Gli anni cinquanta del secolo scorso sono anni duri per il movimento dei lavoratori italiani: la “restaurazione”, iniziata in sordina già all’indomani della Liberazione, ha saputo avanzare, prima a passi felpati (come con la messa in crisi del governo Parri nel dicembre 1945), poi via via sempre più apertamente (estromissione delle sinistre dal governo, vittoria DC del 18 aprile, repressione degli scioperi – a partire da quello semi-insurrezionale seguito all’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 -, rottura dell’unità sindacale con la nascita della CISL nel ’48 e della UIL nel ’50, adesione alla Nato nel 1949, ecc.). Simbolicamente il decennio si apre con l’eccidio, da parte della Celere, degli operai di Modena, per chiudersi con i “morti di Reggio Emilia e di Sicilia” del luglio 1960. Ma durante questo decennio molte cose cambiano nel Belpaese. Inizia il “boom” economico, pagato col sudore (e col sangue) dei lavoratori, riportati sotto un duro giogo padronale, dopo il fallimento delle speranze del 1943/48,  con bassi salari , disciplina ferrea, scarsi diritti sindacali, ecc., e l’Italia passa da paese prevalentemente agricolo a paese prevalentemente industriale. Inizia l’emigrazione di massa dal Mezzogiorno agricolo al Nord industriale (e oltralpe, ovviamente). Dal punto di vista dello schieramento di sinistra dobbiamo considerare almeno alcuni elementi: l’accantonamento di ogni progetto di fusione tra PSI e PCI; il rafforzamento dell’egemonia del PCI (già incipiente, al di là dei dati elettorali, dalla Resistenza) nell’ambito della sinistra; il raffreddamento ulteriore dei rapporti tra PCI e PSI in seguito alla destalinizzazione in URSS e nell’Est Europa e soprattutto in seguito al soffocamento della rivolta di Budapest nel 1956. La scelta dei “saragattiani” dell’ex PSLI (diventato nel 1952, dopo varie vicende, Partito Socialdemocratico, PSDI) di unire i propri destini a quelli della DC e del “blocco occidentale”, in misura analoga a quella delle altre socialdemocrazie, ma senza il peso sociale di queste ultime, ridimensiona ben presto le velleità di Saragat di voler costruire un terzo polo, caratterizzato dal “socialismo riformista”, ma legato in qualche modo alla tradizione turatiana di una parte del movimento operaio italiano. In realtà il PSDI diverrà sempre più un semplice satellite della DC, allontanandosi di fatto dalle stesse radici riformiste di una vera socialdemocrazia (come quella tedesca, svedese o britannica che rimanevano comunque le principali rappresentanti politiche del movimento operaio dei rispettivi paesi) e riducendo via via il proprio peso politico (ed anche elettorale). La “digestione” del PSDI da parte della borghesia (come già era avvenuto col partito di Bissolati e Bonomi tra il 1912 e il 1921), fino a renderlo indistinguibile dagli altri partiti laici minori, come il PRI o il PLI, non avvenne senza contraddizioni, ma può dirsi avvenuta già con le elezioni del 1953 e con la scelta del PSDI di appoggiare la cosiddetta “Legge Truffa” (una legge che dava il 65% dei seggi alla “coalizione” che avesse raggiunto il 50% + 1 dei voti), legge che fu duramente osteggiata non solo da PCI e PSI (e pure dall’estrema destra monarchica e missina), ma anche da componenti minoritarie della sinistra dei tre partiti laici (PSDI, PRI e PLI) che, rompendo coi rispettivi partiti e presentandosi alle elezioni, impedirono per un soffio che la legge antidemocratica scattasse. Sia detto per inciso, si trattava una legge truffa  meno antidemocratica dell’attuale, che regala il 55% dei seggi alla coalizione che ottenga il 40% dei voti. Comunque il quadro delle forze di sinistra alle elezioni del 1953 era notevolmente cambiato rispetto a cinque anni prima. Innanzitutto i due partiti di massa, PCI e PSI, si presentavano non più uniti nel Fronte, ma divisi (seppur in una specie di unità d’azione). Era poi nato un piccolo partito, l’Unione Socialista Indipendente, intorno alle figure di due ex dirigenti del PCI ed ex partigiani, Valdo Magnani ed Aldo Cucchi, espulsi dal PCI nel 1951 (ed accusati di “titoismo”, eresia intollerabile agli occhi del gruppo dirigente stalinista del PCI dopo la rottura tra URSS e Jugoslavia del 1948). Poco prima delle elezioni era poi nato, dall’unione della sinistra socialdemocratica (Codignola, Calamandrei, ecc.), della sinistra repubblicana ex azionista (Parri, Vassalli, Valeri) e degli ex azionisti che non avevano aderito al PSI nel ’47, il movimento Unità Popolare, che decise di opporsi alla legge truffa partecipando alle elezioni. Un altra piccola differenza rispetto alle precedenti elezioni fu la rottura del Partito Sardo d’Azione con lo schieramento di sinistra e la decisione di appoggiare la legge truffa. Questi furono i risultati.

  •  PCI                 22,6%
  •  PSI                 12,7%
  •  USI                   0,8%
  •  UP                    0,6%
  •  Altri                 0,1%

TOTALE                    36,8%

Se consideriamo il risultato nel 1948 delle sinistre escludendo Unità Socialista (la cui militanza era in gran parte confluita nel PSDI) si tratta di un aumento di oltre 5 punti. D’altra parte, se si volesse considerare anche il PSDI come appartenente allo schieramento di sinistra, bisognerebbe aggiungere a questa percentuale il 4,5% ottenuto dal partito di Saragat, arrivando così al 41,3%, percentuale analoga a quella ottenuta dalle sinistre alle elezioni per la Costituente. Tenuto conto dell’arretramento della DC (ben 8 punti) e del mancato raggiungimento del quorum per far scattare il premio di maggioranza da parte della coalizione DC-PSDI-PRI-PLI-PSd’Az, si capisce il senso di sollievo e di relativa vittoria da parte delle sinistre.

Cinque anni dopo, nella nuova tornata elettorale, il patto d’azione tra PCI e PSI non esiste più: i carri armati sovietici a Budapest (e la repressione della rivolta operaia di Poznan, in Polonia) hanno raffreddato definitivamente i rapporti tra Nenni e Togliatti. Ma i risultati, nonostante la battuta d’arresto del PCI (che aveva visto l’uscita di vari dirigenti e militanti in segno di protesta per l’appoggio dato da Togliatti alla repressione), pur vedendo un certo recupero socialista, non bastano a ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti di massa: il PCI resta di gran lunga il primo partito della sinistra italiana. Ecco i dati per il 1958.

  •  PCI                               22,7 % (+0,1)
  •  PSI                               14,2 % (+1,5)
  •  Altri                               0,6 % (-0,9)

TOTALE                                 37,5 % (+0,7)

Come si vede, un risultato di stabilità. Anche volendo aggiungere i voti del PSDI (operazione sempre meno credibile a mano a mano che avanza il processo di “satellizzazione” del partito di Saragat da parte della DC), pari al 4,55%, si arriva al 42%, cifra analoga a quella di 12 anni prima, chiaro segno della sostanziale staticità del voto a sinistra nell’Italia del secondo dopoguerra. D’altra parte questa era una caratteristica tipica del voto in Italia, almeno fino agli anni ’90: gli spostamenti avvenivano in gran parte all’interno dei due grandi schieramenti, ma raramente c’erano flussi di voto importanti tra centro-destra e sinistra o viceversa. Per quanto riguarda i dati su base regionale, si nota l’assestamento più o meno definitivo della “graduatoria” delle regioni che sostanzialmente si manterrà fino alla fine degli anni ’80. Ecco i dati per il 1953 (con una terza colonna, comprendente anche il PSDI, per poter fare il raffronto con il ’48.

Regione                           % sinistra       % sinistra più PSDI

  • Emilia-Romagna              53,0               59,8 (-0,8)
  • Toscana                             52,1               55,9 (+0,7)
  • Umbria                              50,1               52,5 (+3,2)
  • Liguria                               43,2               49,8 (+1,0)
  • Marche                              41,4               45,6 (+4,6)
  • Piemonte                           38,0               45,0 (+0,7)
  • Lombardia                        37,0               42,5 (+0,2)
  • Friuli-Bellunese               29,3               37,8 (+1,7)
  • Basilicata                           33,9               37,7 (+3,2)
  • Veneto                                31,6               37,0 (+6,7)
  • Lazio                                   33,6               36,8 (+5,3)
  • Calabria                              33,4               36,1 (+4,4)
  • Abruzzo                              32,8               35,5 (+2,7)
  • Puglia                                  33,1               34,6 (+4,1)
  • Sicilia                                  30,5               32,9 (+6,9)
  • Sardegna                            30,3               32,6 (+8,5)
  • Campania                           26,6               29,5 (+8,0)
  • Molise                                  20,7               20,7 (+4,6)
  • Trentino-AA                       13,8               19,5 (+2,0)

Come si nota, c’è una discreta crescita rispetto ai risultati del 1948 soprattutto nelle regioni del Sud e in Veneto (area, col Friuli, di discreto radicamento del voto al PSDI), mentre c’è una sostanziale stagnazione nel Centro-Nord (e addirittura un leggero arretramento nell’Emilia “rossa”). Continua quindi il fenomeno, iniziato già 5 anni prima, di relativa omogeneizzazione del voto in Italia: ormai, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, il voto a sinistra non arriva nemmeno più al rapporto di 2 a 1.  Guardiamo ora ai dati su base regionale delle elezioni successive, quelle del 1958. In questo caso manteniamo il raffronto solo con la sinistra, senza il PSDI.

Emilia-Romagna                 53,0        (0,0)
Toscana                                52,1        (0,0)
Umbria                                 49,4        (-0,7)
Liguria                                  42,3        (-0,9)
Marche                                 41,1         (-0,3)
Piemonte                              38,1        (+0,1)
Basilicata                              37,8        (+3,9)
Lombardia                           36,7         (-0,3)
Calabria                                36,2         (+2,8)
Sardegna                               36,0        (+5,7)
Lazio                                      35,9        (+2,3)
Puglia                                     34,9       (+1,8)
Abruzzo                                 33,2       (+0,4)
Sicilia                                     32,9       (+2,4)
Veneto                                   30,3        (-1,3)
Campania                             30,2        (+3,6)
Friuli-VG                               28,9        (-0,4)
Molise                                    22,6        (+1,9)
Trentino-AA                         13,3        (-0,5)

Continua il lento processo di relativa “meridionalizzazione” del voto di sinistra. Per la prima volta troviamo tre regioni del Mezzogiorno tra le prime dieci regioni, grazie alla stagnazione del voto a sinistra nel Nord. Se il gruppo di testa resta lo stesso (e lo resterà fino ai primi anni ’90), il gruppo di coda vede ormai il Triveneto insediato stabilmente: lo “sbiancamento” di quest’area del paese, iniziato con le elezioni del ’48, si consolida.

Diamo ora un’occhiata alle elezioni successive, quelle del 1963, nell’Italia del pieno “boom” economico. Il processo di allontanamento del PSI dal PCI è continuato, approfondendosi, portando i socialisti (con qualche malumore, che analizzeremo nel prossimo capitolo) nell’area di governo. Con la nascita del “centro-sinistra organico” assistiamo, per la prima volta nella storia d’Italia, alla rottura dell’opposizione di sinistra, ormai nelle mani del solo PCI. Che viene premiato, per quanto in modo non eclatante, dalle urne, superando per la prima volta il Partito Comunista Francese e diventando il più forte partito comunista occidentale. Notiamo anche la pratica scomparsa delle formazioni minori della sinistra, già molto penalizzate nel 1958. Ecco i dati.

  • PCI                               25,3  (+2,6)
  • PSI                               13,8  (-0,4)
  • altri                                0,1 (-0,5)
  • Totale                         39,2 (+1,7)

Come si vede, il rapporto PCI-PSI è ormai vicino a 2 a 1. In meno di un ventennio il ribaltamento dei rapporti di forza elettorali all’interno della sinistra è completo. D’altra parte c’era da aspettarselo: il radicamento dei comunisti all’interno del movimento operaio italiano era, dal punto di vista militante, molto superiore a quello dei socialisti già durante la Resistenza. E le continue scissioni nell’area socialista non potevano certo giovare al partito di Nenni. Dal punto di vista del dato su base regionale ecco i risultati.

  • Emilia-Romagna               54,8     (+1,8)
  • Toscana                               52,5     (+0,4)
  • Umbria                                51,8     (+2,4)
  • Marche                                44,2     (+3,1)
  • Liguria                                 43,9     (+1,6)
  • Calabria                               39,3     (+3,1)
  • Basilicata                             39,2     (+1,4)
  • Piemonte                              39,0     (+0,9)
  • Lombardia                           37,8     (+1,1)
  • Lazio                                      37,8    (+1,9)
  • Puglia                                    36,7     (+1,8)
  • Abruzzo                                35,9     (+2,6)
  • Sicilia                                    34,5     (+1,6)
  • Sardegna                              33,5     (-2,5)
  • Campania                             32,5    (+2,3)
  • Veneto                                   31,8    (+1,5)
  • Friuli-VG                               30,9    (+2,0)
  • Molise                                    25,4    (+2,8)
  • Trentino-AA                         17,8    (+4,5)

Come si vede, c’è un incremento un po’ ovunque (con l’eccezione della Sardegna), e stavolta senza che si noti una tendenza generale alla “meridionalizzazione”. Anzi, il maggior incremento si ha nella regione più “vandeana”, quel Trentino-Sud Tirolo che già da 3 elezioni ha “scippato” l’ultimo posto al Molise. Nel gruppo “rosso” si consolida il primo posto emiliano-romagnolo e si assiste al sorpasso delle Marche sulla Liguria, che scende dal tradizionale quarto posto (e a volte pure terzo) al quinto. Calabria e Basilicata si avvicinano sempre più al 40% dei voti a sinistra, simbolicamente considerata la soglia per essere considerate regioni “rosa”, se non rosse, superando regioni storicamente ben più a sinistra, come il Piemonte e la Lombardia. E in coda vediamo regioni, come il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia, che nel ’46 davano alla sinistra il doppio o più dei voti che le tributavano la Campania o la Sicilia, sorpassate da queste ultime. Regioni “bianche”, quindi, senza appello, dopo la debacle del ’48. Se entriamo più nel dettaglio, vediamo che la Toscana meridionale ha ormai stabilmente soppiantato l’area bolognese-romagnola come “feudo” n.1 della sinistra italiana: in tutte e tre le elezioni (escludiamo il PSDI per poter confrontare i tre dati) è prima, col 57,1% (1953), 56,8 (1958) e 57,7 (1963). Segue l’area Bologna-Ferrara-Romagna col 53,8 (1953), 53,7 (1958) e 55,6 (1963). Al terzo posto troviamo il collegio Firenze-Pistoia, col 52,6, 53,0 e 54,7. Al quarto l’Emilia occidentale col 52,1, 52,3 e 54,0. Al quinto l’Umbria-Reatino (i dati sono elencati sopra). Il sesto posto è meno stabile: nel ’53 e nel ’58 è la Lombardia sud-orientale (Mantova e Cremona) col 48,2 e 48%, mentre la Toscana nordoccidentale è settima, col 46,8 e 46,1%. Nel ’63 avviene il sorpasso: i toscani ottengono il 48,8, mentre i lombardi scendono al 47%. Seguono poi la Liguria e le Marche (vedi sopra), seguite dal Piemonte settentrionale (Torino-Novara-Vercelli) con il 41,1 (1953) e 40,3 (1958 e 1963). Nelle ultime due elezioni però il collegio Milano-Pavia supera i piemontesi, col 41,1 e 42,6% dei voti. L’ascesa del Mezzogiorno in questa classifica vede la zona Bari-Foggia (grazie soprattutto, come al solito, a quest’ultima), che passa dal 37% del 1953 al 40% circa del ’58 e ’63, confermandosi come collegio più “rosso” del Sud, poco prima di Basilicata e Calabria (vedi sopra). Persino Lazio, Abruzzo (vedi sopra) e, nel ’63, addirittura il collegio Napoli-Caserta, un tempo “feudo” reazionario e monarchico, superano in classifica quella che era l’area meno bianca del Veneto, il collegio Venezia-Treviso (in realtà bifronte, visto che unisce la provincia più “rossa”, Venezia, e quella più “bianca”, Treviso), che dà alle sinistre un misero 33,3% nel ’53, 32,5 nel ’58 e 34,9 nel ’63. Le altre zone ormai bianche del Nord scivolano sempre più in basso in questa classifica. La Lombardia nordoccidentale scende al 15° posto nel ’53, col 31,9%, al 21° nel ’58 (31,9%), al 22° nel ’63 (33,4%). Se pensiamo che nel ’46 era all’11° posto, col 47,5% dei voti (vero, prima della scissione del PSLI), ci rendiamo conto del logoramento della sinistra comasca e varesotta. Peggio ancora per l’area bresciano-bergamasca, che, già scesa al 25° posto nel ’53 (con uno striminzito 27,4%), scivola al 29° nel ’58 (26,7%) e nel ’63 (27,4%). Nel ’46 era al 17° posto, col 40,5% dei voti. Discorso analogo vale per zone un po’ meno bianche, come il Piemonte meridionale, e per i feudi democristiani del Veneto occidentale, friulano o trentino. Insomma, l’egemonia democristiana nelle zone bianche del Nord non è messa assolutamente in discussione. I dati sono sostanzialmente stagnanti (o al massimo di uno o due punti in più nel decennio 1953-1963) e in ogni caso ben lontani dai numeri del 1946 e persino del 1948. Ben diverso è il caso del Mezzogiorno, come abbiamo già sottolineato. Certo, anche nel migliore dei casi (come il Foggiano o la Basilicata o la Calabria settentrionale) siamo ancora lontani dalle percentuali delle zone rosse del Centro-Nord. Ma quasi tutto il Sud, con l’esclusione del Molise e della Campania sud-orientale, si situa ormai più spesso verso la metà di questa “graduatoria rossa” che nella coda, come si è visto per il Napoletano, passato dal 16,8% del 1946 (quindi compreso il futuro PSDI), penultimo in Italia, al 36,2% del 1963 (16° in Italia). Certo, l’egemonia moderata e conservatrice resta ancora forte, ma, almeno apparentemente, mostra segni di logoramento ben più visibili che a Cuneo, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza o Trento.

[continua….]

Flavio Guidi