Le elezioni si tennero il 19-20 maggio 1968, in pieno “maggio francese”. In Italia la situazione non era così “calda” come in Francia, ma il movimento operaio era in piena ascesa. E, per la prima volta, era apparso un nuovo protagonista: il movimento studentesco, che, dall’occupazione di Palazzo Campana a Torino (ottobre ’67) agli scontri di Valle Giulia (1° marzo 1968) a Roma, aveva già fatto parlare di sé. Nella sinistra politica “parlamentare” (si comincia in questi mesi a parlare di una nuova sinistra, “extra-parlamentare”) le cose erano piuttosto cambiate negli ultimi anni. Non tanto per le fuoriuscite dal PCI (piuttosto limitate, legate in particolare allo scontro Urss-Cina, che vedeva il PCI schierato con la prima) quanto per i sommovimenti nell’area socialista. L’entrata ufficiale del PSI nei governi di centro-sinistra a guida democristiana aveva da un lato riavvicinato Nenni a Saragat (che era diventato, nel 1964, presidente della repubblica), portando all’effimera riunificazione di PSI e PSDI (ottobre 1966) nel nuovo Partito Socialista Unificato, ma dall’altro aveva portato alla scissione della composita sinistra socialista. Era nato così, nel gennaio del ’64, il nuovo Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP), formato dalle componenti contrarie alla collaborazione governativa con la DC ed in generale favorevoli a mantenere stretti rapporti d’alleanza con il PCI.  Ecco i risultati nazionali:

  •  PCI                26,9 % (+1,6)
  •  PSU               14,5%
  •  PSIUP             4,5%

TOTALE          45,9% (+0,7%)**

**Il confronto è coi risultati del 1963 delle sinistre più il PSDI.

Come si vede, si tratta di un piccolo incremento, anche se è il miglior risultato, destinato ad essere superato solo nel 1976, per le sinistre in Italia. D’altra parte, se facciamo il paragone con l’ultima volta in cui i socialisti di Nenni erano ancora uniti ai socialdemocratici di Saragat (e cioè il 1946) il risultato è nettamente migliore (+4,4%) ma pur sempre non particolarmente esaltante: segno inequivocabile della notevole solidità “ideologica” del voto italiano. In oltre 20 anni, con tutti i cambiamenti sociali e culturali (industrializzazione, laicizzazione, scolarizzazione di massa, ecc.) meno di un elettore su 10 ha scelto di passare dallo schieramento conservatore imperniato sulla DC al campo della sinistra.

Elezioni_Camera_1968_Comuni

Guardiamo ora il dato su base regionale, con un’avvertenza: il confronto è stato fatto con i dati del 1946.

                  regione              %            variazione ’46-’68

  • Emilia-Romagna     62,5                   -3,8
  • Toscana                     58,5                  +3,3
  • Umbria                       57,3                 +6,8
  • Liguria                       50,9                   -4,2
  • Marche                      49,7                   +6,4
  • Calabria                     46,1                 +18,2
  • Piemonte                    45,5                    -5,5
  • Lombardia                 44,0                    -7,2
  • Lazio                           43,7                 +16,9
  • Basilicata                    43,1                 +13,8
  • Puglia                          43,0                 +16,5
  • Friuli-VG                      42,2                   -4,3
  • Abruzzo                       40,6                 +12,5
  • Campania                    40,1                 +22,9
  • Sardegna                     39,8                    +3,5
  • Sicilia                           39,3                  +17,7
  • Veneto                          37,4                     -5,9
  • Molise                           36,2                  +22,2
  • Trentino-AA                22,3                    +4,8

Come si può facilmente vedere, l’incremento dell’elettorato di sinistra è dovuto al processo di omogeneizzazione del voto nazionale, iniziato già con le elezioni del 1948. La sinistra, che era quasi totalmente “nordista” prima del fascismo, e che lo era ancora in larga misura all’uscita della seconda guerra mondiale e della Resistenza, ha quasi completato la sua “discesa al sud”: nessuna regione settentrionale (nemmeno la famosa “Emilia rossa”)  vede la sinistra del 1968 più forte di quella degli anni ’40, con l’eccezione della “vandea” trentino-sud tirolese, che vedeva un incremento di quasi 5 punti. Solo le due regioni rosse più meridionali, la Toscana e l’Umbria, sono più spostate a sinistra nel 1968 che nel 1946. Al contrario è il Centro-Sud che ha vissuto un vero e proprio spostamento a sinistra in questo ventennio post-bellico, con incrementi estremamente significativi, che in alcuni casi (come la Campania e il Molise) arrivano addirittura al raddoppio (ed oltre!) del peso elettorale, a scapito della DC e degli altri partiti conservatori e moderati. L’unica regione del Mezzogiorno che non vede un incremento a due cifre è la Sardegna. Ma questo è dovuto solo al fatto che il Partito Sardo d’Azione, dopo l’exploit iniziale, quando era schierato a sinistra (portando l’intera sinistra sarda alle percentuali più alte di tutto il Sud) avesse perso continuamente voti, fino al “salto della quaglia” del 1953, quando scelse di allearsi al blocco conservatore guidato dalla DC. Il processo di assorbimento dei voti della sinistra sardista da parte della sinistra “nazionale” era praticamente giunto a compimento proprio in queste elezioni, quando il partito che fu di Lussu otteneva solo il 3,6% dei voti nell’isola (rispetto al 28% del 1921, al 15% del 1946 o al 10% del 1948).

L’osservazione fatta sopra su scala regionale è ovviamente confermata anche se prendiamo in considerazione i singoli collegi (sempre confrontandoli coi risultati del 1946). I collegi “rossi”, quelli in cui la sinistra supera il 50%, sono più o meno gli stessi di 20 anni prima, questa volta con i toscani in testa e gli emiliano-romagnoli subito dopo. La Toscana meridionale col 63,3% (-0,3), il Bolognese e la Romagna col 63,1% (ma -3,8), l’Emilia Occidentale col 61,9 (-3,9), ma Firenze-Pistoia subito dopo, col 61% (più 0,9), e l’Umbria-Reatino al 57,3% (+6,8). La Toscana nordoccidentale (55,4%, +4,0), la Lombardia sud-orientale (52,4%, ma -8,8) e la Liguria completano il quadro dell’Italia “rossa”. Le Marche arrivano ad un pelo dal 50% (49,7, più 6,4), mentre collegi del nord già rossi nel secondo dopoguerra, come Milano-Pavia o Torino-Novara-Vercelli, scendono di 7 od 8 punti (49,2% il primo, -6,6, e 46,6% il secondo, -8,8) e vengono quasi raggiunti da collegi meridionali (come la Calabria o la Puglia settentrionale) che vent’anni prima non arrivavano nemmeno alla metà delle percentuali milanesi o torinesi. Significativo il fatto che, degli ultimi 8 collegi (quelli con le sinistre sotto il 40%), ben 4 siano settentrionali (Trieste, Veneto occidentale, Lombardia nord-orientale e Trentino-Alto Adige) mentre nel 1946 tutti gli ultimi 11 collegi erano meridionali. Persino i bianchissimi Molise (storicamente fanalino di coda della sinistra) e Campania sud-orientale avevano superato 3 dei 4 collegi citati sopra (unica “superstite” Trieste). L’immagine di un Centro-Nord “rosso e proletario”, culla del socialismo italiano e delle grandi lotte operaie, dal Biennio Rosso alla Resistenza, contrapposto ad un Mezzogiorno agrario, semi-feudale, culla della reazione, era ormai piuttosto appannata. L’Italia era cambiata, a Nord come a Sud.

[continua…]

Flavio Guidi