Andrea Cegna, Domenico Musella, Tomás Hirsch

l referendum che ha cancellato la Costituzione di Pinochet non è stato il frutto di accordi politici ma della grande mobilitazione popolare che chiede un nuovo sistema sociale ed economico. Ce ne parla il deputato cileno Tomás Hirsch.

Il 25 ottobre del 2020 in Cile, durante la pandemia Covid-19, milioni di persone hanno deciso di andare a votare per un referendum che permetterà al paese di riscrivere la carta costituzionale dettata dalla dittatura di Augusto Pinochet. Quando il 19 ottobre del 2019 iniziò la protesta degli studenti e delle studentesse di Santiago del Cile contro il caro biglietti della metropolitana, nessuno si immaginava che sarebbe esploso il più grande movimento di piazza e d’opinione della storia del paese. Un movimento forte, ampio, radicale. Che partendo dal costo del biglietto del trasporto più popolare della città ha puntato il dito sul laboratorio sociale/economico che la dittatura di Pinochet impose. Il laboratorio neoliberista imposto dal dittatore ha segnato il paese, congiuntamente al golpe contro Allende. La storia e il legame tra golpe e le sperimentazioni (e imposizioni) neo-liberali nel paese è uscito con forza nell’ultimo anno. Un movimento capace di imporre al presidente di destra cileno la chiamata referendaria. Pochi giorni dopo la storica votazione ho intervistato Tomás Hirsch, deputato cileno (Movimento Acción Humanista).

Tomas che significa per il Cile l’esodo dalla costituzione di Pinochet? È un modo per fare i conti con il proprio passato dittatoriale?

Quello che è successo è straordinariamente significativo, perché siamo l’unico Paese al mondo che trent’anni dopo una dittatura, continuava (e continua) ad avere la Costituzione della dittatura stessa. Un’anomalia totale. È da quarant’anni che abbiamo questa Costituzione, che non garantisce diritti, che fu cucita come un vestito su misura del dittatore. Quando fu votata con un referendum nel 1980, non esistevano registri elettorali, non esisteva la possibilità di avere rappresentanti di lista nei seggi né di controllare le operazioni di voto, non fu possibile presentare nessuna proposta alternativa. Il significato è quindi molto importante, per certi versi con questa vittoria del sí a una nuova Costituzione nel referendum si taglia quel cordone ombelicale che ancora ci unisce alla dittatura. Si è votato anche per questo il 25 di ottobre, non solamente per una nuova carta costituzionale. Si è votato per cambiare un modello economico, politico e sociale che ha danneggiato enormemente la maggioranza della popolazione cilena, generando una disuguaglianza brutale nel Paese.

Quanto hanno influito le rivolte dell’ultimo anno? E come hanno inciso sul parlamento?

Il risultato di questo referendum, così netto, con un 80% per il Sì a una nuova Costituzione, con la partecipazione elettorale più alta dal ritorno alla democrazia, mostra che il Paese, il popolo, i giovani sono profondamente interessati e partecipi del processo politico e sociale. Questo risultato è il frutto della mobilitazione, del «risveglio» cileno che è cominciato il 18 ottobre dell’anno scorso. Non è il risultato di un accordo fatto dalla classe dirigente politica, non è il risultato di pochi eletti che si sono chiusi in una stanza, ormai quasi un anno fa, per scrivere l’accordo di riforma che ha portato a questo processo costituente. Qui c’è un popolo che si è mobilitato, che si è organizzato e che ha conquistato, alla fine, questo referendum e, oggi, la possibilità di aprire la strada alla redazione di una nuova Costituzione paritaria, con parità di genere. È la prima volta nella storia dell’umanità che una Carta costituzionale verrà redatta da un organismo totalmente paritario tra uomini e donne. Manca un ultimo tassello, va data un’ultima spinta per garantire anche la partecipazione dei rappresentanti dei popoli originari. È parte del lavoro che ci aspetta adesso.

Speravi votasse più gente?

La partecipazione in questo referendum è aumentata ed è la più alta registrata da quando il voto in Cile è volontario. Da questo punto di vista è un grande successo, dato che in Cile avevamo uno dei tassi di astensione più alti del mondo. A causa della frustrazione che si è prodotta nel tempo, per la distanza della politica e dei partiti tradizionali rispetto alle esigenze della popolazione. Io mi sarei aspettato ancora più votanti in questa tornata elettorale, ma credo che nonostante tutto si è fatto un passo avanti molto importante.

Qual è la tua posizione in merito all’idea che il plebiscito sia una tattica per fiaccare la protesta contro il progetto neoliberista in Cile?

Non credo che il referendum sia stato una mossa tattica per indebolire o spegnere la protesta contro il progetto neoliberista cileno. Credo, al contrario, che il referendum viene fuori in un momento in cui la classe politica si è vista accerchiata, disperata e incapace di dare risposte. In altre parole, lo vedo come un trionfo popolare, la classe politica è stata obbligata a presentare, a proporre un referendum per dare al Cile una nuova Costituzione. Non va dimenticato che per trent’anni ci hanno sempre detto che non era possibile cambiare la Costituzione e solo grazie alla mobilitazione popolare riusciamo finalmente a ottenere questo referendum. Per questo, attribuisco un enorme valore a questa rivolta, questa sollevazione che produce il «despertar», il risveglio cileno del 18 ottobre. Certo, le cose non sono andate esattamente come avremmo voluto ed è per questo che io non ho firmato, e non abbiamo firmato come movimento Acción Humanista l’accordo del 15 novembre: proprio perché ha escluso i movimenti sociali, ha lasciato fuori tutti quelli che hanno spinto questo processo. Però in ogni caso si tratta di una vittoria della gente, non dei vertici politici.


Pinera esce più forte o più debole?

Piñera esce totalmente indebolito da questo referendum. Per quanto provi ad attribuirsi la genesi di questo processo, non è la verità. Era con le spalle al muro, non voleva fare questo referendum e solo davanti a una situazione che per lui era angosciante, per non essere costretto a fuggire in elicottero [come il presidente argentino Fernando De La Rúa nel 2011, di fronte alle proteste popolari, NdT], cede e permette che il processo referendario avanzi. Per nessun motivo lo svolgimento di questo plebiscito è un trionfo per lui, e ancora meno lo è questo risultato schiacciante a favore del Sì. Va ricordato che la destra e il suo governo erano per il No, tranne alcuni che per opportunismo sono saliti sul carro del Sì all’ultimo momento per non terminare dalla parte dei perdenti. Il governo di Sebastián Piñera in realtà è già terminato, lui adesso sta semplicemente «amministrando» nel tempo che gli che resta del suo mandato, però senza più nessun progetto politico.

*Andrea Cegna, dopo anni a Radio Lupo Solitario come responsabile della programmazione musicale arriva a Radio Popolare e poi a Radio Onda d’Urto. Giornalista senza tessera, curioso, contro il decoro e attento alle dinamiche latinoamericane. Domenico Musella, corrispondente di Pressenza da Santiago del Cile, si dedica a politica e comunicazione. Co-conduttore di Cuatro Elementos per Radio Pichincha Universal (Ecuador). Laureato in Relazioni Internazionali e Studi Arabo-Islamici all’Orientale di Napoli. Premio Maria Grazia Cutuli 2010.

Da jacobinitalia.it