Il mio rapporto con il 25 aprile è stato piuttosto contraddittorio e altalenante. In questo senso sono piuttosto lontano dalla “fedeltà” che ho sempre mostrato al Primo Maggio, festa per antonomasia proletaria e “rossa” che ho sempre privilegiato nei miei purtroppo molti anni di militanza. Sarà stato per colpa dei troppi tricolori che diluivano un po’ troppo il rosso delle cerimonie ufficiali, o per la troppa retorica “patriottica” sparsa dai palchi di Piazza Loggia praticamente in ogni commemorazione. Oppure anche, semplicemente perché, mentre il Primo Maggio l’ho potuto festeggiare a Liverpool come a Dublino, a Barcellona come a Marsiglia, il 25 aprile avrei dovuto essere sul “patrio suolo d’Italia”. E per molti anni in Italia non ci ho vissuto. Comunque ci sono andato fin da piccolo, nei lontani anni Sessanta, con mio padre, partigiano del Battaglione A. Gramsci dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo (come ci andavo, sempre con lui, ogni Primo Maggio, rigorosamente ben vestito e col garofano rosso sul bavero della giacca). Non ci capivo granché, ma ricordo “Bella Ciao” fin d’allora. Poi ci sono andato da solo, da studente, per un po’ di anni. Quasi sempre contestando con canti e fischi molti degli oratori ufficiali, soprattutto quando (e cioè praticamente sempre) si sforzavano di diffondere il mito della Resistenza come fatto “nazionale”, patriottico, dove tutti i “buoni” (compresi liberali, democristiani, badogliani, ecc.) avevano più o meno lo stesso diritto dei “miei” (i “rossi” di ogni tendenza, con i comunisti in prima fila, ovviamente) di rappresentare questa specie di unità nazionale per me alquanto indigesta. Le tensioni c’erano sempre, non tanto con gli sparuti drappelli democristiani o liberali, quanto con il servizio d’ordine del PCI e di CGIL-CISL-UIL, ma fino al fatidico 1977 erano sempre restate sul piano di qualche urlo, slogan, qualche spintone, più subìto che agito. Il 25 aprile del ’77 però il servizio d’ordine di cui sopra (eravamo in piena “unità nazionale”, col PCI di Berlinguer per la prima volta dal 1947 inserito nella maggioranza a sostegno del governo) agì in maniera molto più aggressiva, spingendo fuori dalla piazza, con calci, pugni e qualche randellata (restituita, bisogna ammetterlo) il nutrito spezzone dell’estrema sinistra, di cui ovviamente facevo parte. E spingendo fuori pure mio padre, reo di aver difeso “i gnari” dall’aggressione dei compagni del suo ex-partito (ne era uscito nel ’73, protestando contro il Compromesso Storico). Ricordo il mio vecchio pallido, quasi con le lacrime agli occhi. Chissà cosa avrà provato, lui, ex partigiano combattente, ad essere spintonato fuori dalla “sua” piazza da gente che, nel 90% dei casi, della Resistenza aveva solo sentito parlare. Beh, da quell’anno io, il 25 aprile, l’avevo derubricato a “festa della promiscuità nazionale”. E non partecipai più alla manifestazione ufficiale, quella con i sindaci con le fasce tricolori, i militari in divisa, le autorità, la retorica stantia. Finché l’estrema sinistra mantenne una certa forza, partecipai alle manifestazioni del pomeriggio, alternative, che a poco a poco andavano però scemando. Finché non arrivò il 1994, col maledetto primo governo Berlusconi, nel quale i fascisti (si cominciò allora ad aggiungere il “post”) di Alleanza Nazionale avevano un ruolo non marginale. E ricominciai a partecipare alla tipica manifestazione da 25 aprile, col corredo di tricolori (ma le bandiere rosse, paradossalmente, mi sembravano aumentate), oratori-patrioti, ecc. Il clima però stava già cambiando: il fatto che i neofascisti fossero stati “sdoganati” non aveva riportato solo me in quelle piazze, ma anche molti altri della mia generazione e di quella successiva, poco sensibili al tricolore. La stanca ripetitività retorica era stata un po’incrinata, c’era nell’aria un che di maggiore combattività, di allerta rispetto ad un pericolo che sembrava tornare. Poi me ne andai dall’Italia. Quando ritornai, nel 2013, ricominciai a partecipare al 25 aprile alternativo, pomeridiano, inaugurato dalla ormai tradizionale “pastasciuttata antifascista” al Carmine, con corteo combattivo ed abbastanza partecipato, con varie centinaia di persone, spesso più numerose della commemorazione ufficiale. E per 6 anni mi sono abituato a questa “cerimonia”, riconciliandomi con una scadenza che avevo messo un po’ in sordina. Anche perché, di arretramento in arretramento, tra revisionismo storico, ascesa di tutto ciò che puzza di estrema destra (al di là del richiamo ufficiale al fascismo storico), imbarbarimento della società, mi (ci) son trovato a difendere anche trincee che credevo sicure, quelle non della prima e nemmeno della seconda linea. Per cui quest’anno avevo pensato di festeggiare il 75° anniversario della Liberazione, una bella cifra tonda, come avevo fatto negli ultimi 6 anni. Poi è arrivato questo maledetto virus e…voilà, tutti a casa. O meglio, tutti quelli che vogliono manifestare, passeggiare, anche semplicemente uscire per strada a godersi un aprile così caldo da ricordare l’estate. Per lavorare, produrre, farsi sfruttare, beh, quello sì, si può (anzi si deve) fare. Oppure per comprare, seconda facoltà riconosciuta, dopo il produrre, del bravo suddito (pardon, cittadino) ubbidiente e responsabile. Lavora, consuma, crepa, diceva qualcuno. Manifestare no, non puoi. Nemmeno con mascherina e tenendo non uno, ma cinque metri di distanza dall’altro. So che qualcuno ci proverà, a disubbidire, come a Bologna. Qui a Brescia non se ne parla. Ci andrà il sindaco, con la fascia tricolore, a “commemorare” i nostri morti. Sono certo che ricorderà il “valore universale” della democrazia. Temo che parli, come già ho sentito non molti anni fa, della lotta “alla dittatura, al totalitarismo” senza aggettivi. Vorrei si ricordasse (siamo proprio scesi in basso!) di usare l’aggettivo “fascista”, che spesso lui e quelli come lui (che durante il ventennio non frequentavano, diversamente da comunisti, anarchici, socialisti, azionisti, il carcere o il confino, limitandosi all’esilio “interiore” o a quello in Vaticano) dimenticano. Io mi limiterò a cantare, alle 15, dal mio balcone, come suggerisce l’ANPI (a cui mi sono iscritto 2 anni fa, dopo averci pensato su per più di 40 anni!), “Bella Ciao”, visto che siamo arrivati al punto che viene considerata una canzone “comunista”. Pare sia lievitata a canzone di libertà ovunque in tutto il mondo. Per questo la canterò a squarciagola, ben volentieri. Sperando che non sia l’ultimo 25 aprile in cui poterla cantare liberamente.

Flavio Guidi