Dal mese di marzo seguo quotidianamente l’evoluzione della pandemia COVID-19 dal punto di vista statistico (l’unico che posso controllare, non avendo nessuna formazione medica). I lettori di questo blog hanno già visto vari miei articoli con i dati per un centinaio di nazioni. Seguivo con apprensione l’evolversi della situazione: numero di contagi, numero di decessi, tasso di mortalità da Covid (sul totale della popolazione), tasso di letalità (morti sul totale dei contagiati). Il tutto collegato all’indice di anzianità (visto che la letalità colpisce, per oltre il 90%, gli ultrasettantenni), usato spesso come scusa (o attenuante di colpevolezza) dai nostri governanti, a Milano come a Roma. Non ripubblico qui tutte le tabelle: l’ultima, pubblicata meno di un mese fa, ha subito relativamente poche variazioni: il Belgio continua ad essere il paese più colpito in termini di mortalità (182 morti ogni 100.000 abitanti), mentre per quanto riguarda la letalità continua ad essere il Messico ad avere il primato (86 morti ogni 1000 contagiati), e per percentuale di contagiati il record spetta alla Repubblica Ceca (87 contagiati ogni 1000 abitanti). Rispetto, per esempio, ad un paese “vecchio” (il più “anziano del mondo, col 34,4% di ultrasessantenni), ma virtuoso, il Giappone: meno di 4 morti ogni 100 mila abitanti, meno di 14 morti ogni 1000 contagiati, 3 contagiati scarsi ogni 1000 abitanti. Un altro esempio, non messo molto bene e molto “chiacchierato” per le politiche “blande” in termini di lockdown, la Svezia: 110 morti ogni 100 mila abitanti, 20 morti ogni 1000 contagiati, 55 contagiati ogni 1000 abitanti. L’Italia “media” si situa al 5° posto per mortalità (139 morti ogni 100 mila abitanti), all’11° per letalità (ma al quarto in Europa) con 35 morti ogni 1000 contagiati, e al 27° per contagiosità (40 contagiati ogni 1000 abitanti). Come si vede, l’italiano “medio” è messo piuttosto male: diciamo che, tenuto conto dei tre dati, solo belgi, sloveni, cechi, britannici, bulgari e nordamericani stanno messi peggio. Stasera ho però voluto inserire nella graduatoria della “sfiga” (ammesso che si tratti di questo, e non soprattutto di politiche sanitarie negligenti o criminali) la Lombardia e la provincia di Brescia. Ebbene, possiamo orgogliosamente rivendicare il primato mondiale di mortalità e un posto sul podio d’onore per la letalità: 262 lombardi su 100 mila sono morti per COVID (primi nel mondo!), 51 su 1000 contagiati sono morti (5° posto nel mondo, dopo Messico, Ecuador, Egitto e Cina) e 19° per contagiosità (52 contagiati ogni 1000 abitanti). E il bresciano può rivendicare la medaglia d’argento, dopo l’oro “lombardo”, con 253 morti ogni 100 mila abitanti, ed è secondo solo al messicano per letalità (65 morti ogni 1000 contagiati). Interessante notare che, per quanto riguarda i contagi, siamo messi un po’ meglio: 39 contagiati ogni 1000 abitanti, 31° posto nel mondo. Insomma, ci si contagia così e così, ma si muore di brutto tra le Alpi, l’Oglio e il Garda. E sì che dovremmo avere, visto che siamo “pieni di pila”, ospedali e specialisti d’avanguardia. Chi dobbiamo “ringraziare”? O il Dio della Brescia cattolica ci vuole un gran male, oppure (come nel mio caso, da miscredente inveterato) bisognerà farsi qualche domanda. Vero Fontana, Gallera, Formigoni, Maroni, Moratti? E qualche domandina dovrebbero farsela anche i vostri sponsor di Assolombarda e AIB? O sbaglio?

Flavio Guidi