Sono cresciuto in una famiglia comunista, del PCI. In un certo senso per me essere comunista era una specie di “marchio di famiglia”. Nessun obbligo, beninteso: i miei vecchi non avevano nulla di autoritario, nessuna scelta imposta. Era semplicemente, diciamo così, “naturale”. In casa mia entravano L’Unità (la domenica), il settimanale “Vie Nuove”, e qualche libro degli Editori Riuniti e delle edizioni Progress di Mosca (in italiano, ovvio). Di Stalin non si parlava praticamente mai (era morto due anni prima della mia nascita). Semmai si parlava ogni tanto di Tito (mio padre era stato partigiano in Jugoslavia, nel Battaglione italiano “Antonio Gramsci”). Ma senza nessun tipo di “culto della personalità”: i miei vecchi, pur non avendo letto Don Milani, erano convinti che “l’obbedienza non è una virtù”. Anche quando vedemmo in TV i carri armati entrare a Praga, mi sembra di non ricordare riflessi “giustificazionisti” da parte dei miei. Io sì che ci rimasi male: avevo solo 13 anni, e per la prima volta vedevo con occhi un po’ diversi i “nostri”, quelli che per me erano sempre stati i “buoni” del film, contrapposti ai “cattivi” (ovviamente gli yankee imperialisti). Comunque, quando, nel ’69, entrai al liceo, pur essendo politicamente analfabeta, nel mio “pantheon comunista” c’erano tutti i personaggi canonici del “socialismo reale”: Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao, Ho Chi Minh. E “Che” Guevara, ovvio, quello che mi piaceva di più, quello del cui assassinio, due anni prima, mi aveva parlato con tristezza il vecchio. Un po’ mi vergogno, ma devo ancora avere in cantina un disegno fatto da me in quei primi mesi di liceo, con il disegno “classico” del quintetto, in stile cinese. Ero “stalinista”? Non credo proprio. Semplicemente ignoravo quasi tutto della storia del movimento comunista. Non avevo mai sentito parlare né di Trotsky, né di Rosa Luxemburg. E tanto meno di Bakunin, Kropotkin, Malatesta. Il mio palato politico cominciò ad “affinarsi” mano a mano che divoravo i “classici” del marxismo: nei primi anni Settanta erano dei best seller, e le edizioni proliferavano. Tutti, almeno nel mio ambiente, avevamo letto “Il Manifesto” di Marx ed Engels e “Stato e Rivoluzione” di Lenin, qualcuno diceva di aver letto pure Il Capitale (ancor oggi nutro dei dubbi). Stalin poco a poco divenne una figura ancor meno significativa per me. Non ero ancora diventato un comunista antistalinista: direi piuttosto “a-stalinista”. Militavo nel movimento studentesco (con le minuscole) e nel Centro Lenin, un piccolo gruppo bresciano non stalinista (e forse anche anti-stalinista). E poi entrai in Avanguardia Operaia, che a Brescia era poca cosa, di fronte alla “potenza di fuoco” del Movimento Studentesco (con le maiuscole), stalinista, del PCI (m-l), stalinista, e di Lotta Continua, sicuramente non stalinista, ma poco interessata al “passato”. Per non parlare del “grande partito comunista” di Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer (a cui noi rispondevamo urlando “Che cazzo c’entra il primo con gli altri tre“). Durante uno dei primi cortei a cui partecipai nei ranghi di AO, portando una bandiera vietcong (quella rossa e blu con la stella gialla), credo fosse ai primi del ’73, io e gli altri di AO venimmo aggrediti, con spintoni, calci e qualche pugno, da un nutrito gruppo di militanti del PCI e del Movimento Studentesco (quelli di Capanna) che ci urlavano “fuori i trotskisti dal corteo“. Ci rimasi malissimo, anche perché fino al giorno prima facevo i picchetti contro i fascisti a scuola, fianco a fianco a molti di quelli che ora mi spintonavano. Nel pomeriggio i compagni più “anziani” di AO, nella sede di Via Capriolo, ci spiegarono perché gli “stalinisti” del PCI e del MS ci avevano aggredito dandoci dei trotskisti. Nessuno di noi, loro compresi, lo era: ci dissero che il trotskismo era una deviazione ultrasinistra e militarista del “corretto” leninismo (a cui si rifaceva AO), ma che, poiché una parte del gruppo dirigente di AO nazionale veniva dal trotskismo, questa etichetta era rimasta appiccicata all’organizzazione. In seguito, sia prima che dopo la mia entrata nei “ranghi” trotskisti (entrai nei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, sezione italiana della Quarta Internazionale, nel 1976) la mia esperienza della “repressione stalinista” si limitò, per fortuna, a sopportare i lugubri slogan del MS e dei vari gruppi “marxisti-leninisti” (col trattino, mi raccomando) del tipo “Stalin, Beria, GPU, il trotskismo non c’è più” e a prendere qualche spintone e qualche calcio dal servizio d’ordine del PCI e della CGIL perché fischiavamo gli oratori democristiani in Piazza Loggia. Poca cosa, quindi, che tra l’altro andò scomparendo durante gli anni Ottanta. Il mio comunismo anti-stalinista, che era ormai ben saldo, si nutriva soprattutto di ciò che leggevo sull’URSS degli anni Trenta (a partire dal classico “La rivoluzione tradita” di Trotsky) più che sull’esperienza diretta della “repressione” degli estimatori del baffone georgiano. Beh, se sono qui a scrivere queste quattro righe, è chiaro che non mi hanno sparato alla nuca nei sotterranei della Lubianka e nemmeno fucilato in un gulag in Siberia. Devo dire anzi che, nell’ambito delle innumerevoli correnti del “trotskismo”, aderivo a quella meno “stalinofoba”, quella che aveva militato, da “entrista”, nel PCI fino al 1968, quella che si sforzava di trarre un bilancio “dialettico” dello stalinismo e del “post-stalinismo” (cioè l’URSS post 1956, la Cina, il Vietnam, la Jugoslavia, ecc.). Insomma, i meno “ortodossi”, i più “mollaccioni”, secondo le altre correnti che si rifacevano al fondatore dell’Armata Rossa. Molta acqua è passata sotto i ponti da quegli anni “formidabili”. La militanza in Rifondazione, poi nelle sezioni belga, britannica, catalana e francese della Quarta Internazionale, l’incontro col pensiero libertario e anarchico (soprattutto Malatesta e Berneri). E, lo ammetto, da semplice antistalinista sono diventato “stalinofobo”, soprattutto quando incontro qualcuno (vedi l’ineffabile Marco Rizzo, ex cossuttiano e “destro” del PRC) che non si limita a rivendicare una generica appartenenza di Stalin al movimento comunista (in questo sarebbe in buona compagnia, da tutti i partiti e gli “opinionisti” di destra fino a molti militanti della sinistra), ma addirittura ad esaltare il massacro dei bolscevichi dei processi-farsa di Mosca o l’assassinio di Trotsky. Allora mi salta la mosca al naso e, purtroppo, tendo a scendere sullo stesso livello dell’interlocutore “iper-stalinista”. Ma perché racconto tutto questo? Perché in questi ultimi mesi, complice la clausura da COVID19, ho sprecato un po’ del mio tempo a rispondere a questo o quello stalinista sui vari social, lasciandomi andare talvolta all’ira e ricorrendo all’epiteto “stalino-fascista” per stigmatizzare l’aggressività verbale, la volgarità o l’ignoranza dell’interlocutore occasionale. E molti dei miei amici “stalinisti” (ne ho, nonostante tutto) si sono offesi con me, coinvolgendomi in numerose discussioni (per fortuna più civili di quelle sui social). Non pretendo qui di sviluppare una seria analisi del fenomeno staliniano (anche perché ci vorrebbe un’enciclopedia, non un articoletto). Ovviamente non considero questi amici (che sono anche compagni, nonostante tutto) stalino-fascisti. Ho anche detto più volte, pubblicamente, che molti dei bravissimi compagni che ho conosciuto in oltre mezzo secolo di militanza si sentivano e si autodefinivano “stalinisti” (o comunque sicuramente non antistalinisti). Per molti di loro era il classico riflesso condizionato di tipo semplicistico e manicheo: se i nostri avversari parlano male di Stalin, vuol dire che gli fa paura; ergo era un grande comunista. Per altri la cosa era (ed è) più complessa: ammettono i limiti e gli “errori” di Stalin (qualcuno mi ha parlato di un rapporto 70 a 30 tra “cose buone” e “cose negative”), ma sostanzialmente hanno l’atteggiamento che aveva Ugo Foscolo con Napoleone Bonaparte: ha tarpato le ali alla rivoluzione, certo, ma a modo suo, contraddittoriamente, l’ha anche estesa e sviluppata, per cui, visto che dall’altra parte c’è la reazione, mi schiero col dittatore còrso. In entrambi i casi non oserei mai definire “stalino-fascisti” questi compagni. Tra l’altro, negli ultimi 30 anni, queste posizioni si sono sempre più assottigliate (anche se meno di quanto credevo e speravo). Diverso è il caso, però, di quelli che, piuttosto che rivendicare, che so io, la collettivizzazione forzata, la teoria del “socialfascismo” o la pratica dei Fronti Popolari, sottolineano quanto sono belli i processi-farsa, le fucilazioni illegali nei sotterranei della NKVD, le sparizioni forzate, i gulag, l’annientamento fisico della “vecchia guardia bolscevica”, il disprezzo più totale della vita umana. Qui, sinceramente, risulta difficile distinguere tra i fascisti e costoro. Si nutrono dello stesso “humus” culturale ed ideologico, quello della soppressione violenta degli ideali rivoluzionari di libertà, uguaglianza e fraternità, partoriti dall’illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, rinvigoriti dal 1848 e dalla Comune di Parigi, rilanciati e approfonditi concretamente dalla Rivoluzione Russa. Ogni fascismo è diverso, pur con i tratti comuni: tra il fascismo mussoliniano, il nazismo tedesco e il franchismo nazional-cattolico ci sono quasi altrettante differenze quante somiglianze. E lo stalinismo è impregnato degli umori reazionari della vecchia Russia zarista: dal culto secolare del Piccolo Padre, all’esaltazione della cieca ubbidienza (ribattezzata “disciplina comunista”) e della violenza più brutale, alla stessa concezione della famiglia (qualcuno ricorda la proibizione dell’aborto, nel ’36?), al nazionalismo sciovinista grande-russo contrapposto all’internazionalismo proletario, ecc. ecc. Non sapremo mai se il brindisi che Stalin fece per Hitler davanti a Von Ribbentrop (“Brindiamo al vostro Führer: so quanto il popolo tedesco lo ami“) fosse sincero o fosse solo un grossolano esercizio di diplomazia. Così come non sapremo mai (anche se qualcosa possiamo immaginare) come sarebbe stato un “fascismo russo” (alla “Centurie Nere” zariste o alla Kornilov) visto che l’Armata Rossa guidata da Trotsky li ha sconfitti. Ma ho il fondato dubbio che, al di là dei simboli superficiali di facciata (così cari ai “palati facili” di tutte le latitudini politiche) non sarebbe stato molto diverso dal regime instaurato dal prete mancato georgiano, il becchino della rivoluzione russa, Josif Stalin.

Flavio Guidi