Durante il mese di maggio appena trascorso abbiamo pubblicato ben 11 “puntate” di una ricerca sui risultati delle sinistre nelle elezioni politiche in Italia nell’ultimo secolo. Questo breve articolo riassuntivo – che in realtà avrebbe dovuto essere pubblicato come introduzione – dovrebbe servire per i nostri lettori che non hanno avuto tempo o voglia di seguire tutto il percorso dettagliato.

Nella sinistra di classe è quasi un luogo comune la definizione dei risultati delle varie consultazioni elettorali come “specchio deformato dei rapporti di forza nella società”. Il problema sorge quando si tratta di misurare quella “deformazione”. Spesso, per reazione (in buon parte sana) all’elettoralismo tipico della sinistra riformista (o moderata che dir si voglia), per la quale le elezioni sono l’alfa e l’omega della politica, si è finito per considerare irrilevante, o quasi, il risultato elettorale, con un atteggiamento spocchioso e apparentemente ultra-rivoluzionario, del tipo “lasciamo le elezioni ai borghesi e agli illusi, noi ci occupiamo di cose serie, di lotte concrete” e via svicolando. Mi spiace dirlo, ma credo che a volte questo atteggiamento, quando non dettato dall’inesperienza e immaturità politica, ricordi un po’ la favola della volpe e dell’uva. Non voglio sottovalutare i pericoli, sicuramente presenti, della partecipazione alla contesa nelle urne: burocratizzazione, sottovalutazione degli strumenti di lotta quotidiani, rischi di assorbimento nelle istituzioni borghesi, ecc. ecc. Ma se di partecipare alle elezioni non l’ha ordinato il medico, è sommamente ridicolo snobbarne i risultati. Parafrasando Don Milani “tu puoi anche disinteressarti delle elezioni: ma loro si interesseranno di te”. Per questo mi è sembrato utile provare a dare un’occhiata alla “performance” delle sinistre in un secolo di elezioni in Italia, dal Biennio Rosso al “ventennio grigio” attuale. Si tratta di 21 scadenze elettorali, tenute con vari sistemi, e con notevoli cambiamenti nel campo della sinistra di matrice socialista (“marxista”, visto che il socialismo anarchico è sempre stato astensionista per principio). Anche il campo opposto, ovviamente, ha subito dei cambiamenti, superficialmente anche superiori a quelli del “nostro” campo, in questo secolo. Pensiamo solo al passaggio dall’egemonia liberale a quella fascista, da questa a quella democristiana e poi berlusconiana (con quanto di crisi e decadenza contiene), fino alle attuali fibrillazioni piene di spinte contraddittorie. Mi sembra di poter individuare almeno quattro diverse fasi elettorali, ognuna delle quali divisa in sottofasi. La prima fase è quella del primo dopoguerra, con le prime due elezioni (1919-1921) a suffragio universale maschile e scrutinio proporzionale di lista. Non ho considerato le elezioni del 1924, in quanto poco rappresentative degli umori dell’elettorato, in seguito alle ben note violenze e brogli denunciati da Giacomo Matteotti in Parlamento. Una volta superato il ventennio della dittatura fascista, si apre una seconda lunga fase, che potremmo chiamare, con un termine giornalistico, della Prima Repubblica (1946-1992), in cui il sistema elettorale era molto simile a quello del 1919-21, con suffragio esteso per la prima volta alle donne. Una terza fase inizia subito dopo, con la crisi della DC ed in genere di quasi tutti i partiti borghesi tradizionali e l’emergere di una pseudo “seconda” Repubblica, caratterizzata da una rapida e progressiva spoliticizzazione (già iniziata più o meno in sordina nel decennio precedente), dalla liquefazione dei partiti (non solo quelli borghesi), dall’abbassamento senza precedenti del livello culturale e politico dei protagonisti (soprattutto nel campo borghese e reazionario), dall’americanizzazione della politica e della vita sociale, con tutte le conseguenze in termini di imbarbarimento e di analfabetismo funzionale di massa. E, guarda caso, questa fase vede il tramonto del sistema proporzionale e la riscoperta dei vecchi metodi ottocenteschi maggioritari. Questa fase, iniziata nel 1993-94, è andata trasformandosi negli ultimi 10 anni in una incipiente quarta fase, caratterizzata dalla sostanziale scomparsa della sinistra come attore politico capace di una qualche influenza e da una situazione caotica in cui le varie forze borghesi e piccolo-borghesi si contendono liberamente lo spazio politico, con programmi economico-sociali piuttosto simili, senza che il loro scorrazzare senza limiti trovi un argine, per quanto limitato, nell’azione della sinistra politica (e sociale). Sul terreno dei meccanismi elettorali questa fase è dominata dall’instabilità (ben 3 diversi sistemi) nel tentativo di garantire la tanto conclamata “governabilità”, superando la frammentazione e la rissosità priva di contenuto che avrebbe dovuto essere spazzata via dal ricorso al meccanismo ben poco democratico del maggioritario.
Mi sembra di poter individuare due tendenze di lungo periodo, non certo esclusive della situazione italiana, ma che da noi sono state particolarmente presenti. La prima è una notevole immobilità (da non intendersi in senso stretto) del voto di sinistra (e di conseguenza anche del campo opposto). Per quasi 80 anni, nonostante fascismo, guerre, crisi economiche, boom economici, rivolte sociali, ecc. le sinistre hanno mantenuto una forbice tra il 35 e il 45% dei voti, senza quasi scendere sotto e superando a volte di pochissimo il limite superiore. Tra il 1919 e il 1996 (ben ‘77 anni!) su 17 successive elezioni, le sinistre sono scese poco al di sotto del 35% solo in 3 occasioni (1921, 1994 e 1996) e poco al di sopra del 45% in altre 3 (1968, 1976 e 1979). Nelle altre 11 elezioni la forbice è stata ancora più stretta, tra il 36,5% (1919) e il 45% (1987). Se poi dovessimo considerare solo le formazioni di “stretta” matrice marxista, i limiti risulterebbero ancor più stretti. Questa scarsa fluidità del voto in Italia è stata interpretata come segno del radicamento sociale, della forte politicizzazione ideologica, della combattività delle classi popolari del nostro paese, che avrebbero reso acuto e cristallizzato lo scontro di classe anche sul terreno elettorale. Per altri, più anneddoticamente, sarebbe solo l’ennesimo travestimento della tradizionale contrapposizione passionale che ricorda i Guelfi e i Ghibellini.
La seconda tendenza di lungo periodo è quella della capacità delle classi dominanti e dei loro apparati politico-culturali di “risucchiare” e poi fagocitare più o meno rapidamente settori sempre più importanti del movimento politico socialista (in senso lato). Per quanto ogni situazione sia ovviamente diversa, c’è una dinamica comune che unisce l’esperienza del Partito Socialista Riformista di Bissolati e Bonomi (1912-1920), del Partito Socialista dei Lavoratori (1947-51) e poi Socialista Democratico (1952-1994) di Saragat ed epigoni, con quelle, ben più rilevanti politicamente, del Partito Socialista di Craxi degli anni ‘80 (fino al disastro del 1992-94) e, quasi parallelamente, del Partito Democratico della Sinistra (1991-99)-Democratici di Sinistra (1999-2007) di Occhetto, D’Alema, Veltroni & Co. La grande differenza risiede nel fatto che, mentre nei primi due casi, i contraccolpi, sia politici che elettorali, sono stati piuttosto limitati e facilmente riassorbiti, negli altri due casi, per motivi che hanno a che fare forse meno con la situazione italiana che con quella internazionale, i colpi sono stati micidiali, al punto da decretare il declino rapido dell’influenza della sinistra politica nel nostro paese. D’altra parte l’Italia è l’unico paese occidentale che ha visto, negli ultimi trent’anni, l’autoscioglimento de facto sia del PSI che del PCI-PDS.
Questa tendenza è, insieme ad altri fattori (tra i quali non ultime le responsabilità dei settori che si sono, più o meno coerentemente, opposti a questa tendenza) all’origine di quello che ho definito il “declino” della sinistra politica in Italia. Quest’ultima, dopo essere scesa, per la prima volta il 82 anni, al 26% circa dell’elettorato (2001), si è progressivamente ridotta (peraltro in ordine sparso) prima a poco più del 10% (2006) e, negli ultimi 12 anni, a percentuali oscillanti intorno al 5%, riuscendo, per la prima volta in oltre un secolo, ad essere priva di rappresentanza parlamentare (2008-2013). Va da sé che una parte di elettori del PD (e dei 5 Stelle) si sentono di sinistra e, se si potesse calcolarne il peso, riporterebbero un po’ verso l’alto questi numeri risicati. Ma temo di non essere troppo lontano dal vero se stimo questo settore non superiore al 10-15% dell’elettorato.
Un’altra considerazione da fare riguarda la geografia di questo elettorato. Nella prima fase, pre-fascista, la sinistra era radicata solo nel Centro-Nord, dove rappresentava almeno il 50% dell’elettorato (e il 60, 70, persino l’80% nelle classiche zone rosse dell’Emilia-Romagna, della Toscana, della Liguria orientale, della Bassa Lombardia e Basso Piemonte -compresi Torino e Milano-). Il confine di quell’Italia “rossa” correva a nord della linea immaginaria che collega la Maremma toscana al porto di Ancona, comprendendo zone che più tardi cambieranno radicalmente colore (come il Veronese) o “impallidiranno” comunque in maniera visibile (come Venezia, Padova, il Polesine). Qualche piccola isola tendente al rosso esisteva pure nel Mezzogiorno (come il Tavoliere delle Puglie), ma si trattava, appunto, di isole in un mare a totale egemonia conservatrice o reazionaria. La seconda fase vede un progressivo avanzamento verso sud che, seppur non riuscirà mai ad eguagliare le cifre delle “fortezze rosse”, riuscirà, a partire dagli anni Cinquanta, a raggiungere e spesso a superare i numeri delle zone meno rosse del Centro-Nord. E’ il caso non solo del Foggiano, ma anche della Calabria centro-settentrionale, della Basilicata, della Sardegna centro-meridionale, e persino di un’area storicamente egemonizzata da monarchici, liberali e democristiani, come il Napoletano. Questa geografia dell’Italia “rossa” ha subito gravi scossoni negli ultimi 20 anni, al punto da essere difficilmente riconoscibile. Solo le “vandee” storiche, dal Molise alla Bergamasca, dal Trentino-Sud Tirolo alla Sicilia settentrionale, dal Cuneese al Vicentino, hanno coerentemente mantenuto il loro ruolo di fanalini di coda della sinistra per tutto il secolo. E, dopo aver seguito per quasi un secolo una dinamica di avvicinamento, proprio nelle ultime elezioni (2018), con il riaffiorare timido (e con quale differenza di numeri!) della storica geografia a cui eravamo abituati, la forbice tra zone rosse e bianche ha ripreso ad allargarsi. Se nel 1919-21 il rapporto tra le cinque o sei zone più rosse e le cinque o sei più reazionarie era di 8 a 1, negli anni ‘50 era già sceso a 3 ad 1, dagli anni ‘70 in poi a 2 ad 1, salvo risalire a 3 ad 1 nel 2018 (rapporto tra le aree di Livorno, di Firenze o di Bologna e quelle dell’Alta Lombardia o del Veneto occidentale).
Un ultimo appunto per quanto riguarda i “compagni di strada”, sempre molto minoritari, dei partiti con radici nel socialismo marxista (PSI, PCI, PSIUP, USI, DP, PdUP, ecc.). Prima del fascismo il Partito Repubblicano (radicato soprattutto in Romagna e nelle Marche) era sicuramente percepito come un partito “sovversivo” e di sinistra. E come tale l’ho considerato nei miei calcoli. Ovviamente ciò cambia radicalmente dopo il 1945 (e ancor più dopo il ‘48). Lo stesso vale (anzi, a maggior ragione) per il Partito d’Azione nel 1946-47, o per i Verdi a partire dagli anni ‘80. Più complicato è il discorso per il Partito Radicale. Nato come partitino della sinistra liberale nel ‘55, e tale rimasto fino alla fine degli anni ‘60, il PR, sotto la guida di Marco Pannella, a partire dal 1973-74 tende ad apparire (almeno agli occhi di molti elettori) come un partito “a sinistra” del PCI. I suoi rapporti con Lotta Continua e più tardi con vasti settori della cosiddetta “Autonomia Operaia” (basti pensare alla candidatura di Toni Negri nel ‘79) lo hanno fatto percepire (non è qui il caso di disquisire con quanta lungimiranza) da molti che si sentivano “a sinistra del PCI” come un’alternativa delle politiche moderate di Berlinguer e del suo “Compromesso storico”. Per cui, nel 1976 e nel 1979, ho aggiunto i voti radicali a quelli delle sinistre. Un ragionamento analogo vale per movimenti eterogenei come La Rete (1992-94), mentre mi sento di escluderlo per forze come Italia dei Valori ed altre effimere costruzioni artificiose e sostanzialmente estranee alla storia della sinistra.
In conclusione, una storia dei risultati elettorali della sinistra in Italia non può non rimarcare la lunga resistenza (non solo, anzi, non certo in primo luogo, elettorale) che ha attraversato, nonostante repressioni, guerre, nuove repressioni, bombe nelle piazze e sui treni, “imborghesimento” presunto o reale delle classi di riferimento, oltre 70 anni della storia d’Italia, senza sostanzialmente cedere posizioni, anzi, tendenzialmente conquistandone qualcuna. Solo negli anni Ottanta e, con ancor maggior forza, nel decennio successivo, vengono a maturazione i frutti dei profondi processi di cambiamento sociale dei gruppi dirigenti e dei milioni di elettori dei due grandi partiti di massa. Come abbiamo visto, è a partire dal 1992/94 che comincia il piano inclinato che porterà la sinistra a rappresentare sempre meno elettori. La scomparsa del PSI prima, del PCI-PDS poi, le divisioni e la rissosità nel campo di coloro che, in un modo o nell’altro, si richiamano ancora ai valori del socialismo (in senso lato, da Turati a Trotsky, passando pure per i nostalgici di Stalin) hanno lasciato un enorme cumulo di macerie che non sarà facile rimuovere. Ammesso che ci si riesca.

Flavio Guidi