[seguito dell’articolo del 4 marzo]

….Bazaine, dal canto suo, fa il suo gioco. I colleghi [generali, ndt] si sono fatti massacrare. Bravi! Lui conserva la sua armata solida, di riserva, a tal fine. Si discute, a Parigi, sul che fare: strategicamente è meglio ripiegare davanti alla capitale e sotto Mac-Mahon con tutte le forze ancora disponibili, attendere là i Prussiani, lontani dalle loro basi, con delle ragionevoli possibilità di infliggere loro, nel luogo scelto, una sconfitta; ma politicamente questo ripiegare sarebbe disastroso, forse fatale. L’imperatore comandante in capo, che abbiam visto partire in pompa magna per raccogliere gli allori e indorare la sua corona, è rabbrividendo che la corte lo vede tornare, scornato, pietoso, in una città che ha votato così male al plebiscito, e che è brulicante d’oppositori. Politica interna innanzitutto. Soprattutto, evitare questa nefasta opzione! Non si ascolterà per nulla, dunque, Mac-Mahon, che la sostiene. Gli si ordina di avanzare. Egli è a Chalons. Che si precipiti a nordest, e Bazaine si congiungerà a lui per la battaglia decisiva. E Bazaine dovrebbe compromettere, in una simile avventura, la risorsa che ha in mano? Che Mac-Mahon, che lascerà solo, vada al macello. L’imperatore perderà il trono? Possibile, e lui, Bazaine, potrà, grazie alle sue legioni intatte, imporsi all’imperatrice e giocare un ruolo degno della sua statura. La catastrofe intravista e auspicata da Bazaine supera un pochino, però, le sue previsioni. Sedan (1). Tutta l’armata di Mac-Mahon prigioniera. Anche l’imperatore catturato. E, per contraccolpo a Parigi, il regime che cade, la Repubblica, per la seconda volta, che ritorna. Quale Repubblica? Quella di Robespierre? Ma andiamo, su! Nemmeno quella di Lamartine. Nel momento stesso in cui la notizia di Sedan arriva nella capitale, i Jules si precipitano verso il Municipio; Jules Favre, Jules Ferry, Jules Simon, a cui si aggiunge Jules Trochu, governatore militare. Questi signori hanno un solo pensiero: impedire a tutti i costi un governo rivoluzionario, repubblicano per davvero; sempre e soprattutto la politica interna. Il nemico dei Jules non è la Prussia, è Belleville (2); non è Bismarck, è Blanqui (3). Jules Simon, candidato della “sinistra” comica alle elezioni del 1869 (la pseudo sinistra anticlericale e furiosamente conservatrice stile Picard, l’amico di Renan), ha avuto davanti a lui , per sua rabbia, un candidato della sinistra reale, Vallès, che si definiva “candidato della miseria”. Quella gente, i Blanqui, i Varlin, i Vallès e i Vermorel, eccoli, i guastafeste, gli abominevoli, i “mostri”, quelli che hanno gli occhi aperti e che pronunciano le parole proibite, quelli che vogliono distruggere, quelli che vogliono abbattere il vecchio sistema ancestrale di creare dei ricchi con la vita dei poveri. I Jules hanno gridato “Repubblica!” per ingannare la plebe e persistere in quel potere sul quale han fatto man bassa in tutta fretta. Si offrono per un governo di salute pubblica, il Governo della Difesa Nazionale, e sono, in realtà, nient’altro che il governo della Difesa Sociale. Vociferano di “Resistenza” perché Parigi, in effetti, vuole resistere, perché uno slancio folle solleva la città e soprattutto i bassifondi (“Repubblica”, per la povera gente, è il ’92, è “la Patria in pericolo”, è la marcia dei “soldati dell’anno II” contro l’invasore), e bisogna far credere alla gente di Belleville che si è là per questo: rimboccarsi le maniche, fasciarsi i muscoli, attaccare, attaccare, vincere; e la sola speranza dei Jules è l’arrivo, al più presto (che si sbrighino, maledizione! Ma che combinano?), l’arrivo torrenziale dei Prussiani, e i cannoni delle fortezze – Thiers ci aveva pensato già dagli anni ’40 – puntati sulle spelonche rosse. Amici, i Prussiani. Vogliono l’Alsazia e la Lorena. E sia! Gliele daremo. Non importa. Ciò che importa è la protezione delle strutture economiche e sociali; i Prussiani sono gente per bene. Non mettono in pericolo l’essenziale. Non hanno cattive intenzioni, nemmeno un briciolo, verso l’arca santa. L’arca, cioè il Denaro, cioè la legge dei ricchi, ne sono fedeli sudditi, e non i complici dei “barbari”. Siamo dalla stessa parte della barricata, noi Jules e i Prussiani. Il nemico comune sono i “rossi” […] I Prussiani li odiano perché questi morti di fame pretendono di non piegarsi davanti a loro, e i Jules li esecrano perché, se per caso vincessero, quale orribile destino sarebbe per ciò che conta sopra ogni cosa: l’Ordine, il Bene, la Proprietà!

All’insaputa dei parigini, si inizia una commedia che farà della “difesa di Parigi” un capolavoro d’umor nero. I Jules vorrebbero battersi ma l’esercito glielo impedirà. Lo stato maggiore rifiuta ogni forma d’azione. Questi generali ben nati, che devono la loro carriera all’Impero, li vedete contribuire alla vittoria della Repubblica? Derisione. Bazaine, accerchiato a Metz, offre apertamente a Bismarck il 10 ottobre 1870 (e i suoi pari sono d’accordo) di “neutralizzare” la sua armata, di fronte ai Prussiani che hanno smesso di essere, ai suoi occhi, l’avversario, e di lanciarla su Parigi. Che i tedeschi lo autorizzino, e si farà garante, con le sue truppe diventate, come dice espressamente, il “Palladio della Società”, di andare a farla finita con questi pazzi furiosi della capitale e di ristabilire i diritti del buon senso. La Prussia, aggiunge, non avrà che da congratularsi e aspetterà, dalla sorte, i suoi scopi di guerra; Bazaine se ne fa garante. Favre ha ben tentato, in segreto, da settembre, incontrando il cancelliere prussiano a Ferrières, di consegnargli Parigi immediatamente, ma l’operazione è fallita, Moltke ha preteso, l’imbecille (e Bismarck si mordeva le labbra), un gesto immediato che avrebbe messo a nudo Favre davanti ai suoi inganni e ha reso l’astuzia impraticabile. E Favre, per stare a galla ha dovuto ruggire, diretto ai Parigini, il suo “non un pollice del nostro territorio, non una pietra delle nostre fortezze”, quando aveva appena accordato, la veglia, alla Prussia tutto ciò che voleva del nostro suolo. Bisognerà dunque rassegnarsi a una interminabile pantomima bellicosa affinchè la plebe stia tranquilla fino all’ora in cui, la finzione di una carestia assoluta avendo trovato una certa credibilità, sarà possibile – finalmente! – senza rischiare un’insurrezione, firmare l’atto salvatore, questa benedetta capitolazione, così appassionatamente attesa dai Jules e ritardata per 4 mesi nell’angoscia. Gli osservatori neutrali – Inglesi e Svizzeri – non credevano ai loro occhi. Lo stato maggiore parigino comanda oltre 200 mila soldati, oltre a 250 mila combattenti civili, armati e pieni d’entusiasmo, che si sono iscritti nella Guardia Nazionale e bruciano dalla voglia di battersi contro i Prussiani. Fino alla resa di Metz, cioè per 50 o 60 giorni, i Tedeschi hanno avuto solo 170 mila uomini intorno a Parigi, e su un perimetro tale che le loro linee erano di un’estrema fragilità, incapaci di sostenere un vero scontro. Che i Francesi lancino all’assalto 50, o 40 mila uomini, in un punto determinato, e l’accerchiamento salterà infallibilmente. Ma è proprio ciò che lo stato maggiore vuole evitare. La sua tesi menzognera, diffusa giorno dopo giorno ad uso dei Parigini, è la solidità terrificante, sull’intero cerchio, delle difese tedesche, profonde, massicce, imprendibili. Un colpo di mano spontaneo dei volontari al Bourget è riuscito. I Prussiani sono stati respinti. Orrore! Il comando punisce questi indisciplinati che smentiscono la sua dottrina e gli rifiutano ogni sostegno di fanteria e d’artiglieria. Quando vengono schiacciati, lo stato maggiore si inarca: Vedete! L’avevamo detto! Ogni sfondamento è fuori questione. E per la “grande offensiva” che è indispensabile, per lo meno una volta, simulare (Champigny), i generali organizzano il tutto per una schiacciante dimostrazione d’impotenza. Complicazione imprevista: un uomo, al governo, uno solo, desiderava la vittoria, quella vittoria che Foch, alla scuola di guerra, dichiarerà possibile e persino a portata di mano, viste le risorse in uomini e materiali di cui disponeva la Francia, con la sola condizione di volerla. Gambetta vuole che lei la voglia; e diventa per il governo di Difesa Nazionale e per il signor Thiers il nemico principale. Il 29 ottobre 1870, avendo creato, in tre settimane, e senz’altro miracolo che quello della sua energia, una potente armata sulla Loira, Gambetta è in grado di polverizzare i 40 mila bavaresi che ha di fronte, e di sbloccare la capitale. Per i tedeschi è l’ora più acuta della guerra, l’istante in cui la sorte può invertirsi; Guglielmo [il kaiser, ndt], Bismarck, Moltke, […] lo riconosceranno più tardi, confessando che già si stavano preparando ad evacuare Versailles. Ma Thiers vegliava. È lui, con l’aiuto del generale d’Aurelle de Paladines, che ferma Gambetta, annulla l’offensiva. Parigi liberata grazie a Gambetta sarebbe stato, per Thiers, un sopruso irreparabile, un terribile ostacolo che non avrebbe potuto tollerare, nella sua ascesa verso la presidenza. È importante sapere che il futuro “liberatore del territorio”[…] si è curato, per prima cosa, d’assicurare la vittoria tedesca, dopo avere, nel corso del suo periplo europeo di settembre-ottobre, formalmente garantito alla Prussia che poteva contare su di lui per l’annessione di Strasburgo e di Metz. Si spezzeranno le reni a Gambetta, capace, con la sua “resistenza” repubblicana, di preparare, forse malgrado lui, un orribile domani ai possidenti. È la bestia nera di tutti i poteri stabiliti; ha contro di sé, in un colpo solo, gli uffici di guerra, il governo di Parigi, Thiers, Bismarck, e tutta la gente per bene di Francia […] da Ernest Renan alla sig.ra de Bonnechose e da Louis Veuillot a Madame Sand.

Ecco qui le strane circostanze nazionali da dove sorger´, nel marzo 1871, la Comune di Parigi. Lo si conosce troppo poco, di solito, questo retroscena. Ci ho tenuto a disegnarlo qui, a grandi linee. Un lavoro, penso, utile per interpretare senza errore uno dei più toccanti episodi della Storia umana, pieno di senso e di speranza.

Henri Guillemin

(1)La sconfitta definitiva delle armate francesi

(2) Quartiere operaio di Parigi

(3) Socialista rivoluzionario francese