Già altre volte ho polemizzato, in questo blog, con quelli che usano a sproposito la prima persona plurale. “Noi” bianchi, “noi” europei, “noi” colonizzatori, “noi” imperialisti, e via farneticando. Non starò a ripetere qui quanto trovi improprio e persino imbarazzante quell’accomunare il sottoscritto, figlio e nipote d’operai comunisti, orgogliosamente sovversivo, anticapitalista, antirazzista, ecc. ai vari Crispi, Giolitti, Mussolini, Badoglio, De Gasperi (e, per estensione, Churchill, Stanley, Theodore Roosevelt, il Kaiser, lo Zar, ecc. ecc.). La stragrande maggioranza di coloro che usano questo “noi” sembrano chiedere scusa (a chi? Alla Storia? Agli africani? Ai popoli del cosiddetto “terzo mondo”? Mah….) del fatto di essere nati in Italia, in Europa, nel “Nord” del pianeta”. Sono spesso dei compagni, sicuramente e sinceramente antirazzisti, talvolta persino anticapitalisti. Il loro malcelato “senso di colpa” per essere nati in società più avanzate (sissignori, lo ripeto, più avanzate, politicamente, socialmente e quasi sempre anche culturalmente) del 99% delle società africane, asiatiche ed americane (e qui salverei solo Cuba ed il Canada) deriva, a mio avviso, da una lettura riduttiva e semplicista della storia degli ultimi 500 anni. Lungi da me il voler negare gli orrori del colonialismo europeo, da quello ispano-portoghese degli inizi alla barbarie delle guerre coloniali del XX secolo), anzi. Il mio posto è sempre stato al fianco di chi si è battuto contro questi orrori, qui da noi come nei continenti colonizzati, contro chi si è arricchito in questo saccheggio (qui da noi e, lo sottolineo, nei continenti colonizzati!). Quindi, per fare un esempio concreto di cui si è parlato recentemente per lo ‘sfregio” alla statua dell’immondo Indro Montanelli, assolutamente contro l’invasione italiana dell’Etiopia. Ma senza beatificare quella canaglia schiavista e feudale di Hailé Selassié e i suoi ras tagliagole. Ma non voglio addentrarmi in un discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti. Oggi volevo solo commentare un bel libro che ho appena letto, e che invito i pochi aficionados del blog a leggere: si tratta del Atlas des esclavages, di M. Dorigny e B. Gainot, ed. Autrement, 2017. Non so se ne esista una traduzione italiana, ma è agevolmente comprensibile anche in francese, per chi ne ha voglia. Come si arguisce dal titolo, è un breve excursus sullo schiavismo nel mondo (che si apre con una citazione di Marx dall’Ideologia Tedesca) dall’epoca antica fino al XXI secolo. Il succo del libro, in un certo senso, potrebbe essere riassunto in questo modo: sullo schiavismo, se c’è un popolo che non si è macchiato di questo crimine, scagli la prima pietra! E va beh, diranno alcuni di voi, lo sappiamo tutti che Egizi, Assiri, Greci, Romani, Cinesi, Persiani, Indiani, Maya, Aztechi, ecc. praticavano, chi più chi meno, questa barbarie. Ma qui si vuol parlare dell’epoca moderna e contemporanea, degli ultimi 500 anni! Già, qui sta il punto. Lo studio dei due autori dedica agli ultimi 500 anni l’80% del testo (di cui quasi la metà agli ultimi due secoli, in pieno capitalismo). E si “scopre” (in realtà non si tratta di niente di nuovo, ma solo di una divulgazione di facile comprensione) che, per esempio, lo schiavismo di matrice arabo-islamica ha probabilmente contribuito altrettanto, se non di più, al saccheggio dell’Africa sub-sahariana di quello di matrice europea. Le cifre variano, per il periodo XVI-XIX secolo, tra i 7 e i 14 milioni di africani (compresi in questa cifra alcune decine, al massimo centinaia di migliaia di europei “cristiani”) deportati e schiavizzati nei paesi musulmani del Medio Oriente, del Nord Africa, nell’Africa orientale islamizzata, in India o in Malesia, venduti a Zanzibar o a Baghdad, a Mogadiscio o a Istanbul, a Tunisi o alla Mecca, a Marrakech o a Ormuz. Già, perché se l’Islam proibisce di schiavizzare altri musulmani, non fa altrettanto per gli “infedeli” e i “pagani”. E, per rigirare il coltello nella piaga, è un paese in cui l’Islam è religione ufficiale, la Mauritania, ad avere il doppio, triste primato di essere stato l’ultimo ad aver abolito ufficialmente la schiavitù (nel 1976!) e di aver, ancor oggi, il maggior numero di “schiavi” (non ufficiali, ovviamente) in rapporto alla popolazione: oltre 600 mila “neri” della parte sud del paese, lungo le rive del fiume Senegal, sono schiavi dei Mauri, l’etnia araba dominante. Un altro capitolo del libro tratta degli stati schiavisti dell’Africa sub-sahariana che, tra il XVI e il XIX secolo si sono arricchiti (per lo meno le classi dominanti locali, in particolare i re del Dahomey, del Segou, del Songhai, il negus d’Abissinia (con buona pace dei miei ingenui amici “rasta”), ecc. ecc. con la tratta degli schiavi “neri”, sia inter-africana, sia vendendoli ad arabi ed europei. Anche qui, nulla di nuovo, per chi si occupa di Storia, ma generalmente ignoto al 99% della gente. D’altra parte come avrebbero potuto i “rastafariani” giamaicani, nipoti di schiavi africani “comprati” e sfruttati dai coloni inglesi, esaltare lo schiavista Ras Tafari (Hailé Selassié) se avessero conosciuto un po’ meglio la storia? E come avrebbe potuto Cassius Clay, in segno di protesta contro il razzismo “bianco” USA, scegliere per sé stesso il nome di Muhammad Alì, un nome arabo, quindi legato ad una civiltà che ha cominciato a colonizzare e sfruttare l’Africa ben 7 secoli prima degli europei, invece, per esempio, di quello del militante abolizionista impiccato nel 1859, il famoso John Brown? Bianco per bianco, John ha fatto molto di più per la liberazione degli afro-americani di quell’altro bianco, nato alla Mecca oltre 15 secoli fa. Insomma, ancora una volta, smettiamola con le classificazioni e le contrapposizioni “etniche”, che non spiegano nulla e sono un alibi per le classi dominanti dei paesi “dominati” (e persino per quelle dei paesi imperialisti, a voler guardare a fondo). E ricominciamo ad usare le discriminanti di classe. O a dire, ancor più banalmente, che uno stronzo è stronzo indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalla lingua e da qualsiasi altro accidente somatico o culturale.

FG