La notizia ha fatto molto rumore lunedì: il prezzo del petrolio sarebbe diventato negativo! Evidentemente le cose non stanno così: il prezzo del barile (WTI: petrolio americano o Brent: petrolio del Mare del Nord) è sceso bruscamente nelle ultime settimane, ma rimane positivo, ora tra i 15 e i 20 dollari. È il prezzo di riferimento inserito in un prodotto finanziario (un contratto a termine per la consegna del petrolio WTI a maggio) alla Borsa di New York ad essere diventato negativo. I detentori di questo titolo finanziario sono speculatori e non avevano alcuna intenzione di farsi consegnare barili di petrolio a maggio! Di conseguenza, hanno dovuto trovare acquirenti fisici, reali, disposti per davvero a ricevere il petrolio. Con la crisi, i compratori stanno diventando scarsi… e gli speculatori hanno, in preda al panico (il contratto a termine che scade questo martedì), accettato di pagare dei compratori per recuperare quel petrolio che essi non volevano. Il prezzo del contratto a termine è sceso a -40 dollari, e si è mantenuto in territorio negativo anche questo martedì.

La crisi economica e le tensioni tra i produttori di petrolio sono i responsabili del calo dei prezzi del petrolio

Alla conferenza dell’OPEC, allargata alla Russia il 6 marzo di quest’anno, non è stato possibile raggiungere un accordo per limitare la produzione e cercare così di limitare il calo dei prezzi causato dalla crisi economica. La Russia e l’Arabia Saudita hanno fatto saltare qualsiasi ipotesi di accordo, sperando ciascuna delle parti che l’altra riducesse la produzione a proprio vantaggio. Da quasi due mesi l’economia mondiale è in una fase di stallo che ha portato ad un crollo della domanda di petrolio. Poiché l’offerta non si è adeguata a questo calo, le scorte si sono accumulate e i prezzi sono crollati da 60 dollari al barile a febbraio a meno di 20 dollari oggi.

Un accordo è stato alla fine raggiunto in occasione di un nuovo vertice dell’OPEC allargato alla Russia domenica 12 aprile. Tutti questi paesi si sono impegnati a ridurre ognuno la propria offerta di petrolio nella misura di 10 milioni di barili al giorno a partire dal 1° maggio. Si tratta del maggior calo di produzione di tutta la storia, e persino gli Stati Uniti, il più grande produttore mondiale (e non impegnati da questo accordo), lo hanno evidentemente sostenuto. Hanno anche promesso di contribuire al calo della produzione, seppur in modo minore (riducendo la propria produzione di 2 o 3 milioni di barili al giorno).

Ma anche se questa diminuzione della produzione rappresenta un evento storico, essa è tuttavia del tutto insufficiente ad arrestare la caduta dei prezzi: la domanda di petrolio è scesa in effetti di 30 milioni di barili al giorno dall’inizio della crisi. Si prevede che i prezzi continueranno a scendere ulteriormente nelle prossime settimane e arrivare persino al di sotto dei 10 dollari al barile.

Conseguenze disastrose per i paesi produttori di petrolio

I Paesi produttori di petrolio erano già stati duramente scossi dal calo dei prezzi del petrolio nel 2014-2015, passato da oltre 100 dollari al barile a 40 dollari. Il prezzo si era poi stabilizzato per circa due anni attorno ai 60 dollari. I Paesi dominati, fortemente dipendenti dalle esportazioni di petrolio per l’ottenimento della valuta estera necessaria alle loro importazioni (Venezuela, Iran, Nigeria, Algeria, Congo Brazzaville, Angola…), sono stati duramente colpiti da questa caduta dei prezzi. I governi hanno di conseguenza imposto dure politiche di austerità ai lavoratori e alle lavoratrici di quei paese per sopperire a queste minori entrate.

Questa nuova importante caduta dei prezzi del petrolio colpisce quindi dei Paesi già assai indeboliti. Avrà conseguenze drammatiche, tanto più che questi stessi paesi sono colpiti da una fuga di capitali, che indebolisce le loro valute e avrà quindi come conseguenza un aumento del peso del loro debito estero. Il prezzo delle loro importazioni salirà alle stelle e le esportazioni crolleranno, determinando un’esplosione del debito estero e un calo del livello di vita della popolazione.

Anche gli Stati Uniti saranno duramente colpiti, data l’ampiezza assunta dal loro del settore del petrolio di scisto. Gli investimenti saranno bloccati e ci saranno licenziamenti massicci.

Per contro, per i paesi non produttori, il calo dei prezzi del petrolio rappresenta di per sé una buona notizia, in quanto avrà un impatto positivo sul tasso di profitto delle imprese. Tuttavia, questo calo rischia di aver poco peso vista l’entità della crisi economica nella quale siamo entrati. Inoltre, il calo degli investimenti nei Paesi produttori avrà come conseguenza, nel giro di qualche trimestre, un aumento del prezzo del petrolio, proprio quando l’economia mondiale potrebbe cominciare a riprendersi, frenando così l’entità di una possibile ripresa che rischia, in ogni caso, di essere assai fragile.

*articolo apparso sul sito del NPA il 21 aprile 2020. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS