Da tempo ormai i governi “progressisti” in giro per l’Europa (e per il mondo) non creano più molte illusioni sulla loro volontà di “cambiare le cose”, nemmeno nel senso che un tempo si definiva “socialdemocratico” (o riformista). Quand’ero (eravamo) giovani mi sembrava poca cosa far pagare più tasse ai ricchi, aumentare i salari medi dei lavoratori, ampliare l’intervento “pubblico” (leggi “statale”) nell’economia, ecc. Io, che volevo abolire quella che il vecchio Carletto chiamava “l’ingiustizia assoluta” (cioè l’appropriazione del plusvalore da parte della borghesia, in parole povere “lo sfruttamento capitalistico”) guardavo dall’alto in basso le politiche di redistribuzione parziale della ricchezza che erano l’alfa e l’omega delle politiche riformiste, dal PSI di Nenni alla socialdemocrazia svedese o tedesca, dai laburisti britannici al PCI di casa nostra. Poi, piano piano, mi sono abituato a vedere i nostri riformisti abbandonare una dopo l’altra queste proposte di riforma. I tempi son cambiati, c’è la crisi, privato è bello, e bla, bla, bla. Ci sono rimaste, per distinguere i nostri amici “di sinistra”, ma moderatissimi, dai loro amici-avversari conservatori e/o reazionari, quelle “riforme a costo zero”, che, magari non tolgono un centesimo ai padroni (non vorremo farli incazzare, vero?), ma che suonano tanto progre: che ne so, sui diritti LGBT, sul divorzio “breve”, sul nome della tal piazza o della tal via, ecc. Non che disprezzi queste “vittorie” simboliche: per un vecchio ateo e anticlericale come me anche solo vedere un vescovo o un cardinale che si incazza è una soddisfazione incommensurabile; o vedere che una piazza intestata ad un cialtrone franchista viene intitolata ad una vittima del fascismo, con tanto di mini-manifestazione di gruppetti di vecchi nostalgici e giovanissimi imbecilli agitare fangose bandiere patriottarde per mostrare tutta la loro indignazione contro “los rojos”. Chi si accontenta gode, dice il ritornello. Però dal governo spagnolo “più progressista” degli ultimi 80 anni (anzi, 82 per l’esattezza) mi aspettavo un po’ più di coraggio, almeno per quanto riguarda la Legge sulla Memoria Storica. Va beh che Sanchez, Zapatero, González non sono Largo Caballero, ma anche tu, Pablo, potevi mostrare un po’ di palle! (Mi scuso con le compagne per questa immagine un po’ machista). Eccovi di seguito un documento, arrivatomi da Barcellona, dai compagni (italiani, catalani, spagnoli) del collettivo Bombes d’Impunitat, che commenta il progetto di legge governativo che dovrebbe “rendere giustizia” alle vittime della dittatura franchista. (F. Guidi)

Il progetto di legge sulla memoria democratica del governo di coalizione PSOE-Podemos mira apparentemente a risolvere il dibattito sulla continuità tra la dittatura di Franco e l’attuale struttura del potere istituzionale, economico e ideologico chiamato “regime del ’78”. Tuttavia, anche se il suo preambolo menziona espressamente le tre condizioni canoniche di qualsiasi processo di democratizzazione di una società che ha subito la barbarie fascista (riconoscimento, riparazione e garanzia di non ripetizione), nella redazione il riconoscimento dello status delle vittime a coloro che sono perseguitati dagli “organismi di repressione” franchisti è accompagnato solo da timidi riferimenti alla necessaria responsabilità da parte dei repressori. La norma prevede la creazione di una Procura il cui compito si concentra sull’indagine dei fatti e delle vittime, ma non sui responsabili, perpetuando implicitamente la totale impunità di cui godono in questi 40 anni di democrazia i responsabili dei crimini contro l’umanità: individui, istituzioni, imprese.  Tanto che, nell’articolo sul lavoro forzato, si sottolinea che le aziende che hanno beneficiato di questo crimine contro l’umanità saranno semplicemente invitate a “incoraggiare iniziative di… segnaletica di luoghi direttamente correlati al lavoro forzato”. Ci sono progressi, ovviamente, rispetto alle precedenti leggi della memoria storica. Tra le novità – oltre all’attribuzione allo Stato del dovere di salvare e dignificare i morti ancora sepolti in fossecomuni – spicca il mostruosamente tardivo riconoscimento del Maquis (la Resistenza degli anni Quaranta e Cinquanta, ndt). Ma solo come vittime, non come combattenti legittimi – figuriamoci, come in altri paesi europei – eroi antifascisti. Un riconoscimento insufficiente, che lascia anche situazioni irrisolte impensabili in uno Stato europeo. Ad esempio, l’inclusione nell’elenco delle “vittime del terrorismo” – legalmente degne, loro, di vendette giudiziarie, pensioni e onori – del tenente della guardia civile Francisco de Fuentes Fuentes e y Castilla Portugal, capo dell’agguato in cui furono uccisi i 4 compagni di Quico Sabater, nel 1960. La sua morte è stata attribuita a Quico che, ferito, iniziò la sua ultima fuga prima di essere ucciso a Sant Celoni: e oggi uno Stato “democratico” gli conferisce lo status di “vittima”, definendo “terrorista” un combattente antifranchista. Non sembra che questa nuova legge possa (o voglia) annullare questa e molte altremostruosità giuridiche (come le condanne a morte di tutti gli oppositori accusati di crimini comuni o terrorismo: Txiqui o Puig Antich). Infatti, lungi dal costituire una negazione del regime derivante dal colpo di Stato del 36, la nuova legge del governo Sanchez offre implicitamente legittimità, facendo nient’altro che fugaci allusioni – e tutte di significato puramente storico – alla preesistente legalità repubblicana. Ne è prova il capitolo IV del progetto preliminare, relativo alla “garanzia di non ripetizione”. Nelle democrazie europee questa garanzia si riflette in forme giuridiche solenni: il divieto di ricostruire i partiti fascisti, i loro simboli, il ripudio della guerra come mezzo per risolvere i conflitti, contenuti nelle loro Costituzioni e codici penali. In questo caso, tuttavia, il “dovere della memoria democratica” è stato considerato una garanzia sufficiente. In altre parole, per non far riemergere la barbarie di Franco, è sufficiente educare le nuove generazioni “sui valori costituzionali” ed epurare lo spazio pubblico del simbolismo fascista. Ciò accetta e rafforza la narrazione – tanto falsa quanto conveniente per tutti i difensori dell’ordine stabilito – di una guerra tra le parti, tra fratelli che si sono scontrati, vittime dell’intolleranza e del fanatismo, e non di conflitti sociali ed episodi di guerra imperialista. Sembra chiaro che ancora una volta il legislatore si è scontrato ancora una volta con il problema insolubile della quadratura del cerchio. Come definire pienamente democratiche le istituzioni di un Paese senza restaurare la legalità preesistente al colpo di Stato del 36, senza epurare i tanti elementi di continuità con il regime franchista, senza attaccare alcuno – al di fuori di alcuni gesti simbolici – dei privilegi di tutti gli apparati (impresariali, sociali, militari, di polizia, giudiziari, ecclesiastici) che hanno beneficiato e sostenuto attivamente i 40 anni di dittatura? È una missione ardua, logicamente impossibile, dichiarare il franchismo finito quando il capo dello Stato e le forze armate riposano su una monarchia scelta e imposta per volontà esclusiva del dittatore, quando viene accettata l’esistenza di un Tribunale dell’Ordine Pubblico, ribattezzato AudienciaNacional, responsabile – insieme a un’altra corte speciale, il Tribunale Supremo – di perseguire gli oppositori politici, quando la formulazione del testo costituzionale – il fondamento della democrazia spagnola citata circa 40 volte in questo progetto preliminare – ha coinvolto esponenti del parlamento e del governo franchisti (qualcosa di inconcepibile in tutti i processi di “defascistizzazione” del resto del mondo), quando organismi e istituzioni che hanno partecipato attivamente alla repressione e al colpo di Stato – come la Guardia Civile, l’Esercito, la polizia, la magistratura – non sono mai stati epurati e non hanno mai commesso alcun atto di riparazione istituzionale (piuttosto l’attuale cronaca si impegna a ricordarci il contrario) dai misfatti perpetrati sotto la dittatura, quando c’è una legge – quella dell’amnistia del 1977 – che è un vero e proprio “punto finale”, garanzia di impunità per tutti gli autori fascisti di crimini contro l’umanità? La soluzione al dilemma il governo spagnolo, cerca di trovarla a forza di silenzi, ambiguità e dimenticanze. Brilla per la sua assenza, in questa legge, un elemento che rivela fino a che punto la transizione dello Stato spagnolo dal franchismo alla democrazia sia stata ed è anormale e incompleta: il riferimento alle responsabilità, e quindi ai processi di riconoscimento, riparazione e garanzia di non ripetizione – internazionali. L’omissione è tanto più grave in un tentativo di omologazione come questo, visto che lo Stato spagnolo è stato l’unico i cui popoli non hanno ricevuto un risarcimento per l’aggressione subita dalle potenze nazifasciste. Omissione inammissibile, quella del ruolo delle potenze – La Germania hitleriana e l’Italia mussoliniana – chiave del trionfo dei militari ribelli nel ’36, e ulteriore prova di sottomissione al racconto della “guerra tra parti sorelle”, ignorando la complessità di un conflitto segnato da una rivoluzione sociale e risposta all’offensiva internazionale del fascismo, e che ancora una volta legittima il franchismo come forma di stato precursore di quello di oggi. In pratica, l’inibizione della diplomazia spagnola nella rivendicazione dei danni di guerra ha già “reso naturale”, in questa transizione senza fine, il riconoscimento della “legalità” di Franco. E i governi degli Stati che erano guidati dalle ex potenze dell’asse hanno, con pochi scrupoli democratici, accolto un tale atteggiamento: la Repubblica Italiana, “democratica e antifascista”, ha incassato dalla Spagna fino agli anni ’60 le rate del debito di Franco nei confronti di Mussolini. Tuttavia, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più di una legge che include dichiarazioni di questo tipo: “Il consolidamento del nostro ordine costituzionale ci permette oggi di affrontare la verità e la giustizia sul nostro passato”. Soprattutto dopo che l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, abbia adottato a Parigi nel 2006 una risoluzione che ricordava che durante la guerra civile ci furono crimini molto gravi e che il colpo di Stato nel luglio 1936 fu sostenuto da unità regolari delle forze armate tedesche e italiane e dai rispettivi governi, che intervennero in territorio spagnolo come prologo alle aggressioni contro altri Stati che furono processate e condannate dalla Corte di Norimberga nel 1946. Soprattutto alla luce delle iniziative promosse dalla società civile in ambito giudiziario, che sono ancora attive: da un lato la denuncia contro l’aviazione italiana per il bombardamento a tappeto contro Barcellona e, ad essa collegata, una proposta di denuncia, con mezzi civili, alle attuali autorità italiane per il risarcimento dei danni umani e materiali inflitti dagli aggressori fascisti. Il legislatore non può ignorare che tali debiti non vanno in prescrizione, che contro i crimini di guerra e contro l’umanità l’immunità degli Stati non può essere invocata (sentenza 238 del 2014, della Corte costituzionale italiana), che i popoli spagnoli aggrediti non erano rappresentati da alcuno Stato e non sono quindi interessati da decisioni prese da terzi, che pertanto la questione del risarcimento internazionale è interamente in vigore (come dimostra la fine, appena una dozzina di anni fa, della contesa tra Italia e Libia sull’occupazione e la colonizzazione dei primi anni del Novecento). Perdura così, nonostante la retorica, l’abbandono, da parte dello Stato e delle sue strutture, della parte lesa della società – alla quale viene negato il diritto al risarcimento, in questo caso nemmeno simbolico. Senza dubbio questo disegno di legge dimostra anche la volontà di porre fine a una delle eredità più scandalose della dittatura (ripetutamente denunciata dalle più alteistanze internazionali in materia di diritti umani): l’esistenza di decine di migliaia di scomparsi. Tuttavia, il prezzo da pagare per questo risultato (tanto auspicato come di incerto successo) sembra troppo alto: un efficace riciclaggio del sistema attuale e del tessuto istituzionale attraverso la sacralizzazione del testo costituzionale – al quale viene attribuito il potere quasi magico di trasformare un regime dittatoriale in democrazia omologata (con ripetute e nobili dichiarazioni come “La risoluzione dei principi e dei valori democratici sanciti dalla Costituzione del 1978 rende la nostra società più forte e costituisce la più forte scommessa per la convivenza nel futuro” o “rafforzare la nostra società nelle virtù civiche e nei valori costituzionali”), e lafavoletta dell’unità sociale e nazionale che cancella l’esistenza di conflitti di classe e nazionali, ed esalta un patriottismo selvaggio e autoritario prestando un travestimento di Stato democratico a un’indiscutibile monarchia borbonica. In breve: riconoscimento insufficiente, compensazione inesistente e nessuna garanzia di non ripetizione. Con il suo apparato di giustizia reazionaria e con i suoi tic inquisitoriali, un esercito da cui vengono espulsi i militari democratici e sono consentite dichiarazioni paragolpiste, una monarchia incoronata da Franco, una classe dirigente speculatrice, estrattivista e parassitaria del settore pubblico, una rete mediatica di proprietà diretta dei grandi poteri, una conferenza episcopale tanto potente quanto reazionaria, un’estrema destra xenofoba e aggressiva, forze di polizia dalla cultura violenta , servizi segreti impenetrabili a tutti i controlli democratici … il regime del ’78 continua ad essere in ottima salute, permettendo persino ai vinti di recuperare le ossa dei loro morti.