Dal 21 gennaio 1921 al 3 febbraio del 1991, dalla scissione di Livorno allo scioglimento votato a Rimini. Le tappe della parabola del più grande partito comunista di occidente – a cura di Fabrizio Dogliotti –

21 gennaio 1921. Nel Teatro Goldoni di Livorno si svolge il XVII Congresso del Partito socialista italiano. La frazione dei comunisti “puri” (per distinguerla da quella dei comunisti “unitari” che aveva la maggioranza nel partito e che è passata alla storia come corrente massimalista), cioè dei militanti che accettavano la risoluzione dell’Internazionale sulla costituzione dei partiti comunisti e sull’espulsione dei riformisti, guidati da Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Misiano, Polano, Repossi e Terracini fra gli altri, viene messa in minoranza -la sua mozione ottiene quasi il 35% dei voti, comunque- e decide di abbandonare i lavori del congresso socialista per fondare la sezione italiana della III Internazionale, il Partito Comunista d’Italia. La Federazione giovanile socialista aderirà al nuovo partito praticamente all’unanimità pochi giorni dopo. E’ un energico anche se un po’ inesperto partito rivoluzionario quello che si forma, che guarda alla vittoriosa rivoluzione bolscevica, composto dalle avanguardie operaie e contadine che si sono forgiate nelle lotte del “biennio rosso” appena concluso. Viene eletto segretario Amadeo Bordiga, che ne influenzerà grandemente la strategia dei primi anni.

1922. Si tiene a Roma il secondo Congresso del PCd’I, che vede il partito quasi unanime intorno alla linea politica del segretario: nell’aspra polemica con la socialdemocrazia, si rifiuta l’idea del governo operaio (che ha come condizione l’unità con i socialisti) e di qualsiasi alleanza anche solo temporanea: addirittura si teme la creazione di un governo reazionario con a capo proprio i riformisti. A queste posizioni, in netto contrasto con la linea del Fronte Unico dell’Internazionale, fa eco la globale sottovalutazione da parte di Bordiga del fascismo, che da tempo sta attaccando violentemente le avanguardie del movimento operaio e proprio in questi mesi sta maturando la presa del potere. Al di là delle discussioni e polemiche interne ed internazionali, la direzione del PCd’I ha difficoltà ad elaborare una strategia rivoluzionaria coerente ed a fornire un orientamento adeguato aii suoi quadri rispetto all’emergere del pericolo fascista. Il partito, nonostante tutto, può contare con 43.000 iscritti. Alle elezioni dell’anno prima aveva ottenuto più di 300.000 voti e 15 seggi. Una forza minoritaria ma di una certa importanza e impianto nella classe operaia.

1923-1924. Mentre il neonato regime fascista colpisce duramente i comunisti (nel 1923 vengono arrestati ben 72 segretari di federazione e quasi tutto il Comitato Centrale), la direzione dell’Internazionale decide di “commissariare” il partito, che continua ad essere maggioritariamente in contrasto con le sue decisioni. Si inaugura così uno stile burocratico-amministrativo nelle relazioni fra il centro di Mosca ed i partiti che aderiscono all’internazionale (allora diretta da Zinovie’v), che prefigura in certo modo la direzione autoritaria dello stalinismo. Gramsci si schiera con l’Internazionale, in aperta polemica con l’estremismo sempre più settario di Bordiga e diviene il segretario del partito -poi ratificato nel congresso del 1926. Ma anche se il gruppo intorno a Gramsci difende delle posizioni più giuste dal punto di vista dei compiti rivoluzionari del momento, continua ad essere in minoranza nel partito, come testimonia la Conferenza di Como nel 1924. Pochi mesi dopo, però, la cosiddetta “sinistra” del PCd’I -cioè Bordiga e i suoi, che rappresentano in realtà la posizione maggioritaria- vengono praticamente estromessi dagli organi dirigenti e isolati. La dura repressione del fascismo (inizia l’esodo dei “fuoriusciti” all’estero) e l’aspra battaglia interna non favoriscono certo la crescita del partito: il tesseramento del 1923 supera di poco i 9000 iscritti. In questo contesto difficile, nasce tra l’altro L’Unità, organo definitivo del partito. Ma l’organizzazione è comunque attiva e può ancora operare a volto scoperto: partecipa, con una politica piuttosto ondeggiante -che peraltro rispecchia gli orientamenti un po’ confusi della III Internazionale- alla vicenda dalle opposizioni politiche al fascismo dopo l’assassinio di Matteotti. Saranno le ultime battute dell’antifascismo legale: in pochi mesi Mussolini sarà il padrone assoluto del paese -con le leggi fascistissime- e il PCd’I verrà messo fuorilegge..

1926. Si celebra a gennaio il terzo congresso del Partito a Lione, già in clandestinità. E’ un momento importante e per vari motivi. Le Tesi del “centro” di Gramsci -opposte a quelle della “sinistra” di Bordiga- ottengono una schiacciante maggioranza del 90%, anche se il risultato non risponde del tutto alla realtà: i voti si conteggiano in modo piuttosto bizzarro (chi non è d’accordo con il documento di Bordiga viene automaticamente contato nella maggioranza e i delegati che sono rimasti bloccati in Italia -e sono molti- hanno grandi difficoltà a far contare il loro voto). Fra le difficoltà della repressione e della clandestinità, sta emergendo un’organizzazione e un tipo di relazioni interne sempre più rigide -nelle Tesi del congresso si proibiscono le frazioni e, nei fatti, anche le tendenze- che però sono anche e direttamente il riflesso dell’ascesa in URSS della burocrazia staliniana. Da un punto di vista politico, invece, le Tesi cercano di aggiustare i guai degli anni precedenti proponendo la tattica del fronte unico e criticando lo schematismo di Bordiga, nonché affermando l’indipendenza del proletariato dalla borghesia con una lucida analisi della classe dirigente italiana, del fascismo e dei rapporti di forza in corso. Ma è tardi: il fascismo -che forse un’efficace politica di Fronte unico avrebbe potuto fermare- ha già trionfato e il drammatico affermarsi della controrivoluzione staliniana capovolgerà totalmente le indicazioni dei primi congressi della III Internazionale a cui ora la direzione del PCd’I fa appello. Inizia ad avere un ruolo di primo piano Ercoli (Palmiro Togliatti), mentre Antonio Gramsci -che pur avendo appoggiato e gestito gli orientamenti del Comintern era anche cosciente dei rischi di una sua involuzione burocratica- scomparirà dalla scena da lì a poco: a novembre dello stesso anno verrà arrestato dalla polizia fascista e praticamente non uscirà vivo dalle galere del regime. Poco prima i essere arrestato Gramsci espresse critiche severe alla gestione staliniana in una lettera al partito sovietico e all’internazionale. Lo stesso UP del PCd’I riunito subito dopo il suo arresto, ritirò la lettera impendendo che potesse circolare tra i principali partiti dell’Internazionale.

1928-1930. E’ la “svolta a sinistra”. Il IV Congresso dell’internazionale comunista sancisce la definitiva vittoria di Stalin e dell’apparato burocratico sul partito e sullo Stato sovietico con la definizione del “Terzo periodo” e del concetto di socialfascismo, che scaverà un solco settario ancor più profondo fra le componenti del movimento operaio internazionale proprio alla vigila della vittoria del nazismo in Germania. In Italia, dopo qualche borbottio, la nuova linea -che capovolge totalmente le Tesi gramsciane di Lione- viene sostanzialmente accettata dalla direzione clandestina che fa capo a Togliatti e le voci critiche vengono ben presto taciute: Tasca, esponente della “destra” del partito, viene espulso nel 1929 e dopo di lui Bordiga. Nel 1930 tocca al “gruppo dei tre” dell’Ufficio politico del PCd’I: Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, (seguiti ben presto da Ignazio Silone e altri), che non solo si oppongono alla nuova linea staliniana (sono sempre più vicini all’opposizione di sinistra internazionale) ma che hanno espresso forti dubbi sul riorientamento organizzativo del centro del partito, che parte del gruppo dirigente vorrebbe far tornare in Italia, sempre obbedendo alle direttive dell’Internazionale che ipotizza una inesistente situazione di potenziale grande mobilitazione all’interno del paese. E nello stesso periodo si leva dal carcere la voce critica di Gramsci, ormai emarginato dal partito e via via meno convinto delle sue scelte interne ed internazionali.

Lo spostamento del centro in Italia, motivato dalla certezza -tutta interna alle logiche della svolta a sinistra- che le masse operaie ben presto si solleveranno in Europa, si rivelerà subito un disastro e la polizia fascista riuscirà quasi a distruggere il già fragile apparato del PCd’I.

1934-1938. Dopo l’avvento del nazismo in Germania -grazie anche alla divisione del movimento operaio nel paese- diventa evidente il fallimento non solo della “svolta a sinistra” ma anche dei suoi supposti analitici. E così l’internazionale compie un altro giro di 180°, proclamando ora la linea dei Fronti Popolari, che riorienta i partiti membri nel senso di una collaborazione antifascista non solo con i partiti della classe operaia ma anche con quelli borghesi. Il partito di Togliatti, sempre malleabile e obbediente, si riavvicina al Partito socialista e a Giustizia e Libertà, anch’essi in esilio, e già nel 1934 prendono vita una serie di iniziative unitarie, sia contro la guerra in Abissinia sia, soprattutto, con la costituzione della Brigata Garibaldi, che parteciperà attivamente nella guerra civile spagnola a fianco dei repubblicani. E’ particolarmente significativo l’inizio dell’unità d’azione coi socialisti che, nonostante i distinguo, le divergenze e i disamori, marcherà l’intensa storia del movimento operaio italiano per tutto il decennio successivo.

1939-1940. Sono anni particolarmente bui per il partito. Il patto Molotov-Ribbentrop fra sovietici e nazisti mina non solo la ricostruita unità con le altre forze operaie ma demoralizza e confonde parte della militanza, già piuttosto logorata dall’attività clandestina in Italia o dalla dura vita dell’esilio. Ma la direzione di Togliatti, abituata ormai alle svolte repentine dell’Internazionale, regge e risponde coi consueti metodi. Umberto Terracini e Camilla Ravera, prestigiosi dirigenti comunisti al confino a Ventotene, critici con il patto coi nazisti, vengono senza tante cerimonie espulsi dal partito e isolati dai loro stessi compagni di prigionia. D’altra parte, l’occupazione tedesca della Francia scompiglia irrimediabilmente la direzione dell’organizzazione in esilio a Parigi e Togliatti ripara a Mosca, dove dirigerà quasi in solitario il partito italiano.

1940-1943. Con l’entrata in guerra dell’Italia fascista, il partito comunista riprende l’iniziativa, sia in modo indipendente sia unitariamente con le altre forze della sinistra: comincia a farsi strada l’idea che la guerra possa accelerare la crisi del regime, idea che si vedrà confermata appieno nel luglio del ’43. Nel frattempo, l’aggressione nazista all’Urss e la strenua resistenza dei sovietici fanno crescere immensamente il prestigio dei comunisti (e anche quello personale di Stalin) fra le classi popolari in Italia e in Europa. Nella primavera del ’43 -cioè ben prima della caduta di Mussolini- un’ondata di scioperi operai scuote il triangolo industriale italiano: avvenimento unico in tutta la resistenza europea al nazi-fascismo, non solo è il segno che la crisi del regime è all’ordine del giorno ma anche che la tenace resistenza clandestina dell’apparato del PCd’I (che nel frattempo ha cambiato nome: a partire proprio dal 1943, con lo scioglimento del Comintern, si chiamerà Partito Comunista Italiano) sta dando i suoi frutti. Fra gli scioperanti, nonostante sia il PSI che il Partito d’Azione abbiano un ruolo, il PCI è chiaramente egemone. Dopo gli scioperi, viene firmato a Tolosa un documento unitario nel quale si afferma che la libertà politica dovrà costituire la maggiore conquista, presidiata e difesa da una democrazia del lavoro.  A partire dalla caduta di Mussolini del 25 luglio, sarà questa, più o meno, la definizione della prospettiva post-fascista, alternativa a quella badogliana e borghese in generale. 

1943-1945. Immediatamente dopo l’8 settembre del ’43 inizia la Resistenza, fenomeno complesso e diseguale geograficamente ma che vede in pochi anni la ricostruzione del movimento operaio italiano e delle sue organizzazioni politiche e sindacali (lo stesso Partito passa dai cinque o seimila presunti iscritti clandestini del 1943 al mezzo milione di aderenti dell’anno successivo), non solo intorno alla lotta al fascismo ma ad un vero e proprio progetto di cambiamento rivoluzionario. Almeno, questo è il senso sia del documento prima citato che delle posizioni piuttosto chiare dei partiti della classe operaia fino al ’44 e del primo CLN. Nella resistenza, il PCI svolge un ruolo di primo piano: tanto le sue unità combattenti (le brigate Garibaldi) che i nuclei cittadini o quelli di resistenti nelle fabbriche danno vita alla maggior parte delle iniziative politiche e militari di quegli anni. Degni di nota sono i massicci scioperi industriali della primavera del ’44 che, in pieno terrore della Repubblica di Salò, riescono -anche se al prezzo di una repressione feroce- a umiliare fascisti e nazisti. Il successo del partito si deve, oltre che al ritorno degli esiliati e dei prigionieri politici e alle mutate condizioni politiche almeno in una parte del paese, anche alla profondità della crisi sociale e politica, che radicalizza rapidissimamente vasti settori popolari e un’intera generazione di giovani.

Nel bel mezzo della lotta, nella primavera del ’44, giunge Togliatti da Mosca e impone al partito comunista, che ha un peso ormai determinante nella sinistra italiana, e quindi anche a tutti gli altri, la cosiddetta “svolta di Salerno”. Si tratta di una profonda modificazione degli orientamenti strategici del partito fondato a Livorno 23 anni prima. Non si tratta infatti solo di proporre a comunisti, socialisti e azionisti di accettare il quadro della monarchia e della democrazia borghese in funzione dell’unità antifascista (tutto sommato, una riedizione del fronte popolare di pochi anni prima) ma anche di un inedito progetto di partito, di alleanze e di società futura. Per la prima volta, con la cosiddetta tesi della “democrazia progressiva”, si disegna la collaborazione di classe non come espediente tattico ma come orizzonte strategico. Il cambiamento avverrà solo all’interno delle regole della democrazia borghese o non avverrà. Ancora una volta si tratta di una giravolta staliniana, tesa a mantenere gli equilibri internazionali e gli obiettivi diplomatici dell’Urss, ma stavolta Togliatti inizia -e non tanto timidamente- ad agire pure un po’ per conto suo, diventando all’improvviso il deus ex machina della politica italiana. Naturalmente, la “svolta” non viene accettata in modo indolore da tutti. Tuttavia, il paese è diviso, è in guerra e i partigiani che combattono al Nord e che perlopiù sognano la rivoluzione sono lontani da Salerno e da Roma, dai partiti e dai dirigenti politici. Poco a poco, il partito comunista, che è sopravvissuto a tutte le capriole staliniane con un eccezionale spirito di adattamento, riesce a far digerire le sue prospettive improvvisamente moderate con una miscela di patriottismo, di buon senso ritrovato, di vaghe promesse di graduale riscatto futuro. Al V congresso, nel 1945, la “svolta” viene ratificata. La prima, grande, vera crisi rivoluzionaria che affronta l’Italia nella sua storia viene così clamorosamente placata. A questo epocale e radicale cambiamento di rotta fa però riscontro una rigidissima organizzazione del partito, modellata sull’organizzazione staliniana, che non lascia il benché minimo spazio alla dissidenza interna e che insiste molto sulla formazione dei quadri.

1945-1947. Il PCI è al governo. I suoi obiettivi immediati, che verranno raggiunti, sono la proclamazione della Repubblica (giugno ’46) e l’avvio dei lavori della Costituente (la Costituzione entrerà in vigore nel gennaio del ’48). Gli operai restituiscono ai padroni le fabbriche da loro salvate dal saccheggio nazista e la ricostruzione del paese avviene in un clima di restaurazione politica e sociale di cui il PCI, in realtà, è una componente essenziale. Togliatti è ministro di Grazia e Giustizia e sarà il necessario collaboratore, se non il responsabile, della mancata epurazione dei fascisti dall’apparato dello Stato italiano. Tuttavia, il grande progetto di influenzare il mondo cattolico e moderato fallisce immediatamente con l’inizio della Guerra Fredda. Nel 1947 il PCI e il PSI vengono estromessi dal governo De Gasperi. In tutti i casi, negli anni del dopoguerra il PCI conosce una crescita quasi esponenziale, sia nel numero di iscritti (nel decennio che va dal 1946 al 1956 supera di molto i due milioni, una cifra da capogiro per l’Italia di allora) sia nei risultati elettorali (negli anni cinquanta superava tranquillamente il 20%, essendo, dopo la DC, il più influente partito di massa italiano).

1948. Si svolge il VI congresso del PCI, in cui Togliatti parla della “via italiana al socialismo” e si decide la presentazione elettorale di una grande lista unitaria della sinistra, il Fronte Democratico Popolare. Tuttavia, le elezioni del 18 aprile sanciscono una battuta d’arresto dell’ascesa elettorale della sinistra, pure se il PCI è ora, dopo la scissione socialista di Palazzo Barberini, la sua forza principale. In Italia si assiste ad un veloce riordinamento delle istituzioni del paese in senso reazionario ed il PCI si collocherà stabilmente all’opposizione, iniziando una dura battaglia per i diritti democratici. In questo contesto contraddittorio lo spirito rivoluzionario e profondamente anticapitalista della sua base non è però venuto meno: a luglio, un fallito attentato a Togliatti provoca una situazione insurrezionale in tutto il paese: i militanti comunisti assaltano le prefetture, gli ex-partigiani tirano fuori le armi. La direzione del partito, dopo un primo momento di smarrimento, si affretta a smobilitare le sue basi e ad arrestare lo sciopero insurrezionale.

1949-1953. Si intensifica la Guerra Fredda ed il progetto reazionario della DC. Nel ’49 il Pci si oppone all’ingresso dell’Italia nella NATO mente il Sant’Uffizio scomunica i marxisti e i simpatizzanti comunisti. Dello stesso periodo è l’approvazione della cosiddetta “legge truffa”, che introduce un sostanziale premio maggioritario nelle elezioni, contraddicendo il sistema quasi puramente proporzionale vigente sino ad allora in Italia. Il Pci conduce un’epica battaglia -in Parlamento e fuori- contro la legge e il progetto fallisce (anche perché alle elezioni del ’53 la coalizione guidata dalla DC non riesce ad avere la maggioranza). Nel 1953 muore Stalin.

1956. Al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Krusciov denuncia in un rapporto gli errori e i delitti commessi sotto la direzione di Stalin. Si apre così la cosiddetta “destalinizzazione”, un timido tentativo di riforma della burocrazia sovietica, che mantiene però intatte tutte le sue caratteristiche di fondo. A prova di ciò, a novembre l’esercito sovietico interviene in Ungheria, allo scopo di destituire il socialdemocratico Nagy (che verrà poi fucilato) dal governo. Il Pci dà per buona l’interpretazione sovietica dei fatti d’Ungheria e un gruppo di intellettuali ad esso legati redige il Manifesto dei 101, molto duro con gli orientamenti acritici del partito, che costituisce il primo “strappo” importante di settori intellettuali del paese col Pci. Un’altra conseguenza dei fatti di Ungheria è la rottura dell’ormai storico patto di unità d’azione tra Partito comunista e Partito socialista. 
A dicembre si tiene l’VIII Congresso del PCI, che ribadisce la linea della “via italiana al socialismo”, adottando un’impostazione più nettamente riformista e di alleanze con altri blocchi sociali. Anche se non si può palare di una vera e propria crisi, dopo la denuncia di Krusciov, i fatti ungheresi e la rottura dell’unità coi socialisti, il Pci conosce una certa flessione e perde quasi 200.000 iscritti.

1960. La formazione del governo del democristiano Tambroni con l’appoggio del neofascista MSI suscita un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese. La stessa DC tentenna sulla questione. Tuttavia, la polizia e i carabinieri non esitano a sparare sui manifestanti, provocando parecchi morti sia a Reggio Emilia che in Sicilia e chiarendo senza ombra di dubbio la natura reazionaria degli apparati dello Stato. Nonostante il pesante clima di intimidazione poliziesca e fascista, la mobilitazione del movimento operaio riesce non solo a far cader il governo ma anche a mettere bruscamente fine all’avventura politica con l’estrema destra. Una delle lezioni che la borghesia italiana trae dai fatti del 1960 è la ricerca di uno sbocco verso sinistra, dove troverà un docile alleato nel Partito socialista di Nenni.

1962. Con il governo Fanfani, appoggiato dai socialisti, si inaugura in Italia la lunghissima stagione del centro-sinistra. Tuttavia, neppure le parziali riforme propugnate dai socialisti (creazione del Welfare, legge sul suolo, ecc.) vengono accettate dalla borghesia italiana, che non ha nessuna intenzione di cedere sulle questioni importanti. Invece, la cooptazione dei socialisti nei diversi governi riesce a garantire una certa stabilità dello establishment in un momento di profondi mutamenti strutturali del paese (crescita industriale, razionalizzazione dei processi produttivi, immigrazione interna, ecc.), ammortizzandone gli effetti sociali.

1964-1966. Muore Palmiro Togliatti e gli succede alla segreteria del partito Luigi Longo. Nei fatti, Il Pci vive negli anni sessanta una situazione di stallo, messo in difficoltà dall’esperienza del centrosinistra, anche se prosegue la sua lenta ascesa elettorale. Al congresso del 1966 emerge per la prima volta dopo gli anni venti un dibattito fra diverse anime del partito, fra la “destra” di Amendola e la “sinistra” di Ingrao, anche se non si verificano grandi sussulti interni. Il congresso ribadisce e rilancia la sua posizione contro la guerra del Vietnam. In questi anni, è praticamente l’unica forza politica italiana importante che si schiera apertamente con il popolo vietnamita -anche se con una formula “per la pace”- e, pure se inconsapevolmente, contribuisce a creare un clima culturale e politico molto attento alle vicende dell’anticolonialismo nelle nuove generazioni e fra gli intellettuali. Siamo alla vigilia del ’68.

1968. Scoppia a maggio la rivolta giovanile a Parigi e in Italia il movimento studentesco, nato sul finire del ’67 in alcune città, ha già conosciuto un forte sviluppo nella primavera del 1968. La posizione della direzione del Pci, anche se ne intuisce l’importanza, è fondamentalmente di diffidenza verso le nuove forme di lotta e rivendicazioni giovanili: considera la radicalità degli studenti fuori luogo e aliena al partito. Nel frattempo, ad agosto, le truppe del Patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia, colpevole di aver aperto un ciclo di riforme economiche e politiche invise a Mosca. Il Pci, contrariamente alle posizioni del ’56, critica apertamente l’intervento, anche se sulla prassi e la natura dello stalinismo non si apre nessun dibattito.

1969. Inizia la lunga e complessa vicenda dialettica del Pci con le lotte operaie e giovanili che cambiano il volto dell’Italia negli anni settanta. Se da un lato la nuova conflittualità della classe operaia trova il Pci totalmente impreparato e su posizioni sostanzialmente arretrate, riesce a non essere tagliato fuori dalle dinamiche politiche e sindacali di quegli anni, anzi ne controllerà presto -a suo favore e non senza qualche difficoltà- le spinte. Tutte le importantissime conquiste che il movimento di classe riuscirà a strappare alla borghesia italiana dalla fine degli anni sessanta in poi, verranno fatte proprie dal Pci e ne consentiranno una straordinaria ascesa elettorale e un grande rafforzamento organizzativo. Invece, tutte le esperienze più avanzate e radicali, come per esempio il sindacato dei consigli, verranno finalmente svuotate dalla direzione politica e sindacale del movimento operaio.

Il XII congresso del ’69 rivernicia un po’ stancamente la parola d’ordine riformista della via italiana al socialismo con la proposta di un governo delle sinistre ma nel frattempo blinda il partito contro le attività “frazioniste”. La componente di sinistra del Manifesto (Rossanda, Magri, Pintor e Natoli) molto critica sui fatti di Praga e sui compiti della nuova fase, ne è espulsa.

1972. Al XIII congresso del PCI, il nuovo segretario Enrico Berlinguer presenta una relazione dal titolo “Unità operaia e popolare per un governo di svolta democratica”. Il documento getta le basi teoriche di quello che l’anno dopo verrà formulato più compiutamente come “compromesso storico”. A luglio, la maggioranza del PSIUP -una formazione nata da una scissione del PSI nel 1964- confluisce nel PCI, mentre la minoranza fonderà più tardi, insieme al gruppo de Il Manifesto, il PDUP.

1973. L’11 settembre, un colpo di stato militare rovescia il legittimo governo popolare di Salvador Allende in Cile. Il Pci dà una lettura particolare dei drammatici avvenimenti cileni: è l’occasione per allontanarsi definitivamente da una prospettiva di cambiamento radicale della società capitalista, sostituendola con l’alternativa democratica, cioè una proposta di “compromesso storico” fra le grandi correnti politico-ideologiche della società italiana, la comunista, la socialista e soprattutto la cattolica, incarnata dalla DC. Il partito si allontana così sempre di più non solo dalla prospettiva rivoluzionaria (distanza che negli anni trenta, con l’adesione alle politiche staliniane, aveva nei fatti già colmato) ma entra decisamente nel terreno della socialdemocrazia.

1976. E’ un anno decisivo, anche simbolicamente, per il Pci. Raggiunge infatti il suo massimo storico elettorale (34,4%alla  Camera e 33,8% al  Senato alle elezioni politiche). Alla conferenza internazionale dei partiti comunisti a Berlino, il Pci guida la “dissidenza” eurocomunista, insieme al Partito comunista spagnolo ed al francese. Si incrina definitivamente il rapporto con il Pcus e l’Unione Sovietica, anche se un generico riferimento al marxismo non viene messo in discussione. Sul piano politico nazionale, la teorizzazione del compromesso storico  prende vita con l’appoggio “passivo” al governo democristiano, inaugurando così la politica di solidarietà nazionale. Enrico Berlinguer conia la proposta di una politica di austerità per rispondere alla crisi economica e rigenerare moralmente il paese.

1977. In concomitanza con la crisi dell’estrema sinistra italiana e l’aggravarsi della condizione giovanile, scoppia il “movimento del ‘77”, che fa un’analisi estremamente critica e un po’ superficiale della politica del Pci, assimilandola a quella della borghesia tout court. Lama, il segretario della CGIL, viene violentemente cacciato dagli studenti dall’università di Roma. Dal canto suo, il Pci, impegnato nella politica dell’unità nazionale, taccia il movimento giovanile di irresponsabile ed estremista. Asor Rosa abbozza su Rinascita la discutibile analisi delle “due società”. Iniziano quelli che verranno definiti gli “anni di piombo”, con il dilagare del fenomeno terrorista, che lacerano profondamente l’avanguardia politica del movimento operaio.

1978. Il rapimento e il seguente assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse mandano definitivamente in crisi il progetto della partecipazione al governo del Pci, segnando così il fallimento della politica dell’unità nazionale e, più in generale, di tutto l’impianto teorico del compromesso storico. Seguirà una lunga riedizione del centrosinistra -che durerà un decennio e sarà conosciuta con la formula di “Pentapartito”-, che respingerà il Pci all’opposizione.

1980. Con la sconfitta della lotta degli operai della Fiat -a cui il Pci partecipa attivamente ma di cui infine accetta e giustifica l’epilogo-, si chiude la fase di ascesa del movimento operaio in Italia degli anni settanta: la borghesia e il padronato, in concomitanza con quanto avviene nel resto d’Europa e nel mondo, passano decisamente all’offensiva. Lo smantellamento delle avanguardie operaie porterà abbastanza velocemente ad un’involuzione moderata delle organizzazioni sindacali e politiche del movimento dei lavoratori, che peserà non poco negli anni a venire. Berlinguer denuncia l’esistenza di una “questione morale” in rapporto alla dilagante corruzione e clientelismo del sistema di potere italiano. La Urss invade l’Afganistan: il Pci condanna l’intervento e ribadisce l’appoggio del partito al sistema di difesa atlantico (la NATO). L’anno dopo, in occasione del colpo autoritario in Polonia del generale Jaruzelski, Berlinguer dichiara conclusa la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre.

1983-1984. Nonostante la posizione atlantista, il Pci si oppone all’installazione dei missili Cruise americani in Italia e partecipa al grande movimento pacifista che nasce nel paese nella prima metà degli anni ottanta. Nel giugno dell’84, alla vigilia delle elezioni europee (il Pci si piazzerà come primo partito italiano con il 33,3% dei voti), muore Enrico Berlinguer, a cui succede Alessandro Natta.  A novembre si scioglie il Pdup e confluisce nel Pci.

1985-1986. Il taglio della scala mobile del 1985 simbolizza la forte offensiva neoliberista guidata dalla DC e dal Psi di Craxi: nonostante i tentativi di resistenza, il movimento dei lavoratori perde anche questa battaglia, disertata dalla Cisl e dalla Uil. In un quadro di relativa crisi (diminuiscono i voti e gli iscritti), risentendo del logoramento politico a cui è sottoposto, il Pci anticipa il suo XVII congresso e decide di abbandonare definitivamente i residui riferimenti al movimento comunista internazionale. Anzi, il settore “migliorista” del partito (Napolitano) propone esplicitamente l’adesione all’Internazionale socialista. Proprio su queste vicende si delinea l’opposizione interna di Cossutta. La grande contraddizione del Pci di questi anni, comunque, -e sino alla sua dissoluzione- è che il venir meno della forza del movimento operaio, a cui il Pci ha collaborato attivamente con i suoi orientamenti moderati degli anni settanta, lo indebolisce via via politicamente e organizzativamente.

1989. Natta viene sostituito da Achille Ochetto alla segreteria. A novembre, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, il segretario annuncia la proposta di cambiare il nome al Pci e di fondare così un nuovo partito della sinistra, di orientamento più moderato, che accolga il mercato come orizzonte economico, politico e culturale. E’ la “svolta della Bolognina”.

1990. Si svolge a Bologna il XIX congresso (straordinario) del Pci. Per la prima volta dal congresso di Lione, si confrontano diverse mozioni, che riflettono la profonda spaccatura che si è creata nel partito intorno alla proposta del segretario. Sono tre: quella della direzione di Occhetto (67%), quella della “sinistra” (Ingrao, Castellina, Angius e altri, 30%) e quella che fa capo a Cossutta (3%).

1991. Si svolge a Rimini il XX congresso, l’ultimo, dove si deve decidere sul futuro del Pci. Anche qui si confrontano tre mozioni, leggermente diverse da quelle dell’anno prima e che ottengono risultati simili: quella della direzione di Occhetto, favorevole alla nascita della nuova organizzazione (67,46%), una intermedia, presentata da Bassolino, Tronti e altri (5%) e una contraria alla proposta, che unifica le precedenti mozioni della “sinistra” e di e Cossutta (26,77%). Il 3 febbraio il Pci si scioglie (807 voti a favore, 75 contro e 49 astensioni) e viene fondato il Partito Democratico della Sinistra (PDS), che aderisce all’Internazionale Socialista. Allo stesso tempo, il settore più critico dà vita al Movimento per la Rifondazione Comunista che poco più tardi, con l’adesione di Democrazia Proletaria e di altri, fonderà il Partito della Rifondazione Comunista (PRC).