di Fabrizio Burattini e Franco Turigliatto

Alla fine, dunque, Governo e Regioni hanno deciso di riaprire del tutto il paese sotto la pressione delle forze economiche grandi e piccole, prendendosi il rischio di una ripresa dell’epidemia su ampia scala e subito dopo il difficile varo del decretone da 55 miliardi.

Garantiamo la pace sociale” è la formula usata dal segretario del PD Zingaretti per giudicare questo provvedimento. Avrebbe dovuto aggiungere “e assicurare la stabilità del sistema e delle gerarchie capitaliste” per condensare adeguatamente il significato delle scelte governative.

La crisi e le classi sociali

La dimensione della crisi economica e sociale è già oggi enorme, una voragine, e lo sarà ancora di più nei prossimi mesi; si abbatte su tutte le classi sociali, con effetti dirompenti sull’insieme delle classi lavoratrici e sui settori più deboli della società, di cui molti sono già oggi ridotti alla fame; travolgerà anche alcuni settori borghesi schiacciati dalle logiche del mercato capitalista e cambierà la condizione di ampi strati sociali (la piccola e media borghesia tra cui commercianti, ristoratori, albergatori), fino ad oggi agiati, che credevano di essere in posizione di sicurezza e che rischiano di precipitare in basso, spinti verso posizioni disperate e reazionarie.

La grande borghesia si è già messa in pole position per garantirsi le risorse del suo stato, criticando la distribuzione a pioggia dei soldi, prendendo a piene mani quanto le viene dato e lamentandosi per avere ancora di più.

Il governo Conte nel tentativo di garantire prioritariamente gli interessi dei capitalisti e rispondere alle richieste della Confindustria, dovendo dare però qualche aiuto di sopravvivenza a più ampi settori sociali si è trovato di fronte a una composizione sociale e produttiva del paese complessa e parzialmente diversa da altri grandi paesi dell’UE. In particolare la massiccia dimensione della piccola e media impresa, l’articolata e (economicamente) differenziata galassia dei lavoratori autonomi e della piccola borghesia commerciale e del turismo e la portata impressionante del lavoro precario ed informale e di quello nero che tuttavia garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone soprattutto al Sud.[i] Non dimenticando i milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti “regolari” che garantiscono la produzione della ricchezza nazionale, ma che percepiscono salari e stipendi sempre più bassi e inadeguati, molte/i delle/dei quali sono stati gli “eroi” di questi mesi, eroi già dimenticati.

Un’ulteriore osservazione va richiamata; di fronte alla “grande crisi” una serie di dogmi dei capitalisti si sono sciolti come neve al sole: il patto di stabilità europeo per ora accantonato, i soldi che non c’erano e che d’improvviso sia a livello europeo che nazionale si sono moltiplicati per cento e per mille, tanto da far impallidire il miracolo evangelico dei pani e dei pesci, e infine l’intervento dello stato, prima considerato un’intrusione inaccettabile nell’economia, ed oggi invocato a gran voce come strumento salvatore.

A proposito dei soldi è utile ricordare che l’EBA (European Banking Autority), l’autorità bancaria europea, nel novembre scorso ci informava che nelle banche europee giaceva una gigantesca montagna di liquidità (10mila miliardi di euro, ben due terzi del PIL della zona euro), soldi non investiti, e che l’Italia vi concorreva con 1.429 miliardi di euro, cioè l’80% della ricchezza prodotta in un anno (il PIL).

Certo, una parte di questa liquidità è quella delle famiglie risparmiata per i tempi più difficili ed è quasi sicuro che molte di esse in questi mesi hanno dovuto farvi ricorso, ma il grosso è costituito dai depositi dei capitalisti frutto dei loro profitti e delle riduzioni fiscali a loro concesse.[ii] Sarebbe ora che costoro tirassero fuori questi soldi e pagassero una seria patrimoniale per far fronte alla crisi, invece chiedono ed ottengono altri regali.

La manovra di maggio è di 55 miliardi (tutti finanziati in deficit), quasi il doppio dell’ultima finanziaria, e, secondo il ministro dell’economia, potrà muovere oltre 130 miliardi di euro.

L’intervento per le lavoratrici e lavoratori

I giornali hanno messo l’accento solo sui 25 miliardi “destinati al “lavoro”, ma a una disamina attenta del provvedimento, come vedremo, risulta che ad uscire vincente sono ancora una volta le imprese e i capitalisti e i perdenti sono le classi lavoratrici e i settori più fragili della società. Dei 25 miliardi una parte importante è utilizzata a garantire la cassa integrazione per una copertura estesa a 18 settimane; è già chiaro che queste risorse però non potranno bastare; né viene spiegato dai giornali che la CIG mediamente copre poco più del 50% del salario. Inoltre ci sono stati e ci sono ancora ritardi enormi per la sua erogazione, in primis quella in deroga che finora è stata erogata attraverso un meccanismo assai complesso, ma anche quella ordinaria, situazione che ha messo molte famiglie di lavoratori con l’acqua alla gola. Non bisogna inoltre mai dimenticare che i lavoratori pagano i contributi per la CIG.

Anche la promessa alle lavoratrici e ai lavoratori della sanità di un bonus di 1000 euro per quanto hanno fatto di straordinario in questi mesi, molti di loro pagando anche con la vita, è all’improvviso svanita.

Circa 4 miliardi e mezzo vanno ai lavoratori autonomi, categoria molto differenziata che comprende settori in grandissima difficoltà, ma anche liberi professionisti che in difficoltà lo sono molto meno.

Il divieto di licenziamento prolungato a 5 mesi è un atto dovuto, ma appare del tutto inadeguato rispetto a quello che si potrà produrre nei mesi dell’autunno. I contratti a termine potranno essere prorogati senza specifiche causali, cioè in deroga alle norme più restrittive del “decreto Dignità” di Di Maio.

Naturalmente è anche peggio per tutti i settori sociali più precari, fragili e marginali; non c’è nessuna misura di garanzia al reddito e alla sopravvivenza per tutti quelli che ne hanno bisogno, tanto meno il reddito di cittadinanza, ma anche il cosiddetto reddito di emergenza, (Conte in aprile aveva parlato di molti miliardi per coprire 10 milioni di persone) è diventato una piccola elemosina per una platea assai ridotta. E già prima dell’epidemia l’Istat parlava di un 27% della popolazione a rischio povertà.

E’ La Repubblica a scrivere che “restano senza paracadute milioni di invisibili, poveri, soli ed arrabbiati”. E la sindaca di Torino dichiara: ”Le città rischiano di diventare delle bombe sociali” La pace sociale auspicata da Zingaretti è ben lontana.

I soldi per le imprese: tagli fiscali, ristori a fondo perduto, ricapitalizzazioni

Le erogazioni alle imprese sono indicate nel decreto per un totale circa di 15-16 miliardi così suddivisi. 6 miliardi a fondo perduto per le piccole e medie imprese, taglio delle tasse fino a 250 milioni di fatturato, eliminando in particolare la prima rata dell’IRAP di giugno che vale 4 miliardi (è utile ricordare che questa tassa contribuisce al finanziamento del servizio sanitario nazionale), sostegno all’export per 450 milioni, un fondo di sostegno per le filiere in crisi del settore agricolo di 450 milioni. Arriveranno alle imprese dall’INAIL anche 403 milioni per la sanificazione degli ambienti di lavoro.

Ma soprattutto non bisogna dimenticarsi che l’8 aprile il governo ha varato il Decreto liquidità, che individua risorse fino a 400 miliardi per sostenere imprese e professionisti attraverso il Fondo centrale di garanzia delle PMI e le garanzie rilasciate da Sace (Gruppo CDP- Cassa Depositi e Prestiti). [iii]

L’articolo 30 del decreto di maggio prevede inoltre la possibilità di un nuovo maxi fondo di 50 miliardi del Ministero dell’economia e finanza (MEF) gestito dalla CDP per intervenire nelle ristrutturazioni delle medie e grandi imprese, quelle che hanno un fatturato annuo sopra i 50 milioni di euro.

L’aiuto dello stato lo vogliamo, ma comandiamo noi

Dall’insieme di queste misure, l’ultima ancora da specificare attraverso un Decreto della Presidenza del Consiglio, emerge chiaramente che per salvare il capitalismo l’intervento dello stato risulta del tutto indispensabile, fatto così evidente che spinge lo stesso ministro dell’economia a mettere le mani avanti sostenendo che “Non si tratta di una nuova IRI” e che “la capacità dello stato di dare indirizzi, non significa intervenire nella governance”. Il ministro M5S Patuanelli è ancora più netto: “Nessuna sovietizzazione delle imprese”!? Che paura!

La preoccupazione dei capitalisti di fronte all’evidente fallimento del loro sistema economico e delle politiche liberiste, sono grandi; hanno paura che emerga una ribellione profonda e una mobilitazione contro il liberalismo e la logica infernale della proprietà privata; vogliono i soldi pubblici, ma vogliono gestirli solo loro in funzione dei loro interessi, sulla base del principio storico del “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”.

E continuano ad alzare la voce e le richieste: Sangalli di Concommercio “Gli sgravi non bastano, più contributi a fondo perduto”; Casasco della Confapi “la vera priorità ridurre le imposte”; Carraro della Confindustria “il decreto andrà completato da una riforma fiscale complessiva. Ci risolleveremo se verrà riconosciuta la fiducia che meritiamo, superando l’atteggiamento inquisitorio da parte dello stato e peggio l’inclinazione alla nazionalizzazione”. [iv]

Interviene in modo più articolato, ma con le medesime finalità, anche il guru liberista “mani di forbice” Carlo Cottarelli che parla di misure difensive e a scadenza, in cui si spenderebbe molto senza pensare ai giovani e che produrrebbe un ulteriore aggravio del debito pubblico, invocando quindi ulteriori interventi e un massiccio piano di investimenti pubblici e un drastico taglio della burocrazia per facilitare gli investimenti privati senza i quali l’Italia non potrebbe riavvicinarsi agli altri paesi d’Europa. [v]

Una sanatoria per i caporali

Un discorso a parte merita quella che impudentemente viene definita la “sanatoria” dei migranti che, dopo tanti strilli da parte della destra e di parte del Movimento 5 stelle si è ridotta a una parzialissima e temporanea regolarizzazione per un paio di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, circoscrivendone l’applicazione ai settori nei quali gli stessi datori di lavoro piangono per la carenza di manodopera: agricoltura e allevamento, badanti e colf. Infatti, più che regolarizzazione dei migranti si tratterà di sanatoria per i datori di lavoro che finora li hanno utilizzati al nero. Così questi datori di lavoro saneranno le proprie posizioni irregolari e i loro dipendenti riceveranno un permesso di lavoro che però sarà strettamente correlato alla prosecuzione del rapporto con quel datore di lavoro, il quale, se e quando deciderà di licenziare il o la dipendente, farà anche perdere a quest’ultimo il permesso di soggiorno.

Il decreto, poi, consente a chi potrà dimostrare di aver lavorato al nero in uno dei suddetti settori e di aver visto scadere il proprio permesso di soggiorno negli ultimi 6 mesi di ottenere un permesso di ulteriori sei mesi per la ricerca di lavoro, sempre limitatamente all’agricoltura, all’allevamento e alla collaborazione domestica.

Dunque un condono tombale per i “caporali” e per tutti coloro che hanno sfruttato il lavoro nero e, contemporaneamente, l’assicurazione per le aziende dell’agribusiness e per i proprietari di grandi allevamenti di poter continuare a disporre di manodopera ricattabile e a buon mercato, potendosene poi disfare alla fine della bisogna. Legalizzando così la visione “usa e getta” che da sempre caratterizza la gestione del lavoro dei braccianti, sia immigrati che autoctoni.

Senza parlare della questione dei 400 euro richiesti come “ticket forfettario” per la “sanatoria” che rischia di essere fatto pagare, da datori di lavoro che hanno ampiamente dimostrato di essere senza scrupoli, alle lavoratrici e ai lavoratori “sanati”.

Un turpe mercato che rischia di prodursi anche sulle spalle di quei migranti che chiederanno un permesso temporaneo per la ricerca di lavoro a cui gli stessi o altri “datori di lavoro” proporranno l’assunzione in cambio di denaro o di favori.

E’ la conseguenza di un’impostazione totalmente utilitaristica e riduttiva, che peraltro il fuoco di sbarramento beceramente razzista della destra ha fatto accentuare ancora di più nella versione definitiva del decreto. Un’impostazione che non si basa sul riconoscimento della dignità umana e dei bisogni basilari delle centinaia di migliaia di stranieri presenti in Italia ma privi dei più elementari diritti, a partire (tanto più in questa fase pandemica) dalla libertà di movimento, dall’accesso alle cure sanitarie, al diritto alla casa. Un’impostazione che fonda la legislazione sui bisogni delle imprese (e in parte delle famiglie delle classi medie) di manodopera da sfruttare che altrimenti non troverebbero. I diritti delle persone subordinati al diritto della frutta di non marcire.

Un decreto che inoltre esclude da ogni possibile regolarizzazione tutte e tutti coloro che, altrettanto al nero, svolgono altri lavori, a partire dalle migliaia di rider, di facchini della logistica, di operai dell’edilizia, ecc. Ed esclude tutte e tutti coloro che i decreti “sicurezza” di Salvini (ma mai abrogati dal governo Conte 2) hanno gettato nella clandestinità ben più di sei mesi fa.

Dunque del tutto giustificato appare lo sciopero che Aboubakar Soumahoro, dirigente USB dei braccianti, ha annunciato per il 21 maggio, quando le lavoratrici e i lavoratori dell’agricoltura nell’Agro Pontino, nella pianura padana, in Toscana, in Calabria, nel foggiano incroceranno le braccia, per rendere visibile la propria invisibilità e quella di centinaia di migliaia di altri compagni di sventura.

Sulla pressante rivendicazione della Confindustria e delle altre associazioni padronali per ottenere che il governo decreti lo “scudo penale” sulle infezioni da coronavirus contratte durante il lavoro abbiamo già detto. Resta solo da aggiungere che il loro comportamento aggressivo nei confronti delle più che equilibrate puntualizzazioni dell’INAIL meriterebbe da parte di questo istituto la revoca del finanziamento di oltre 400 milioni gentilmente concesso a lor signori per predisporre nelle loro aziende tutte le dovute misure di prevenzione.

E l’alternativa ?

Chi non alza la voce sono invece le maggiori organizzazioni sindacali, che sembrano abbastanza soddisfatte, accontentandosi di molto poco, e richiedendo un generico programma di grandi riforme; resta su questo piano anche l’ultima intervista di Landini, che si rende conto del disastro che sta arrivando, ma che non vuol prendere atto che non c’è una borghesia disposta ad un “patto sociale”, e tanto meno che si rinnovino le condizioni economiche politiche del secondo dopoguerra in Europa.

Da parte nostra non possiamo che condividere il giudizio espresso dalla sinistra della CGIL

C’è una incapacità di fondo del decreto, che è quella di non affrontare complessivamente la ripartenza e la ripresa. O meglio di farlo in modo iniquo, stanziando soldi a pioggia per le imprese ma senza i fondi adeguati sulla sanità, senza uno straccio di progetto sugli screening di massa, senza un potenziamento adeguato dei servizi ispettivi per il controllo della sicurezza nei posti di lavoro, senza un piano di investimento adeguato né sui trasporti pubblici né sulla scuola”.

Ed aggiungiamo noi, senza nessun progetto significativo di riconversione ecologica (le misure green del decreto sono del tutto limitate), nessun piano di messa in sicurezza dei territori, nessuna reale volontà di produrre un intervento pubblico che crei posti di lavoro sicuri e adeguatamente remunerati di fronte alla slavina occupazionale e alla miseria che si produrrà nei prossimi mesi e nessuna misura di riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario per garantire sicurezza e occupazione.

Per quanto riguarda la sanità il finanziamento di 3 miliardi e mezzo presente nel decreto appare irrisorio di fronte ai 37 miliardi che negli ultimi dieci anni sono stati sottratti alla sanità pubblica. Possono forse bastare per affrontare una nuova emergenza specifica collegata all’epidemia, non possono certo ricostruire quel tessuto complessivo sanitario che è collassato completamente in questi mesi per assicurare la prevenzione e le cure rispetto all’insieme delle problematiche sanitarie e che richiede la riconversione della sanità privata e una piena centralità della sanità pubblica che deve tornare ad essere disponibile gratuitamente per tutti e di qualità. Nella sola città di Torino sono 300 mila gli esami persi in due mesi che devono essere recuperati.

Senza questa nuova progettualità alternativa è inevitabile che il futuro sarà scritto ancora una volta dalle imprese private sempre più dominanti, restaurando ancor più l’ordine capitalista che è alla base della catastrofe sanitaria, economica e sociale attuale.

Impressiona il fatto che di fronte a una crisi dalle dimensione epocali, di fronte anche alle prove evidenti delle enormi differenze sociali e di reddito che si sono prodotte nel corso degli ultimi venti anni (una minoranza del 10% si è impossessata di quote enorme della ricchezza del paese), non venga neppure ventilata e ancor meno presa in considerazione, una misura elementare di solidarietà, una richiesta ai settori più ricchi di contribuire in modo non marginale (come le donazioni fatte da alcuni di loro a qualche ospedale ) ma attraverso lo strumento corretto e generale, l’imposizione fiscale, per affrontare le spese necessarie per la “ricostruzione nazionale”, per usare la terminologia a loro tanto cara. Anche perché tutti questi soldi pubblici, si trasformeranno rapidamente in un debito enorme (il 160% del PIL) che andrà coperto e rinnovato con l’emissione di obbligazioni pubbliche, cioè di prestiti. La prima emissione del Tesoro è la prossima settima. Chi potrà sottoscrivere questi prestiti dello stato? E’ evidente, le banche, i ricchi, i capitalisti, che potranno guadagnarci, come è già avvenuto finora, due volte; prima perché pagano poche tasse (per non parlare di quelli che le evadono del tutto), dopo perché si vedono corrispondere gli interessi del prestito fatto allo stato.

Quando avanziamo la richiesta, dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrici, del ripudio del debito, di una profonda revisione del sistema fiscale in senso fortemente progressivo e di una tassa straordinaria sui grandi patrimoni, vogliamo cercare di interrompere questa spirale perversa e batterci per far pagare quelli che non hanno mai pagato.

[i] Il blocco delle attività si stima abbia prodotto una riduzione di 150 miliardi della ricchezza, ma altrettanti miliardi sono andati persi nel sommerso mettendo alla fame coloro che vi traevano un reddito.

[ii] In realtà tra febbraio e marzo i depositi sui conti bancari sono aumentati di 20 miliardi; probabilmente molti soggetti hanno rimandato alcune spese e scelto ancor più di risparmiare visto le grandi incertezze economiche. Da segnalare poi che tra febbraio e marzo ben 492 miliardi investiti in Italia sono fuggiti in altri paesi europei.

[iii] Il decreto prevede garanzie da parte dello Stato concesse attraverso la società SACE, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, in favore delle banche che effettuino finanziamenti alle imprese sotto qualsiasi forma. La FCA , che come è noto ha trasferito la sua sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna, ha chiesto 6,3 miliardi di euro per il sostegno ai suoi 16 stabilimenti in Italia che saranno erogati dalla Banca San Paolo. Lo Stato di riferimento non lo si dimentica mai nella bisogna….

Ecco una sintesi del decreto di aprile:

Le imprese potranno ottenere una copertura dell’importo del finanziamento sulla base del numero dei dipendenti e del volume del fatturato, precisamente per:

– le imprese con meno di 5.000 dipendenti in Italia e un fatturato inferiore a 1,5 miliardi di euro ottengono una copertura pari al 90% dell’importo del finanziamento richiesto e per queste è prevista una procedura semplificata per l’accesso alla garanzia;

– le imprese con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato fra 1,5 e 5 miliardi di euro ottengono una copertura pari all’80% dell’importo del finanziamento e al 70% se hanno un fatturato sopra i 5 miliardi.

L’importo della garanzia non potrà superare il 25% del fatturato registrato nel 2019 o il doppio del costo del personale sostenuto dall’azienda e, per le piccole e medie imprese, anche individuali o partite Iva, sono riservati 30 miliardi e l’accesso alla garanzia rilasciata da SACE sarà gratuito ma subordinato alla condizione che le stesse abbiano esaurito la loro capacità di utilizzo del credito rilasciato dal Fondo Centrale di Garanzia. (da Ipsoa)

[iv] Sul Corriere della Sera l’editorialista Nicola Saldutti mette in guardia contro “la tentazione dello Stato”: “la presenza dello Stato può essere fondamentale per superare questa fase, la cui durata è difficilmente prevedibile. Il passo tra questo intervento e l’idea di entrare nella governance, chiedere posti nei consigli di amministrazione, magari anche influire e determinare la gestione potrebbe essere breve. E sarebbe sbagliato compierlo”.

[v] Antonio Padoa Schioppa, illustre accademico sul Sole 24 Ore propone un articolo il cui titolo è un programma “Disciplina e rigore per aggredire il debito pubblico” Nel testo giura che lo si può fare senza lacrime e sangue.!