A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, le condizioni di vita e salariali delle lavoratrici e dei lavoratori stanno ulteriormente peggiorando, e a pagare il prezzo della crisi sono soprattutto le donne.
I recenti dati Istat sono impietosi: dei 101.000 posti di lavoro persi in Italia nel dicembre 2020 a dispetto del
cosiddetto “blocco dei licenziamenti”, oltre il 98% riguarda le donne; su base annua il 70% dei nuovi disoccupati sono donne. Se si considera poi che prima della pandemia solo il 49,5% delle donne era occupata si comprende bene quale sia l’entità della macelleria sociale che, soprattutto in questa componente della classe lavoratrice, sta intervenendo per effetto della crisi e dell’uso della pandemia che il padronato nel suo insieme sta esercitando.
Se il passato e il presente non fossero bastati, il futuro che si disegna per le donne è il ritorno alle madri-fattrici, ricacciate in seno alla famiglia, sfruttate all’occorrenza per le esigenze capitalistiche in gran massa nei lavori più precarizzati quando non a nero, a maggior ragione se immigrate. Madri-fattrici che l’emergenza pandemia ha contribuito (complice il ritorno in auge di ideologie reazionarie e familiste nemiche della libertà delle donne) a risospingere in balìa della violenza maschilista domestica o meno.
Una catena di sfruttamento che sempre più spesso nega la stessa esistenza in vita delle donne se si ribellano alla “vocazione alla riproduzione ed alla cura” a loro imposta, se le donne si ribellano all’appropriazione del loro corpo in quanto riproduttore di braccia utili all’accumulazione dei profitti dei padroni.
A soluzione della questione, la cosiddetta “ala femminista” della sinistra istituzionale, non a caso promuove lo
smart working in fase pandemica per conciliare vita lavorativa e funzione riproduttiva e di cura, senza mettere in discussione lo sfruttamento femminile. Oltre alla mercificazione tutta a senso unico e alle restrizioni poste dai mancati investimenti sul welfare in scuole, asili e ospedali, i diritti di divorzio e aborto conquistati dalla lotta delle donne come parte integrante delle lotte operaie del ciclo autunno caldo/anni ‘70, sono da tempo e oggi più che mai messi in discussione: la mancanza di autonomia economica e i sempre maggiori ostacoli posti all’aborto dalla percentuale impressionante degli obiettori di coscienza (che in alcune regioni sfiora l’80%), in un contesto in cui solo nel 60% degli ospedali del territorio nazionale l’aborto viene praticato, riduce di fatto ai minimi termini l’agibilità stessa dell’esercizio di un diritto.
E neanche serve la scienza a illuminarci sulla pillola abortiva, la RU486 che viene ospedalizzata e limitata con
motivazioni al limite del fantasioso, tutto ad uso esclusivamente politico, quello del controllo sociale del corpo
delle donne ad uso capitalistico. I cimiteri dei feti promossi da diverse giunte comunali o regionali sono l’icona macabra della “colpevolizzazione sociale” delle donne che esercitano il proprio diritto di autodeterminazione.
I grandi movimenti delle donne in Polonia e in Argentina sul diritto di aborto parlano all’intera classe lavoratrice internazionale su quanto sia determinante la difesa e l’affermazione di questo elementare diritto di autodeterminazione per le donne lavoratrici e della loro possibilità di emancipazione come agente moltiplicatore dei conflitti sociali in atto. E un ruolo da protagoniste se lo sono preso le donne anche in India, già il 75% della forza rurale, rompendo con la mentalità feudale e scendendo in piazza in prima linea con la gigantesca mobilitazione dei contadini in corso da dicembre contro il governo fascista indù di Modi.
L’Assemblea Nazionale delle Lavoratrici e dei Lavoratori Combattivi ha quindi deciso di aderire allo sciopero
di 24 ore su tutte le categorie nella giornata di lunedì 8 marzo. L’8 marzo va ben oltre la specificità di “genere”: gli attacchi alle donne sono parte integrante e inscindibile dalla più generale offensiva capitalistica contro i lavoratori e l’intera classe sfruttata, contro il diritto di sciopero e le agibilità sindacali sui luoghi di lavoro.
IL DIRITTO DI SCIOPERO VA DIFESO SCIOPERANDO!!!
L’Assemblea Nazionale delle Lavoratrici e dei Lavoratori Combattivi denuncia l’attacco al diritto di sciopero
da parte della Commissione Garanzia Scioperi che, per il terzo anno, prova a fermare o limitare lo sciopero delle donne: quest’anno vietandone l’agitazione in tutto il settore scuola (personale docente e ata), dove sono
tantissime le donne che hanno sempre aderito e dove sono moltissime quelle colpite dalla pandemia
LUNEDI’ 8 MARZO 2021, DALLE ORE 10:00
PRESIDIO DAVANTI ALL’ASSOCIAZIONE INDUSTRIALE BRESCIANA Via Cefalonia, 60

Assemblea delle Lavoratrici e dei Lavoratori Combattivi – Brescia