fondamentale delle proteste che hanno attraversato il Cile nel 2019. 

scritto da MAURIZIO MATTEUZZI 

Il 15 e 16 maggio si è votato in Cile per la costituente che dovrà cancellare l’obbrobrio imposto da Pinochet nel 1980. Un trionfo della sinistra e dei movimenti sociali sorti dopo la rivolta studentesca del 2019; un tonfo del “duopolio” – la destra ex-post-pinochettista al governo con Piñera (precipitato al 9 per cento dei consensi) e i partiti storici al potere dal 1990. Le elezioni più importanti dal plebiscito del 1988 che sconfisse Pinochet. Un voto che ha sconvolto il quadro politico trentennale.

Contro tutti i sondaggi, dei 155 seggi 48 sono andati agli indipendenti (trasversali ma tendenzialmente di sinistra), 28 alla sinistra (Frente Amplio e Partito comunista), 25 al centro-sinistra tradizionale, 37 alla destra, 17 agli indigeni (il 12 per cento della popolazione, finora completamente ignorati dalla costituzione vigente). Sarà la prima Carta Magna al mondo scritta da una costituente paritaria, 77 donne, 78 uomini. Un anno di tempo e ogni articolo da approvare coi due terzi, ciò che nega al “duopolio” lo sperato potere di veto.

Il voto per le amministrative ha rispecchiato quello della costituente. A Santiago, a sorpresa, il nuovo sindaco è la comunista Irací Hassler, 30 anni, economista della Universidad de Chile, leader delle lotte studentesche e contro la violenza di genere. Nel quartiere bene della Recoleta riconfermato Daniel Jadue, anche lui comunista con vista sulle presidenziali di novembre. A Valparaiso l’indipendente di sinistra Jorge Sharp rieletto sindaco e Rodrigo Mundaca, del Frente Amplio, eletto governatore.

Irací Hassler Jacob

Nessun facile entusiasmo. È troppo presto per convincersi che “le grandi alamedas per dove passerà l’uomo libero” di cui parlava Allende nel suo ultimo messaggio da Radio Magallanes si siano riaperte o che uno degli slogan più gridati dagli studenti in questi due anni di rivolta – el neoliberalismo nació en Chile y en Chile morirá – si avveri nella e con la nuova costituzione. Di per sé sola non riuscirà a rovesciare l’oscena diseguaglianza di un paese che ha costruito il suo indubbio successo economico facendolo pagare alla più gran parte della popolazione (il 26 per cento della ricchezza nelle mani dell’1 per cento, dati della Cepal riferiti al 2017, l’80 per cento dei lavoratori con pensioni inferiori al salario minimo di 380 euro al mese: fra 265-165 euro gli uomini, fra 85-120 euro le donne).

Ma, questo sì, è incontrovertibile che i cileni, uomini e donne, giovani e vecchi, hanno dato finalmente un meraviglioso calcio nel sedere all’eredità maledetta di Pinochet e, questo sì, hanno dato la prova che “un altro Cile è possibile”. 

da Ytali.com