Sarà pur vero che il coronavirus non conosce differenze d’età, razza e professione, ma ciò non toglie che, anche in tempi di pandemia, il famigerato “un per cento” si trova a far fronte a problemi di tutt’altro tipo rispetto al resto della popolazione. Altro che tutti sulla stessa barca! Loro, i super ricchi, si riparano nei loro yacht mentre, nel frattempo, frotte di meno abbienti affrontano la tempesta su barchette di carta. 

In questo periodo, per la maggior parte delle persone la preoccupazione principale è quella di non perdere il proprio lavoro e continuare ad avere accesso ai beni di prima necessità. Chi lavora da casa può già considerarsi un privilegiato. Al fronte della guerra contro il virus ci vanno coloro che non possono fare altrimenti, la manovalanza moderna, quasi sempre malpagata ma al tempo stesso responsabile di garantire i servizi indispensabili. I ricchi di tutto il mondo invece vivono le loro quarantene in vere e proprie gabbie dorate, che inevitabilmente finiscono anche per proteggerli maggiormente dal virus.

Il fattore economico incide sul rischio di ammalarsi anche in maniera più indiretta. Problemi cardiaci, ipertensione, diabete – malattie spesso associate a una cattiva alimentazione e a uno stile di vita sbagliato – rendono più difficile curare il virus. Chi ha di meno ha quindi maggiori probabilità di contrarre il Covid-19? Verrebbe proprio da dire di sì. 

Si pensi ad esempio alla Francia, dove il divario tra le aspettative di vita del cinque per cento più ricco e del cinque più povero è di tredici anni. Qui uno dei dipartimenti più toccati è anche uno di quelli più poveri, Seine-Saint-Denis, che a inizio aprile ha registrato un “aumento eccezionale della mortalità” del 63 per cento. Ai margini di Parigi, a Seine-Saint-Denis la gente vive perlopiù in case popolari, affollata in mini appartamenti gli uni sopra gli altri, in una sorta di ghetto dove miseria e incuria si mescolano a servizi ospedalieri incapaci d’assorbire la pressione posta dal virus. Un cocktail letale. 

Le torri della banlieue di Bobigny, a capoluogo del dipartimento Seine-Saint-Denis

Dall’altra parte dell’oceano, in America, è invece la popolazione nera a pagare il prezzo più alto. Nonostante i cittadini africano americani costituiscano solo il 13,4 per cento della popolazione complessiva, i centri abitati con una popolazione nera importante contano più del cinquanta per cento dei casi di Covid-19 e quasi il sessanta per cento delle morti su tutto il territorio nazionale. La colpa di questo picco sproporzionato è, ancora una volta, di condizioni socioeconomiche e sanitarie che lasciano a desiderare. 

E i paperoni, invece, come se la passano? Ci sono stati alcuni tentativi di mappare i comportamenti dei super ricchi, ma, va da sé, i risultati non sono rappresentativi di tutta la categoria. Si tratta piuttosto di tendenze, comunque molto interessanti. Innanzitutto va notato che, là dov’era ancora possibile scappare dalle zone calde, chi poteva permetterselo non ha esitato a farlo. 

Non sono solo i benestanti milanesi che se la sono data a gambe nel sud Italia. Le compagnie di jet privati di tutto il mondo sono state inondate di domande. Ad esempio, in gennaio, il numero di jet privati che hanno volato da Hong Kong all’Australia o al Nord America è aumentato del duecentoquattordici per cento rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’agenzia di monitoraggio WingX. 

Secondo uno studio che ha analizzato i dati legati alla localizzazione degli smartphone, a New York sono i residenti più ricchi che hanno lasciato la città: nei quartieri più benestanti, come l’Upper East Side, il West Village, SoHo e Brooklyn Heights, la popolazione sarebbe calata di più del quaranta per cento, mentre nel resto della città i cambiamenti sono stati molto più modesti. 

Scappare per andare a nascondersi dove? Pare che la Nuova Zelanda sia molto gettonata tra i miliardari della Silicon Valley. Già prima della crisi, lo stato era diventato destinazione preferita di quei super ricchi che vogliono costruirsi un’abitazione dotata di bunker, a prova di fine del mondo, come nel caso di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e uno dei primi investitori esterni di Facebook. 

Rifugiarsi nella casa in campagna resta però la soluzione più popolare tra i paperoni che cercano d’evitare il contagio. In America molti sono andati nell’Idaho, in Gran Bretagna la meta preferita pare essere il Gloucestershire, tranquilla contea della parte sudoccidentale del paese. 

C’è poi tutta la questione dei favori sottobanco. C’è chi, come la nota influencer americana Arielle Charnas, si è fatta fare il test dall’amico medico, nonostante avesse solo sintomi lievi di contagio da coronavirus, e ha pure avuto la cattiva idea di raccontarlo, scatenando l’ira dell’americano medio, che ha accesso al test solo quando la situazione si fa più grave. 

In Francia, a Saint Tropez, sulla costa azzurra, dove il magnate del lusso Bernard Arnaud – quarto uomo più ricco del mondo – e tanti altri miliardari hanno una villa, lo scandalo è scoppiato quando il quotidiano locale Var Matin ha rivelato che in una residenza di lusso almeno sessanta persone – senza dubbio privilegiati, dato che la zona è off limit per il non miliardari – avrebbero avuto accesso ai test sierologici sul Covid-19. 

Dai test alle mascherine protettive, la musica non cambia. Nonostante le autorità facessero già appello al senso civico dei cittadini affinché questi non acquistassero mascherine – necessarie innanzitutto per il personale sanitario – questo non ha frenato Naomi Campbell dal salire su un areo indossando una mascherina 3M N95 – proprio il modello di cui medici e infermieri americani sono a corto – il tutto corredato da un’appariscente tutta protettiva bianca. 

L’attrice Gwyneth Patrow non è stata da meno e si è immortala a fine febbraio, diretta a Parigi, indossando non una semplice maschera, ma una urbain air mask, prodotta dalla compagnia svedese Airinum, dotata di cinque filtri protettivi, “ultra-soffice e attenta alla pelle”. Un prodotto che costa tra i 69 e i 99 dollari, in quel periodo già introvabile sul sito della ditta che lo realizza. 

Infine, il grande dilemma: mettersi in confinamento con il personale domestico o restare soli e fare i “lavori di casa”? In molti devono esserselo chiesto, prova ne è che il 40 per cento dei clienti di Mahler Private Staffing – agenzia americana che si occupa di reclutare il personale domestico con sedi a Chicago, New York, Los Angeles, Palm Springs e Milwaukee – ha scelto di affrontare il lockdown accompagnato da almeno un paio di “collaboratori familiari”, che hanno ricevuto importanti incentivi finanziari per andare a vivere con il datore di lavoro ed evitare pendolarismi che avrebbero potuto favorire il contagio.

In questo senso, la conduttrice televisiva statunitense Martha Stewart – nota per i suoi programmi di cucina e stili di vita domestici – ha scelto di rifugiarsi nella sua tenuta di Bedford in New Jersey con autista, cameriera e giardiniere, che lei ha chiamato scherzosamente “i suoi tre detenuti”. Una battuta che pronunciata da Steward, la quale di prigioni se ne intende – nel 2004 passo cinque mesi dietro le sbarre per insider trading – suona un po’ inquietante. 

Le battute però finiscono qui. L’esplosione delle disparità in America è un monito per il resto del mondo. Secondo Giridhar Mallya, ricercatrice della fondazione per la sanità pubblica Robert Wood Johnson Foundation, nei prossimi mesi un americano su quattro avrà problemi legati all’approvvigionamento di cibo, mentre prima della crisi la media era di un americano su otto. 

Si stima inoltre che, dall’inizio della pandemia, un lavoratore americano su sei non percepisca più la busta paga e che delle persone che hanno fatto domanda per ottenere i contributi legati alla disoccupazione, il 71 per cento non li abbia ancora ricevuti. 

E intanto i ricchi, piangono anche loro? Assolutamente no. È questo il risultato di una ricerca realizzata dall’Institute for Policy Studies che ha suscitato molto scalpore negli Stati Uniti. Secondo questo studio, tra il 18 marzo e il 10 aprile i miliardari americani avrebbero incrementato la loro ricchezza del dieci per cento – per un aumento complessivo di duecentottantadue miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo più di ventidue milioni di americani perdevano il loro lavoro. 

Emblematico è il caso di Jeff Bezos, uomo più ricco del mondo, la cui fortuna sarebbe aumentata da gennaio ad aprile di circa venticinaue miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo dell’Honduras nel 2018. Certo, nell’immediato la crisi da coronavirus ha colpito anche lui: il 12 marzo, giornata nera sui mercati finanziari, la ricchezza netta del patron di Amazon è “crollata” a centocinque miliardi di dollari. Ma per lui la ripresa è stata molto più rapida che per il resto degli americani. Ad oggi, secondo il Bloomberg Billionaire Index, la ricchezza di Bezos è stimata a centoquarantaquattro miliardi, ventinove miliardi in più rispetto allo periodo nello scorso anno. 

Amazon è infatti la multinazionale meglio posizionata per trarre vantaggio dalla situazione: mentre migliaia di piccoli negozi sono chiusi, l’azienda statunitense ha l’occasione per rinforzare la sua posizione sul mercato e nella catena di distribuzione. La gente, bloccata in casa, dipende forse più di prima da Amazon e così l’uomo più ricco del mondo si arricchisce nonostante, anzi, grazie alla pandemia. 

“Billionaire Bonanza”, lo studio dell’Institute for Policy Studies

Un discorso analogo vale per tanti altri miliardari che nelle ultime settimane hanno visto risollevarsi le proprie sorti, anche grazie alle manovre espansive, senza precedenti, di governi e banche centrali. 

In questo senso, la storia insegna che sono i ricchi a riprendersi prima degli altri. Secondo i dati dell’Institute for Policy Studies, è stato così anche dopo la crisi del 2008: tra il 2010 e il 2020, la ricchezza dei miliardari sarebbe aumentata dell’80,6 per cento, cinque volte di più dell’incremento di ricchezza medio negli Stati Uniti. E non è tutto: dal 1990 al 2020, il patrimonio dei miliardari americani è cresciuto del 1.130 per cento – un balzo duecento volte maggiore rispetto all’aumento del 5,37 che di cui ha beneficiato il salario medio americano.  

La torre d’avorio dei paperoni regge alla crisi e anzi ne esce più forte, con i miliardari che prendono le distanze, non solo dal punto di vista sociale – come siamo purtroppo obbligati a fare tutti – ma anche da quello economico. Viene però da chiedersi: fino a che punto durerà la pacchia?  

Il fatto che in America gente che si dichiara apertamente socialista, come Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez, non sia più considerata alla stregua di un profeta nel deserto, ma riesca invece a entusiasmare, soprattutto tra le nuove generazioni, la dice lunga sulla crescente intolleranza di una parte della popolazione verso le disuguaglianze. Da questo punto di vista, lo splendido isolamento dei miliardari di tutto il mondo è benzina sul fuoco dell’indignazione. Resta da vedere se l’indignazione riuscirà a tradursi in resistenza e a produrre il tanto agognato cambiamento. La partita è ancora aperta.

MATTEO ANGELI

Giornalista, responsabile della comunicazione per Associazione Parlamentare Europea. Viaggio l’Europa con il Trentino nel cuore. Papà di Olga.

Da ytali.com