Al Trentottesimo parallelo, il paese stretto in complicate relazioni geopolitiche ha reagito alla pandemia e confermato i progressisti al governo

Il 15 aprile si sono tenute in Corea del Sud le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale del paese.  L’attenzione della comunità internazionale su queste votazioni è stata notevole, trattandosi delle prime in un paese tra i più colpiti, almeno in una fase iniziale, dal Covid-19. La Corea del Sud ha chiamato al voto quasi 44 milioni di cittadini e il 66,2% di questi si è recata alle urne, l’affluenza più alta dal 1992. 

Le elezioni sono state vinte dal Partito democratico del Presidente Moon Jae-in, in carica dal 2017 e di orientamento progressista. Ha ottenuto 180 seggi su 300, staccando di quasi otto punti percentuali i conservatori dello United Future Party.

Di queste storiche votazioni, delle ragioni della vittoria di Moon e della situazione politica in cui si trova la penisola coreana, abbiamo parlato con Antonio Fiori, docente di International Relations of East Asia e Politics of Contemporary Asia all’Università di Bologna e autore di diversi testi sulla Corea.

Nel 2017 Moon Jae-in pose termine al dominio conservatore promettendo politiche redistributive, di ridurre il potere dei chaebol (i grandi conglomerati industriali controllati da poche famiglie), attaccare la corruzione e avviare un dialogo costruttivo con la Corea del Nord. Dopo due anni buona parte del programma sociale è ancora inattuato, la crescita economica del 2019 è stata debole, il ministro della giustizia si è dimesso con accuse di attività illecite e, al netto delle strette di mano, di passi in avanti con Kim Jong-un ve ne sono stati ben pochi. La nettissima vittoria del Partito democratico è dovuta alla gestione del Covid-19 o è un risultato che si attendeva anche precedentemente alla crisi?

Il preambolo del quesito è condivisibile: pur essendo un sostenitore di Moon non nego che il governo del Partito democratico non sia riuscito a realizzare tutto il suo programma. Per rispondere alla domanda direi che vanno considerati due aspetti: il primo è che la gestione dell’emergenza da parte dell’esecutivo di Moon è stata eccezionale e esemplare, al punto che oggi nel mondo si parla di un «modello coreano» di lotta al Covid-19. E quindi non deve stupire se i tassi di approvazione verso il Presidente sono schizzati in alto quando Moon ha mostrato che una efficace reazione al virus poteva essere data.  Il secondo aspetto riguarda il fatto che dal 2017 è sparita una opposizione conservatrice credibile dopo l’impeachment dell’ex-Presidentessa Park Geun-hye per un caso di corruzione. In sintesi, anche se il Governo non riesce a mantenere le promesse elettorali, la gestione della crisi dimostra che riesce a tenere in piedi il paese in maniera efficace.

La Corea del Sud oggi appare come una delle grandi vincitrici di questa sfida. È stato tra i primi paesi a essere colpito, il suo modello basato sui tamponi inseguendo i contatti dei positivi è visto con ammirazione. Poco però si è detto del suo sistema sanitario e di protezione sociale. Lei al riguardo, ha scritto un libro. Crede che il sistema di sanità pubblico, ben equipaggiato secondo quanto emerge da diversi dati Oecd, sia stato importante nel superamento della crisi? 

Dal punto di vista sanitario, lo stato sociale sud-coreano  era incompleto fino alla metà degli anni Ottanta. Era costruito come una forma di legittimazione politica dei regimi autoritari che si sono susseguiti fino al 1987. Poi i servizi sono diventati più fruibili ma si tratta comunque di un modello, per quanto sui generis, non dissimile da quello statunitense, basato sul servizio privato, sulle assicurazioni, sul pagamento dei servizi – con l’eccezione dei servizi per alcune fasce della popolazione più in difficoltà. Nel sistema sanitario spicca la qualità degli ospedali. Possiamo dire che la crisi ha trovato una soluzione perché i servizi sono buoni e perché c’è stata una reazione efficace da parte del Governo. La Corea del Sud è un paese che sa imparare dai propri errori. Quando vi fu l’epidemia del 2003 e quella, con vittime, del 2012-13, il paese si dimostrò impreparato nel gestire l’emergenza. La Presidentessa tenne nascosto che il virus si stava propagando dentro le strutture ospedaliere e fu difficile bloccarne la diffusione. Ciò ha messo sul chi va là le autorità, anche perché va detto che i virus è da quella parte del mondo che di solito arrivano e quindi sanno che bisogna farsi trovare pronti. A un certo punto la Corea del Sud era il secondo paese per numero di persone contagiate, ora è il diciottesimo. E cosa hanno fatto? Hanno messo a punto un sistema di reazione e l’hanno incanalato nella direzione che volevano senza farsi trascinare dagli eventi. In Corea del Sud non vi è stato confinamento! Hanno portato 30 milioni di persone alle urne! Insomma, il paese si è trovato sotto attacco e ha fatto di tutto affinché non si verificasse la stessa situazione del 2012-13. Quando in Italia si parlava su a chi fare i tamponi, in Corea del Sud lo si era fatto a 200 mila persone, anche a coloro che avevano il più piccolo sintomo, anche per strada. E certamente il sistema sanitario è stato efficace, soprattutto gli ospedali, che si distinguono per la loro efficienza. Sono stati separati nettamente quelli dove erano ricoverati i malati per Covid-19 e quelli con altri problemi sanitari. La promiscuità si è rivelata impossibile. E poi c’è anche una questione sociale, legata al fatto che in Corea del Sud indossare la mascherina non è inusuale ma al contrario un fatto di educazione, per esempio nei casi in cui si ha il raffreddore. 

In La Globalizzazione e i suoi Oppositori, Joseph Stiglitz parla dell’atteggiamento delle autorità sud-coreane come restìo ad accettare le disposizioni dell’Fmi durante la crisi finanziaria di fine anni Novanta e propenso, invece, a un certo interventismo dello stato nell’economia, che avrebbe permesso più avanti la risalita dopo la dura crisi. Anche questa volta ritroviamo uno stato sud-coreano molto presente nella vita economico-sociale del paese durante una crisi. Crede che da queste due esperienze possiamo intravedere una lezione generale?

Non necessariamente. Non farei di tutta l’erba un fascio. Il precedente governo conservatore aveva ridotto la Corea del Sud a una barzelletta. In molti eravamo inorriditi nel vedere cosa stava diventando il paese. Prima le parlavo di come sa imparare dai propri errori. In un’intervista, la ministra degli esteri Kang Kyung-wha ricordava una tragedia avvenuta in Corea del Sud nel 2014, quando il traghetto Sewol naufragò per un eccesso di peso causando la morte di 304 persone, molti dei quali adolescenti. La vicenda generò uno scandalo politico notevole, giacché si ritenne che la Presidentessa Park non avesse reagito prontamente alla drammaticità della situazione. Ebbene, Kang afferma nell’intervista qualcosa il cui senso è «non vogliamo più vivere situazioni come queste, vogliamo poter contenere l’insorgenza di tragedie, dobbiamo essere pronti a tali sollecitazioni». Detto questo, va osservato come proprio a quelle cheabol di cui non è riuscito a ridurre il potere, Moon è stato capace di chiedere e ottenere la produzione di quanto fosse necessario. Il governo ne ha chiesto la produzione, ha pagato e poi si è occupata della distribuzione di ciò che serviva. Ma a fianco all’efficienza dello stato vi è un altro fattore che mi sembra rilevante: la Corea ha una storia e una società civile molto profonde. Vede, nella prima parte della mia carriera ho studiato solo la società civile coreana e le sue caratteristiche e ho capito che si tratta di una società che conosce i suoi diritti, che vuole che le sue richieste vengano prese in considerazione, altrimenti può accadere, proprio come nel 2017, che un milione di persone possa piantarsi in piazza per mesi contro un governo corrotto. La transizione democratica della Corea del Sud di fine anni Ottanta è uno dei modelli mondiali di questo tipo, è la storia di un paese che transita alla democrazia perché è la sua società che vuole liberarsi dall’autoritarismo. 

Sì, lo stato è ben presente ma soprattutto vi è il popolo sud-coreano, che conosce i propri diritti. È la collaborazione tra questi due soggetti che fa la differenza. Quando in paesi come la Corea del Sud lo stato ti chiede misure forti, una gran parte della società si fida. Non è obbedienza, è fiducia.

Dall’altra parte del Trentottesimo parallelo cosa succede? La Corea del Nord continua ad affermare che non vi sia neanche un caso di positività al Covid-19. Per quanto le misure siano state stringenti, ciò appare poco credibile. Come spiegare una simile esagerazione e cosa può nascondere?

Il regime nord-coreano ha detto che non c’è nulla, nessun positivo. Un ministro in un’intervista ha anche usato un’espressione – «terra pulita» – che secondo me ha una connotazione etnicista, vuol dire che il paese è scevro da contaminazione di sangue. Nessuno sa realmente com’è la situazione, neanche le organizzazioni sanitarie. È vero che alcune contromisure sono state prese: mascherine e guanti, l’obbligo di stazionare sempre in casa per il più vecchio e per il più giovane di ogni famiglia, l’annullamento di ogni manifestazione pubblica. E poi c’è stata la chiusura delle frontiere con Russia e Cina. Questo può avere un contraccolpo enorme dal punto di vista economico, vista la relazione, soprattutto con la Cina, verso la quale l’interscambio commerciale è funzionante.

A proposito di Corea del Nord, Moon aveva tra i suoi punti programmatici quello di un riavvicinamento con Pyongyang, abbandonando la rigidità dei governi conservatori precedenti. Vi sono stati diversi incontri, finanche dopo il fallimentare vertice di Hanoi tra Trump e Kim, ma lo stallo continua: la Corea del Nord non sembra intenzionata a smantellare il suo apparato nucleare senza l’annullamento delle sanzioni statunitensi. Come riavviare il dialogo affinché porti a risultati concreti? La crisi sanitaria potrebbe essere la via per una cooperazione più forte?

Nessuno sa con precisione quello che succederà da questo punto di vista. Certo è che la Corea del Sud sta adottando un modello non solo organizzativo ma anche interventista: sono stati inviati 600 mila kit agli Usa, l’Uzbekistan ne ha chiesto l’intervento, così come molti Stati africani. Bono Vox, poi, ha inviato una lettera a Moon Jae-in chiedendo di fare qualcosa per l’Irlanda. Vedremo. Io ritengo che il vertice di Hanoi del febbraio 2019 non sia stato un fallimento. È una posizione che lascia spesso sconcertati i miei interlocutori ma visto che io sono sempre stato un fautore del dialogo e dell’apertura alla Corea del Nord, visto che ho sempre pensato che l’isolamento non porta nulla di buono se non l’aumento dell’aggressività, credo allora che quando due interlocutori si siedono al tavolo, parlano, si confrontano, si riconoscono, non si può parlare di concreto fallimento. L’interruzione del vertice altro non è che un passo transitorio di un lungo percorso. Certo, non mi aspetto nulla di buono nel futuro, non credo ci siano possibilità che qualcosa cambi se non si ammorbidiscono le posizioni, specie degli statunitensi. Gli Usa hanno posizioni irricevibili. Qui abbiamo un paese, la Corea del Nord, che è stata messa all’indice come pericolo internazionale – tutto vero – ma non è possibile che non venga fatto alcun passo in avanti dopo che questo regime per due anni non lancia missili e non procede a esplosioni nucleari. Qualche beneficio lo si deve dare altrimenti non c’è uno scambio. Per gli Usa, invece, la partenza è inversa: prima denuclearizzatevi, poi parliamo. È il modello libico, insomma, e i nord-coreani ti sputano in faccia se gli parli di una cosa del genere. Quando dico questo tipo di cose in Corea del Sud spesso rabbrividiscono, ma è quello che penso: denuclearizzare è un punto d’arrivo mentre quello di partenza dovrebbe essere rendere il dialogo stabile. Non è possibile che il dialogo sia sempre interlocutorio, ma serve, invece, che i tre paesi possano parlare stabilmente, mettendo al centro questioni economiche che possono favorire la denuclearizzazione. Gli Stati uniti, invece, vogliono tutto e subito. E a questo atteggiamento si somma un altro che genera le diffidenze, a ragione, di Pyongyang: «Chi mi assicura – dicono – che l’amministrazione statunitense seguente a quella con cui Co negoziato non straccerà l’accordo e mi aggredirà?».  È una situazione da cui è difficile uscire, al netto delle lettere tra Kim e Trump e i tentativi di Moon, che è limitato proprio dal presidente statunitense. Trovo plausibile che i nord-coreani ricomincino a lanciare missili e infatti continuano ad armarsi. Recentemente hanno messo in atto un lanciamissili multiplo capace di lanciare dieci missili in sei secondi. E poi c’è l’arma segreta di cui Kim Jong-un parlava nel discorso di Capodanno e di cui ancora non sappiamo granché. Gli Stati uniti sono talmente ostinati che ci sono state organizzazioni internazionali che hanno chiesto all’Onu di superare le sanzioni per portare al paese tutto ciò di cui ha bisogno per limitare la diffusione del virus.

In Corea del Sud vi sono 28500 soldati statunitensi. Prima della crisi, Trump chiedeva a Moon di quadruplicare le spese militari. Nel frattempo i rapporti commerciali con Pechino erano molto buoni e nei giorni peggiori della crisi sanitaria, la Corea del Sud ha aiutato la Cina. C’è chi dice che comunque i sud-coreani continueranno a guardare a Washington mentre altri pensano che la cooperazione con Pechino aumenterà. Cosa ne pensa?

Bella domanda. Ti devo correggere: gli Usa chiedono alla Corea del Sud di quintuplicare le spese di difesa, ovvero di spendere 5 miliardi di dollari! Non si rendono conto che stanno tirando troppo la corda rispetto a questo tema e davvero non so come finirà. Non hanno accettato nessun negoziato, non hanno minimamente preso in considerazione la proposta sud-coreana di elevare la spesa del 13%. È la politica di Trump, per il quale ogni stato si deve pagare la propria difesa. L’idea che si possa giungere a una rottura tra Seul e Washington è inverosimile ma certamente questo tema mina le basi della relazione. Pensa poi che quando in Corea del Sud governano i progressisti emerge con più forza una fetta di società che chiede maggiore autonomia da Washington nello scegliere la propria posizione riguardo la Corea del Nord, anche attraverso un negoziato che non implichi obbedienza agli Usa. Diciamo che Moon si dimostra ligio al dovere: prende decisioni e cerca di dialogare costantemente con gli Usa cercando di far capire quanto queste decisioni siano positive per entrambi i paesi. Non credo, comunque, che si possa determinare una rottura dell’alleanza con gli Usa: a differenza di ciò che accade nel sud-est asiatico, il sistema nel nord-est non è minato, ma di frizioni ve ne sono, di tipo politico e economico. Ad esempio gli Stati uniti temono la concorrenza asiatica e la giudicano come sleale. Questo tipo di problemi si sono amplificati dalla credenza diffusa che Moon sia vicino alla Cina. Addirittura nei primi giorni in cui il virus si stava diffondendo in Corea del Sud, molti accusavano il Presidente di non aver reagito prontamente per non rovinare i rapporti con la Cina e non minare il turismo cinese, che è fonte di grossi introiti. Ora, è certo che Moon Jae-in ha buoni rapporti con Pechino, ma non i sud-coreani, che in generale continuano a vedere i cinesi come il fumo negli occhi. Secondo un rapporto dell’Istituto Piw il 60% dei sud-coreani non si fida della Cina e quando il virus ha iniziato a circolare gran parte della popolazione chiedeva la chiusura delle frontiere con il suo vicino. È vero che la reazione di Moon al riguardo è stata soft perché temeva di compromettere i rapporti economici con Pechino. Il punto è che in tutta l’Asia si sta registrando una sempre più evidente polarizzazione tra la dimensione politica e quella economica. Quindi la Corea del Sud, così come altri paesi, resta un alleato degli Stati uniti ma dal punto di vista economico guarda sempre più a Pechino. Da parte di alcuni paesi, come la Birmania, ad esempio, vi è un atteggiamento politico sempre più opposto agli Usa. Questa parte del mondo si sente sempre più trascurata dagli Usa. Per capirci, i paesi del sud-est asiatico vogliono che gli statunitensi siano nel Mar Cinese Meridionale per controbilanciare il potere di Pechino ma se questi mostrano sempre meno interesse verso i loro problemi e se Trump, a differenza di Obama, in quell’area non ci va mai, è chiaro che cercheranno di avere un rapporto più stretto con la Cina.

In ultima istanza, che mondo c’è da aspettarsi per l’Asia post-Covid? In molti parlano di una globalizzazione limitata al livello regionale. Un politologo alla moda, Parag Khanna, parla addirittura di un mondo tripolare, composto da Occidente, Cina e Asia, dove quest’ultima sarebbe ben separata dal Celeste Impero e verso la quale proverebbe una sostanziale diffidenza.  

Non so cosa pensare sul futuro. In Occidente si diceva all’inizio che il Coronavirus era una cosa cinese. Si è dimostrato, invece, che anche le malattie sono globalizzate e di questo bisogna prendere coscienza. In secondo luogo non credo a triangolazioni da quando è caduto il comunismo, lì si ferma la mia teoria di tripolarismo. Io credo al multilateralismo e ci sono dimensioni in cui questa logica è già consolidata. Insomma, non credo né al «Cinocentrismo» né a una spaccatura tra Asia e Cina. Credo che la Cina sarà un attore è importante nel post-Covid e non ci si potrà non relazionare. E non credo a triangolazioni di questo tipo neanche dal punto di vista economico. Il fatto che gli Usa siano da qualche anno governati da un’amministrazione sui generis ha riconfigurato dinamiche date per acquisite che hanno fatto il gioco della Cina. Per esempio, l’uscita degli Stati uniti dal Transpacific Partnership nei primi giorni dell’amministrazione Trump ha dato un enorme spazio a Pechino. Anche con Pechino economicamente ridimensionata, credo che l’Asia avrà bisogno della Cina così come la Cina avrà bisogno dell’Asia.

*Antonio Fiori è professore associato presso la scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, dove insegna International Relations of East Asia e Politics of Contemporary Asia. Esperto di relazioni intercoreane, tra i suoi lavori vi sono Il Nido del Falco. Mondo e potere in Corea del Nord e Dallo sviluppo economico alla solidarietà sociale. Sanità e pensioni in Corea. Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Vive e lavora da anni a Barcellona.

Da Jacobin Italia