Se gli anni ’80 possono essere definiti quelli dei primi sintomi di declino, quelli ’90 gli anni dell’inizio del declino vero e proprio, gli anni che vanno dal 2006 ad oggi potremmo chiamarli quelli del progressivo azzeramento dell’influenza della sinistra in Italia, proprio mentre in altri paesi, come la Spagna, il Portogallo o la Grecia si moltiplicavano i sintomi, per quanto contraddittori, di una ripresa. L’Italia, unico paese mediterraneo (ma potremmo estendere il ragionamento a tutta l’Europa Occidentale – quella orientale essendo priva di una vera sinistra sostanzialmente da sempre – ) ad aver progressivamente prima spostato a destra, e poi annullato la presenza e persino i simboli della tradizione socialista e comunista, è progressivamente passata da “paese faro” della sinistra (o quasi) negli anni ’70 a “fanalino di coda” nel nuovo millennio. Non è qui la sede per analizzare le profonde radici di questo inedito fenomeno. Qui ci limitiamo a dare dei numeri, direi inequivocabili.

La disastrosa esperienza del secondo governo Prodi (il primo in cui Rifondazione Comunista accede alle funzioni governative) produrrà diversi cambiamenti nella politica italiana, preparando la vittoria della destra alle elezioni anticipate del 2008. Innanzitutto la corrente che storicamente era stata egemone, dopo il 1945, quella del PCI e poi PDS, si “scioglie”, dopo il progressivo annacquamento dell’operazione DS e quindi del “partito” Ulivo, in una nuova formazione che, sia nel nome, sia nei simboli, sia nel programma, ha ormai ben poco a che vedere non solo con la tradizione comunista, ma persino con quella della socialdemocrazia, al punto che al confronto persino Saragat sarebbe sembrato un “marxista”. La nascita del Partito Democratico, che fin dal nome si ispirava alle tradizioni più o meno “liberal” dell’omonimo nordamericano, è la fine di ogni speranza di creare anche in Italia un partito simile al Labour Party o alla SPD tedesca. Il fatto che solo una piccola componente dei DS non accetti l’abbandono della tradizione socialista, uscendo dai DS e formando la Sinistra Democratica (Mussi) la dice lunga sul successo del lento processo iniziato nel 1990 a Bologna. L’orizzonte liberale è quello che contraddistingue il nuovo partito, anche se è indubbio che molti dei suoi elettori si sentano “di sinistra” o comunque progressisti. Nello stesso anno, il 2007, in cui nasce il PD, inizia la crisi per il PRC. Da sempre il PRC era stato sottoposto a tensioni e/o scissioni. Ricordiamo quella del ’95, dei cosiddetti “comunisti unitari”, scomparsi nel nulla in pochissimo tempo. E quella, ben più grave, dei “cossuttiani” nel ’98. Ora, per la prima volta, sono le sinistre del partito a rompere. Poco prima delle elezioni era uscita l’estrema sinistra di Progetto Comunista (che darà vita poi al PCL e al PdAC), contraria alla collaborazione governativa. Nel 2007 esce la corrente di Sinistra Critica, dopo l’espulsione del senatore Turigliatto (esponente di spicco di SC) dal PRC per non aver votato a favore del governo sulla questione delle missioni militari. E le tensioni tra l’ala “bertinottiana” e le altre componenti restate nel partito si fanno sempre più acute, fino ad esplodere, come vedremo, nel 2009. Con la caduta del governo Prodi bis in seguito alla defezione di Mastella e del suo piccolo partito democristiano (fondamentale per la risicata maggioranza al Senato), Bertinotti, forte della sua previsione di riuscire a rappresentare il famoso 13% che a suo avviso costituiva la “sinistra” del centro-sinistra, lancia l’operazione Sinistra Arcobaleno, a cui aderiscono, oltre al PRC, il PdCI, i Verdi e Sinistra Democratica. Anche se tutto quello che, sulla carta, era il famoso 13% non aderisce (per esempio i radical-socialisti) l’ottimismo di Bertinotti puntava almeno al 10% della somma di PRC, PdCI e Verdi (più SD, new entry). In realtà fu un disastro, aggravato dalla presentazione autonoma delle due ex correnti di sinistra del PRC. Nessuno dei 3 schieramenti superò la soglia del 4%, necessaria per entrare in Parlamento. Per la prima volta, dai tempi dell’elezione di Andrea Costa alla fine dell’800, nessun deputato richiamantesi al socialismo sedeva nel Parlamento Italiano. Ecco i miseri dati.

  • Sinistra Arcobaleno                              3,1%       –
  • Partito Socialista                                   1,0%      –
  • Partito Comunista dei Lavoratori      0,6%      –
  • Sinistra Critica                                       0,5%      –
  • Altri                                                          0,3%      –
  • TOTALE                                                    5,5%   -5,0                                                                                                                                                                                                                              La sconfitta era resa ancor più bruciante dall’esaltante risultato ottenuto dalle destre (47% al Polo e oltre 3% all’estrema destra) e dal deludente risultato del centro-sinistra che, nonostante avesse svuotato la sinistra grazie al sempre più efficace ricatto del “voto utile” contro lo spauracchio Berlusconi, si fermava al 37,5%.

Ed ecco i dati sulla base dei collegi.

Basilicata                  7,8     -5,2
Calabria                    7,7     -5,9
Toscana                     7,4     -6,0
Umbria                      6,9     -6,5
Sardegna                   6,9     -5,4
Liguria                       6,5     -5,4
Piemonte 1                6,2     -4,9
Abruzzo                     5,8     -4,7
Puglia                         5,7     -5,2
Emilia-Romagna      5,6      -4,5
Marche                      5,6      -5,2
Lazio 2                       5,6      -4,4
Lazio 1                       5,5      -7,8
Campania 2              5,2      -4,4
Campania 1              5,1      -8,2
Lombardia 3            5,1      -4,4
Lombardia 1            5,1      -5,8
Friuli VG                   4,6      -4,0
Sicilia 1                     4,4       -4,5
Piemonte 2               4,3       -5,2
Veneto 2                    4,1       -4,4
Trentino AA              4,1      -4,0
Molise                        4,0       -3,9
Sicilia2                       4,0       -3,6
Lombardia 2             3,8       -4,1
Veneto 1                     3,2       -3,5

Si tratta, come si vede, del dimezzamento delle percentuali di due anni prima. Dove è andata meglio si è perso “solo” il 40% dei voti; dove è andata peggio, come a Roma o a Napoli, i due terzi. La “geografia” territoriale non è del tutto diversa da quella solita, soprattutto se consideriamo solo i voti più o meno “comunisti” (escludendo cioè i socialisti, che hanno avuto qualche risultato in Calabria, Basilicata, e nel Mezzogiorno continentale in genere). Troveremmo Toscana, Umbria, Liguria, Torino, Emilia-Romagna, Marche in testa. Ma stiamo parlando delle briciole. Che diventano quasi microscopiche nelle zone bianche del Sud e del Nord. Da questa bastonata la sinistra non si risolleverà più (almeno fin ad oggi). Nel 2009 usciva dal PRC quasi la metà “destra” del partito, guidata dal “delfino” di Bertinotti, Nicki Vendola (ex governatore della Puglia), che non accettò la sua sconfitta di misura al congresso nazionale, che nominò l’ex ministro Paolo Ferrero alla carica di nuovo segretario. I fuorusciti diedero vita a Sinistra, Ecologia e Libertà, con il chiaro intento di “ricucire” col centro-sinistra. Nello stesso periodo PRC, PdCI e Socialismo 2000 (associazione laburista guidata dall’ex ministro Salvi) danno vita alla Federazione della Sinistra. Nel frattempo il nuovo governo Berlusconi, sempre più in preda a scandali e contraddizioni interne, entra in fibrillazione e cede il posto ad un governo “tecnico” guidato da Monti, che viene appoggiato sia dal centro-sinistra che dal centro-destra (con l’opposizione della Lega Nord). In questo periodo cresce un nuovo movimento (l’ennesimo che si definisce “né di destra né di sinistra”, guidato dal comico Beppe Grillo, che ottiene i primi successi in alcune elezioni locali. Quando, nel 2013, si arriva alle nuove elezioni, a sinistra si avrà SEL (l’ex ala destra del PRC) alleata al centro-sinistra, mentre il PRC, insieme al PdCI, i Verdi, IdV (che con un certo sforzo possiamo considerare di sinistra) e altri movimenti e gruppetti più o meno di sinistra darà vita a “Rivoluzione Civile”, candidando l’ex magistrato anti-mafia Antonio Ingroia. Questi i risultati nazionali.

  •  SEL                                3,2      –
  •  RC                                  2,2       –
  •  PCL                                0,3    -0,3
  •  Altri                               0,1    -0,2

TOTALE                           5,8   +0,3

Un avanzamento ben misero, che diventa un +1,3 se consideriamo che nel 2008 avevamo compreso anche i socialisti, assenti stavolta. Il vero vincitore è il Movimento 5 Stelle di Grillo, che ha funzionato da asso pigliatutto, a destra come a sinistra, e diventando, anche se per pochissimo davanti al PD, il primo partito italiano. Il centro-sinistra vince grazie alla presenza di SEL: con meno del 30% dei voti ottiene il 55% dei seggi alla Camera. I grandi sconfitti sono i partiti di destra, che arretrano tutti in maniera ancor più accentuata del centro-sinistra. In particolare la Lega ottiene il peggior risultato della sua storia post 1987 (col 4,1%) e i neofascisti, divisi in più liste, superano di poco il 3%.

Ecco i risultati nei vari collegi:

Puglia                       9,5                3,8
Molise                       9,0                5,0
Basilicata                 8,8                1,0
Calabria                   7,6                -0,1
Lazio 1                      7,3                1,8
Toscana                     7,2               -0,2
Abruzzo                     6,9                1,1
Sardegna                   6,5                -0,4
Campania 1               6,4                 1,3
Piemonte 1                6,2                    0
Liguria                       5,9                -0,6
Marche                       5,8                 0,2
Umbria                       5,7                -1,2
Lazio 2                        5,7                 0,1
Sicilia 1                       5,7                 1,3
Campania 2               5,4                  0,2
Sicilia 2                       5,4                 1,4
Emilia-Romagna       5,3                -0,3
Trentino AA               5,2                 1,1
Lombardia 1              5,1                    0
Friuli VG                     4,6                    0
Piemonte 2                 3,8                  -0,5
Veneto 2                      3,8                  -0,3
Lombardia 3              3,7                  -1,4
Lombardia 2              3,2                  -0,6
Veneto 1                      3,0                  -0,2

La classifica è ormai quasi completamente stravolta rispetto a quelle a cui ci si era abituati per quasi un secolo (anzi, anche prima, nonostante il fatto che il maggioritario uninominale rendesse difficile fare questi paragoni). Il recupero delle zone meridionali di cui sono originari Vendola (Puglia), Ingroia (Sicilia) e Di Pietro (Molise) rende completamente aleatorio parlare di zone (molto relativamente, è chiaro) rosse (o comunque meno bianche di altre). Solo considerando anche il voto al centro-sinistra si fa relativamente riconoscibile la storica geografia politico-elettorale d’Italia.

I governi di centro-sinistra inaugurati dopo la “vittoria” del 2013 vivranno una serie di tensioni interne dovute all’emersione dell’ex democristiano Matteo Renzi, ex sindaco di Firenze che, grazie ad una sponsorizzazione mediatica senza precedenti (con una campagna che ricorda molto da vicino quella di Berlusconi) riesce ad impossessarsi prima del PD e poi del governo, diventando l’uomo chiave della borghesia italiana per alcuni anni e spostando ulteriormente a destra il PD e l’intera politica governativa. In seguito a ciò, escono successivamente dal PD vari esponenti dell’ala sinistra, più vicini alle posizioni classiche della socialdemocrazia che a quelle del blocco liberal-democristiano che sembra aver egemonizzato il Partito al seguito di Renzi. La più importante è la scissione, nel 2017, di Articolo 1, guidata dall’ex segretario PD Bersani e dall’ex segretario PDS, D’Alema. Anche nell’alleanza di destra, ridotta ai minimi termini nel 2013 (29%) si muovono le cose: le tre componenti principali (Forza Italia, Lega Nord e neo-fascisti ex AN) riprendono la loro autonomia. Mentre la leadership di Berlusconi si appanna, nella Lega si fa strada la figura di Matteo Salvini, che propone una svolta a destra di tipo “lepenista” al partito, emarginando Bossi, Maroni e in genere tutta l’ala secessionista “padana”. Anche gli ex-AN, dopo le crisi continue e la diaspora seguite all’uscita di Fini, tendono a ricompattarsi intorno alla Meloni e al suo “Fratelli d’Italia”. A sinistra invece sembra accadere il contrario. Dopo l’esperienza alle europee di “Altra Europa con Tsipras” (che riesce per un soffio a superare il 4% ed eleggere tre eurodeputati, di cui una del PRC), la dinamica dispersiva continua. Quando si va di nuovo alle elezioni, nel 2018 (con un nuovo sistema elettorale, semi-proporzionale con sbarramento al 3%) a sinistra si formano tre diverse alleanze: la più moderata, tra Art.1 e SEL, chiamata Liberi e Uguali. Più a sinistra nasce Potere al Popolo, in cui confluiscono il PRC, il (nuovo) PCI, Sinistra Anticapitalista, Rete dei Comunisti e l’ex OPG di Napoli. Ancora più a sinistra un’alleanza tra PCL e SCR (entrambi trotskisti), chiamata Per Una Sinistra Rivoluzionaria. Inoltre si presenta il Partito Comunista, guidato dall’ex cossuttiano Marco Rizzo. Sulla carta la prima di queste alleanze sembrerebbe “promettente” elettoralmente, visto che dovrebbe aggregare, nei piani, quasi tutta la sinistra ex PD, scontenta del conservatorismo sociale e politico (e pure dell’arroganza personale) di Renzi. Inoltre aderiscono a LeU l’ex presidente del Senato, Grasso, e della Camera (Boldrini). D’Alema, ottimista, parla di “un risultato a due cifre”. Il modesto risultato ottenuto alle regionali siciliane (6%) avrebbe dovuto consigliare la cautela. Ma i risultati veri saranno molto peggiori. Eccoli.

  • LeU            3,4    –
  • PaP             1,1    –
  • Altri*          1,1   1,0                                                                                                                  *PC, SR, lista di Verdi, Socialisti, ecc. alleata al PD, altri.
  • TOTALE     5,6%

Come si vede, è la ripetizione del disastro del 2013, aggravato dal fatto che l’effetto delle successive scissioni da sinistra del PD è stato praticamente nullo, visto che da sola SEL aveva avuto il 3,2% nel 2013. La vittoria eclatante del M5S (32,7%) è andata di pari passo con il buon recupero dell’intera destra, passata dal 29 al 37%, ma con l’aggravante che ora la leadership dello schieramento reazionario non è più dell’accozzaglia liberal-democristian-conservatore di Berlusconi, ma di una Lega (non più “Nord”) schierata all’estrema destra e quadruplicata in 5 anni (oltre il 17% dei voti, estesi un po’ in tutta Italia). Inoltre il relativo successo di “Fratelli d’Italia” (dal 2 al 4,4%) prepara il terreno per un probabile effetto coagulante di tutta la diaspora neofascista in futuro. Non solo, quindi, la quasi scomparsa della sinistra, ma anche la riduzione del centro-sinistra a terzo “polo”, dopo la destra e il M5S. Un disastro a più facce, e senza appello. Ecco i dati per circoscrizione. Non è possibile paragonare con i risultati precedenti in modo preciso, visto che la nuova legge elettorale ha modificato la gran maggioranza dei collegi. Dove i collegi sono rimasti invariati, ho inserito il differenziale rispetto al 2013.

Toscana 3 -Firenze                             10,4
Emilia-Romagna 3 – Bologna           10,1
Basilicata                                                9,6     +0,8
Toscana 2 – Pisa-Livorno                     9,6
Lazio 1 – Roma Nord                            8,0
Lazio 1-Roma Sud                                 7,8
Liguria 2 – Levante                               7,8
Sardegna 1 -Sud*                                   7,4     +0,9
Sardegna 2 – Nord*                               7,4     +0,9
Piemonte 1- Torino                                7,3
Emilia-Romagna 4 – RE-PR-PC             7,1
Lombardia 1-03 Milano Sud                 7,0
Toscana 1 – PT-LU-MS                            6,9
Toscana 4 SI-AR-GR                                 6,9
Campania 1 -02 – Napoli                        6,8
Liguria 1- Ponente                                   6,6
Campania 2-03-Salerno                          6,6
Puglia 1 – Bari                                          6,5
Sicilia 1 – Palermo                                   6,4
Emilia-Romagna 1 – Romagna              6,2
Marche Nord                                            6,2
Puglia 2 – Lecce                                        6,1
Campania 2-01- BN-AV                            6,0
Molise                                                         5,9      -3,1
Emilia-Romagna 2 – FE-MO                   5,9
Calabria 2- Sud                                         5,9
Lazio 2 – VT-RI                                          5,7
Umbria                                                       5,6     -0,1
Trentino AA                                               5,6    +0,4
Calabria 1 – Nord                                      5,4
Piemonte 1-02  Torinese Nord                5,4
Lazio 1– Sud                                               5,4
Campania 1-01 – NA ovest                       5,3
Lombardia 1-02 Milano Nord                 5,3
Abruzzo 1 – PE-CH                                     5,0    -1,9
Marche Sud                                                 5,0
Piemonte 2- AL-AT-CN                               5,0
Friuli VG                                                       4,9    +0,3
Abruzzo 2 – AQ-TE                                     4,9     -2,0
Puglia 3 – TA-BR                                         4,9
Campania 2-02-Caserta                             4,8
Veneto 1-01-Venezia                                  4,7
Sicilia2 – Messina-Enna                            4,6
Lazio 2 – Sud                                               4,6
Campania 1 – 03- Napoli sud                   4,5
Lombardia 1-01 Brianza                           4,4
Lombardia 4-01 Pavia-Lodi                      4,4
Lombardia 1-04 Legnano-Rozzano         4,2
Lombardia 4-02 Mantova-Cremona        4,2
Sicilia 1 – Sudovest                                      4,1
Veneto 2-01-Padova                                     4,0
Lombardia 3-01 Brescia                             4,0
Piemonte 2-02 Novara-Vercelli                 4,0
Sicilia 2 -Catania                                          4,0
Sicilia 1 – Trapanese                                   3,8
Sicilia 2 Ragusa-Siracusa                           3,8
Veneto 1-02-Treviso-Belluno                     3,6
Puglia 4 -Foggia                                            3,6
Lombardia 2-02 Como-Sondrio                 3,5
Lombardia 2-01 Varese                               3,5
Lombardia 3- Bergamo                               3,5
Veneto 2-03 Verona-Rovigo                        3,5
Veneto 2-02-Vicenza                                    3,4

*Compresa la lista degli indipendentisti di sinistra.

Nonostante i numeri molto più ridotti che in passato, si nota un certo ritorno alla graduatoria a cui ci eravamo abituati prima dell’irruzione dei grandi cambiamenti politici legati alla cosiddetta “seconda” repubblica. La maggioranza dei collegi del Mezzogiorno vedono cali consistenti (con l’eccezione di Basilicata e Sardegna), mentre aumentano significativamente (sempre nei limiti già accennati) i voti nelle storiche regioni rosse (in particolare in Toscana, che da ormai oltre 30 anni ha soppiantato l’Emilia-Romagna) e in genere le metropoli centro-settentrionali, come Roma, Torino, Genova e Milano. Notiamo che si è invertita (ma il fenomeno dura già da almeno un decennio) la tendenza all’omogeneizzazione iniziata nel 1946-48. Tra i collegi più “rossi” (se si può usare questo termine con questo tipo di numeri) e quelli meno generosi con le sinistre il rapporto è tornato di 3 a 1, come non accadeva dai primi anni ’50. Chiaro che questo fenomeno ha a che fare con la grande vittoria dei “grillini” nel Sud, e col ritorno di piccole fette di elettorato ex PCI-PDS-DS che avevano votato PD prima del “golpe” di Renzi al voto più tradizionalmente di sinistra, grazie alla nascita di LeU che, nonostante abbia deluso elettoralmente i suoi creatori, è riuscita per alcuni settori minoritari ed essere credibile, riuscendo ad entrare in Parlamento, cosa che non è riuscita né a Potere al Popolo né alle liste minori.

Sintetizzando (e puramente in termini numerici, senza entrare nelle analisi politiche, bisognose di ben altro approfondimento), vediamo che la sinistra ha rappresentato storicamente da un terzo a quasi la metà dell’elettorato, prima del crollo degli ultimi 12 anni. Circa un terzo degli elettori italiani (ma intorno alla metà, se non di più, a nord della linea Grosseto-Ancona) votava a sinistra prima dell’avvento del fascismo. Dopo la liberazione, tra il 1946 e il 1992, il voto a sinistra ha oscillato tra il 35 e il 45% per cento, con tendenza al rialzo durante gli anni Settanta, senza mai giungere ad avere la maggioranza assoluta degli elettori italiani. Durante questi 70 anni ed oltre, questa percentuale singolarmente stabile ha avuto notevoli modifiche nella distribuzione geografica, spalmandosi sempre più omogeneamente verso sud, in zone fino agli anni ’40 quasi “vergini” della presenza del movimento operaio socialista. Ma ha sostanzialmente mantenuto una specie di “feudo” che andava dal sud della Toscana al porto di Ancona, seguendo ad ovest la costa ligure-tirrenica fino a Genova, salendo verso Torino e, passando per Novara, giungendo a Milano, per poi proseguire verso sud-est, verso Mantova, e poi seguire il Po fino alla foce, inglobando un’area che copre quasi un terzo dell’Italia e (oggi) un po’ meno di un terzo della popolazione. Questo “feudo” rosso, tra le colline toscane ed umbre e la Valle Padana, non era isolato. Esistevano isole rosse storiche anche più a sud, come nel Foggiano o nel Crotonese, e, a partire dagli anni ’70, anche grandi città del Sud (a partire da Napoli) furono “conquistate” dalle sinistre. Sinistre che seppero assorbire i “colpi” del passaggio all’avversario, più o meno graduale, delle componenti più moderate dello schieramento “socialista” (come il PSR di Bonomi e Bissolati negli anni ’10 del XX secolo o il PSDI di Saragat a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta), recuperando e poi andando oltre i risultati precedenti. Una “solidità” del voto di sinistra che può sembrare quasi incredibile: Biennio Rosso, fascismo, seconda guerra mondiale, ricostruzione, boom economico, il decennio semi-rivoluzionario della contestazione operaia e studentesca, il riflusso post ’77: tutti fenomeni importantissimi, ma che hanno inciso relativamente poco nei comportamenti elettorali degli italiani. Segno di una notevole politicizzazione, profondamente ideologica, direbbero alcuni. Segno delle passioni irrazionali del paese dei Guelfi e Ghibellini, direbbero altri. Ma così è stato, per 70 anni. Solo negli anni Ottanta e, con ancor maggior forza, nel decennio successivo, vengono a maturazione i frutti dei profondi processi di cambiamento sociale dei gruppi dirigenti e dei milioni di elettori dei due grandi partiti di massa. A partire dal 1992/94 comincia il piano inclinato che porterà la sinistra a rappresentare sempre meno elettori: dal terzo scarso degli anni 1994-1996, al quarto del 2001, al 10% del 2006, fino al 5-6% dell’ultimo decennio. La scomparsa del PSI prima, del PCI-PDS poi, le divisioni e la rissosità nel campo di coloro che, in un modo o nell’altro, si richiamano ancora ai valori del socialismo (in senso lato, da Turati a Trotsky, passando pure per i nostalgici di Stalin) hanno lasciato un enorme cumulo di macerie che non sarà facile rimuovere. Ammesso che ci si riesca.

Flavio Guidi